o del XVII secolo, invitava il mago alchimista al pellegrinaggio sacro in Terra Santa, che è la terra filosofale dell’Opera: ” E tu, quando avrai visto la sua stella, seguila sino alla culla, e lì, rimuovendo ciò che è sordido, vedrai un bel’infante. Scrutando il cielo chimico, e scorgendo l’Astro, il saggio gioirà, ma il folle non ne farà nulla e non si istruirà nella saggezza, quand’anche vedesse il polo centrale volto all’esterno e marcato con il segno riconoscibile dell’Onnipotente”. Non è certamente un caso che nella struttura polisemica dei Tre filosofi di Giorgione, uno degli elementi di superficie ponga in evidenza, in un gioco straniante, alcuni elementi comuni tra gli antichi esponenti della filosofia ermetica e i Re Magi, i quali – anch’essi di etnie e di età diverse, nelle raffigurazioni più diffuse – portarono oro, incenso e mirra.
Eugène Canseliet, alchimista, allievo del grande Fulcanelli, sottolineò un punto di contatto tra la grotta di Cristo e il concetto di luce-energia che si sprigionerebbe alla conclusione del percorso alchemico, rifacendosi al Vangelo dello Pseudo-Matteo, tradotto in latino da San Girolamo: “E come ebbe detto queste parole, l’Angelo ordinò alla giumenta di fermarsi, perché era giunto il tempo di partorire; e raccomandò a Maria di scendere dall’animale e di entrare in una grotta sotterranea, nella quale non fu mai luce, ma sempre tenebre, perché all’interno non vi era luce del giorno. Ma all’ingresso di Maria, tutta la caverna cominciò a prendere splendore; e come se il sole vi si trovasse a mostrare giorno, così il chiarore divino illuminò la grotta; nè di giorno nè di notte vi mancò la luce di Dio sinché vi fu Maria”.
Pur senza palesi riferimenti alchemici, numerosi pittori fiamminghi rappresentarono Gesù bambino nella culla, emanante luce propria.
La grotta intesa come “luogo occulto, il recesso paradisiaco, dove viene custodito il tesoro donato da Dio ai mortali per guarirli dalle umane miserie e da ogni malattia, in breve, lo stesso lapis philosophorum” – come scrive Mino Gabriele in Alchimia e iconologia – ha radici pre-cristiane antichissime.
“Circa la grotta, descritta ne La Bugia attraverso una parabola, il Palombara dice che si tratta dell’antro di Mercurio, ‘il loco più delizioso del mondo”- afferma Gabriele nello stesso volume – Se da un lato questa affermazione può lasciare supporre l’esistenza di un ipogeo, naturale o artificiale che fosse, all’interno dei giardini sull’Esquilino, dall’altro evidenzia il significato mito-simbolico che un simile antro mercuriale assunse presso gli alchimisti”.
“L’origine del mito – prosegue lo studioso – è legata all’inno omerico A Ermes” (I, 2-16 e 246-51), dove si narra che Apollo, penetrato nell’antro di Mercurio, vi scoprì molto oro e argento. Questa grotta che porta in seno i metalli preziosi venne raffigurata nei libri alchemici con fini incisioni e immaginata secondo l’iconologia della caverna che accoglie il tesoro dei sette metalli/pianeti. Cesare della Riviera scrive con cura sull’argomento e precisa che la porta per accedere a quel “celeste dono” si trova in Oriente, indicazione che ricorre anche ne La Bugia; concomitanza questa che lascerebbe supporre una dipendenza dello scritto del Palombara da quello di Cesare della Riviera, in considerazione anche del fatto che quest’ultimo tratta l’argomento dell’antro di Mercurio con una specificità che analogamente ricorrerà poi nelle pagine di Palombara. Tuttavia la fonte comune sono i Lithica di Orfeo, nei quali si parla del dono fatto da Zeus ai mortali per liberarli da ogni male: esso è custodito nell’antro mercuriale ed accessibile solo agli uomini saggi, pii e puri. E’ qui necessario ricordare che la base speculativa della dottrina espressa dal Palombara con la parabola dell’antro di Mercurio ha le sue radici nella cosmologia del Corpus Hermeticum, quando si spiega che la materia del mondo creato è immortale e di forma sferica, e che all’interno di tale sfera vi sono rinchiuse come in un antro le qualità di tutte le specie. La caverna diviene pertanto un’immagine del mondo, al c
Eugène Canseliet, alchimista, allievo del grande Fulcanelli, sottolineò un punto di contatto tra la grotta di Cristo e il concetto di luce-energia che si sprigionerebbe alla conclusione del percorso alchemico, rifacendosi al Vangelo dello Pseudo-Matteo, tradotto in latino da San Girolamo: “E come ebbe detto queste parole, l’Angelo ordinò alla giumenta di fermarsi, perché era giunto il tempo di partorire; e raccomandò a Maria di scendere dall’animale e di entrare in una grotta sotterranea, nella quale non fu mai luce, ma sempre tenebre, perché all’interno non vi era luce del giorno. Ma all’ingresso di Maria, tutta la caverna cominciò a prendere splendore; e come se il sole vi si trovasse a mostrare giorno, così il chiarore divino illuminò la grotta; nè di giorno nè di notte vi mancò la luce di Dio sinché vi fu Maria”.
Pur senza palesi riferimenti alchemici, numerosi pittori fiamminghi rappresentarono Gesù bambino nella culla, emanante luce propria.
La grotta intesa come “luogo occulto, il recesso paradisiaco, dove viene custodito il tesoro donato da Dio ai mortali per guarirli dalle umane miserie e da ogni malattia, in breve, lo stesso lapis philosophorum” – come scrive Mino Gabriele in Alchimia e iconologia – ha radici pre-cristiane antichissime.
“Circa la grotta, descritta ne La Bugia attraverso una parabola, il Palombara dice che si tratta dell’antro di Mercurio, ‘il loco più delizioso del mondo”- afferma Gabriele nello stesso volume – Se da un lato questa affermazione può lasciare supporre l’esistenza di un ipogeo, naturale o artificiale che fosse, all’interno dei giardini sull’Esquilino, dall’altro evidenzia il significato mito-simbolico che un simile antro mercuriale assunse presso gli alchimisti”.
“L’origine del mito – prosegue lo studioso – è legata all’inno omerico A Ermes” (I, 2-16 e 246-51), dove si narra che Apollo, penetrato nell’antro di Mercurio, vi scoprì molto oro e argento. Questa grotta che porta in seno i metalli preziosi venne raffigurata nei libri alchemici con fini incisioni e immaginata secondo l’iconologia della caverna che accoglie il tesoro dei sette metalli/pianeti. Cesare della Riviera scrive con cura sull’argomento e precisa che la porta per accedere a quel “celeste dono” si trova in Oriente, indicazione che ricorre anche ne La Bugia; concomitanza questa che lascerebbe supporre una dipendenza dello scritto del Palombara da quello di Cesare della Riviera, in considerazione anche del fatto che quest’ultimo tratta l’argomento dell’antro di Mercurio con una specificità che analogamente ricorrerà poi nelle pagine di Palombara. Tuttavia la fonte comune sono i Lithica di Orfeo, nei quali si parla del dono fatto da Zeus ai mortali per liberarli da ogni male: esso è custodito nell’antro mercuriale ed accessibile solo agli uomini saggi, pii e puri. E’ qui necessario ricordare che la base speculativa della dottrina espressa dal Palombara con la parabola dell’antro di Mercurio ha le sue radici nella cosmologia del Corpus Hermeticum, quando si spiega che la materia del mondo creato è immortale e di forma sferica, e che all’interno di tale sfera vi sono rinchiuse come in un antro le qualità di tutte le specie. La caverna diviene pertanto un’immagine del mondo, al c
ui interno per il Palombara si cela il tesoro della Natura, il lapis che guarisce e dona l’immortalità. (…) La prima è di rilevare quanto il simbolismo “ad Oriente” concordi con una tradizione diffusissima, pagana e cristiana, che vuole nel sorgere orientale del sole un indiscutibile segno dell’intelligenza divina che dipana le tenebre dell’ignoranza umana, la traccia quotidiana della primordiale epifania luminosa e della sapienza”. E non può sfuggire il fatto che la stessa grotta dei Tre filosofi poggia il proprio roccioso dorso a Oriente.
Clemente Alessandrino racconta che Pitagora fu iniziato dagli egiziani alla filosofia mistica in luoghi sotterranei (adyta) Le biografie di Pitagora (Porfirio, Vit. Pythm 9; Giamblico De vita pyth, 27) tramandano che il filosofo aveva scelto un antro isolato come “casa della filosofia”
Secondo gli alchimisti, la sostanza perfetta di questo mondo è il metallo solare, l’oro immortale. "
https://www.stilearte.it/pittura-e-alchimia-cosa-significa-la-grotta-nei-quadri/
Clemente Alessandrino racconta che Pitagora fu iniziato dagli egiziani alla filosofia mistica in luoghi sotterranei (adyta) Le biografie di Pitagora (Porfirio, Vit. Pythm 9; Giamblico De vita pyth, 27) tramandano che il filosofo aveva scelto un antro isolato come “casa della filosofia”
Secondo gli alchimisti, la sostanza perfetta di questo mondo è il metallo solare, l’oro immortale. "
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Stile Arte - Archeologia, Arte Antica e Contemporanea
Pittura e alchimia, cosa significa la grotta nei quadri
L’antro di Giorgione è uno dei topoi delle raffigurazioni ermetico-alchemiche. La concezione della nascita di Gesù come allegoria della Grande opera. Il ricercato equivoco che vuole suggerire e negare la presenza dei tre Magi
Mia piccola ipotesi.
Ignazio di Loyola era un Basco
Quindi era membro dell'ultima "razza" discendente dagli atlantidei
Nel suo testo "Insegnamenti spirituali" essendo un membro dei gesuiti riporta insegnamenti Tibetani Buddisti e Sciamanici.
Credo che il PDF mandato pochi giorni fa possa davvero aiutarci a proseguire la nostra ricerca per risvegliare il "Vril" o come preferite chiamarlo.
"pneuma" "Illuminazione" ecc....
Ignazio di Loyola era un Basco
Quindi era membro dell'ultima "razza" discendente dagli atlantidei
Nel suo testo "Insegnamenti spirituali" essendo un membro dei gesuiti riporta insegnamenti Tibetani Buddisti e Sciamanici.
Credo che il PDF mandato pochi giorni fa possa davvero aiutarci a proseguire la nostra ricerca per risvegliare il "Vril" o come preferite chiamarlo.
"pneuma" "Illuminazione" ecc....
Tutto è uno
Tutto è musica
Tutto è vibrazioni
Tutto è in te
E tu sei tutto
Tutto è musica
Tutto è vibrazioni
Tutto è in te
E tu sei tutto