🧮 SULL'ARITMOSOFIA DELLE BUCOLICHE DI VIRGILIO 🧮
<< Un’ulteriore peculiarità “aritmosofica” degna di nota delle dieci Bucoliche virgiliane si deve rintracciare nella loro struttura simmetrica, formata da quattro coppie contrapposte tra loro (I-IX, II-VIII, III-VII, IV-VI) formando «una specie di “basilica” che culmina nella V egloga e nella trasfigurazione celeste di Dafni/Cesare» in quella conclusiva. Le suddette simmetrie derivano da una concezione pitagorica e rappresentano varî gradi di purificazione a cui il questuante deve sottoporsi nel suo incontro con il Sacro e nella sua ascesa al mondo cosmico degli dèi: si va dalle «prove della terra» (I-X) a quelle dell’«amore» (II-VIII), della «musica liberatrice» (III-VII) e delle «rivelazioni sovrannaturali» (IV-VI).
In più, sommando la quantità dei versi delle singole egloghe si scopre che le cifre ottenute si basano sul numero 666, numero solare sia nella tradizione romana che in quella cabalistica, e sui suoi multipli. La somma dei versi dei primi due gruppi di egloghe (I-IX e II-VIII), così come quella dei due seguenti (III-VII e IV-VI) dà in entrambi i casi 333, e quindi la somma complessiva dei versi di questi otto componimenti dà 666. La somma dei versi delle due egloghe rimaste (la V e la X, rispettivamente di 90 e 77 versi) dà invece 167, che è la quarta parte arrotondata di 666 (666 ÷ 4 = 166,666 periodico). La cifra di 666 si ritrova anche nell’analisi numerologica dell’attributo di Caesar Novus Deus in lettere greche (abbreviato in Καίσαρ Ν. θεος). Lo stesso numero, com’è risaputo, ricorre nell’Apocalisse giovannea in una accezione esclusivamente negativa, ma D’Anna sottolinea come «indica parimenti la fine di un ciclo e la distruzione del cosmo», oltre che la sua già menzionata valenza solare. A tal proposito citiamo l’Autore, che definisce con chiarezza il profilo sacrale ed escatologico dell’aritmosofia degli Antichi:
« […] 666 è la cifra di alcuni cicli celesti ed in particolare di quelli solari nel loro rapporto coi cicli cosmici: 666 poggia sul numero triangolare 36 che designa la decima parte del cerchio celeste, non certo per caso corrispondente al numero dei Decani che reggono ognuno 10 gradi di questo speciale cerchio. In questo caso specifico il numero 666 è il risultato di un computo alla cui base c’è sempre 36 (6 x 6), oppure suoi multipli e sottomultipli: 18 + (108 x 6) = 666. A sua volta 108 = 36 x 3 è un numero universalmente diffuso che si ritrova in tutte le civiltà superiori in relazione al ciclo cosmico del pianeta Saturno, il re dei primordi e dell’età aurea che […] ha un ruolo fondamentale nell’opera virgiliana. »
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<< Un’ulteriore peculiarità “aritmosofica” degna di nota delle dieci Bucoliche virgiliane si deve rintracciare nella loro struttura simmetrica, formata da quattro coppie contrapposte tra loro (I-IX, II-VIII, III-VII, IV-VI) formando «una specie di “basilica” che culmina nella V egloga e nella trasfigurazione celeste di Dafni/Cesare» in quella conclusiva. Le suddette simmetrie derivano da una concezione pitagorica e rappresentano varî gradi di purificazione a cui il questuante deve sottoporsi nel suo incontro con il Sacro e nella sua ascesa al mondo cosmico degli dèi: si va dalle «prove della terra» (I-X) a quelle dell’«amore» (II-VIII), della «musica liberatrice» (III-VII) e delle «rivelazioni sovrannaturali» (IV-VI).
In più, sommando la quantità dei versi delle singole egloghe si scopre che le cifre ottenute si basano sul numero 666, numero solare sia nella tradizione romana che in quella cabalistica, e sui suoi multipli. La somma dei versi dei primi due gruppi di egloghe (I-IX e II-VIII), così come quella dei due seguenti (III-VII e IV-VI) dà in entrambi i casi 333, e quindi la somma complessiva dei versi di questi otto componimenti dà 666. La somma dei versi delle due egloghe rimaste (la V e la X, rispettivamente di 90 e 77 versi) dà invece 167, che è la quarta parte arrotondata di 666 (666 ÷ 4 = 166,666 periodico). La cifra di 666 si ritrova anche nell’analisi numerologica dell’attributo di Caesar Novus Deus in lettere greche (abbreviato in Καίσαρ Ν. θεος). Lo stesso numero, com’è risaputo, ricorre nell’Apocalisse giovannea in una accezione esclusivamente negativa, ma D’Anna sottolinea come «indica parimenti la fine di un ciclo e la distruzione del cosmo», oltre che la sua già menzionata valenza solare. A tal proposito citiamo l’Autore, che definisce con chiarezza il profilo sacrale ed escatologico dell’aritmosofia degli Antichi:
« […] 666 è la cifra di alcuni cicli celesti ed in particolare di quelli solari nel loro rapporto coi cicli cosmici: 666 poggia sul numero triangolare 36 che designa la decima parte del cerchio celeste, non certo per caso corrispondente al numero dei Decani che reggono ognuno 10 gradi di questo speciale cerchio. In questo caso specifico il numero 666 è il risultato di un computo alla cui base c’è sempre 36 (6 x 6), oppure suoi multipli e sottomultipli: 18 + (108 x 6) = 666. A sua volta 108 = 36 x 3 è un numero universalmente diffuso che si ritrova in tutte le civiltà superiori in relazione al ciclo cosmico del pianeta Saturno, il re dei primordi e dell’età aurea che […] ha un ruolo fondamentale nell’opera virgiliana. »
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Da parte sua, la struttura della sola IV Egloga che in questa sede è quella di nostro maggiore interesse si basa sul «ritmo numerico scandito dal Settenario, dai numeri costitutivi e dai suoi multipli». I 63 versi complessivi che la compongono sono il risultato della moltiplicazione di 7 x 9 — i numeri sacri per antonomasia rispettivamente di Apollo (che era detto Hebdomagetês, «Signore del Sette») e della gemella Diana/Lucina […]. In più, l’egloga si può dividere in due parti: la prima, che è una specie di prologo che contiene l’annuncio della profezia del ritorno dell’età aurea e della nascita del Puer divino, di 14 versi (7 + 7); la seconda, che ne traccia i tratti caratteristici fondamentali, di 49 (7 x 7).
Il numero sette era visto nell’aritmosofia antica ellenica e più in generale indoeuropea, e soprattutto storicamente dai Pitagorici, simbolo di perfezione e compiutezza in quanto indivisibile e perciò «non generato»: ciò ne rendeva possibile la corrispondenza con Athena, la dea Vergine della Sapienza che era venuta all’esistenza direttamente dalla mente di Zeus, nonché con Phánēs Protogonos, il «primo nato» della cosmogonia orfica, senza quindi essere stato generato da alcun dio. Ma il sette era pure sacro a Saturno, in quanto nella cosmologia arcaica il suo astro dominava sul «Settimo cielo», il più elevato dei «cerchi» che formavano il cosmo e quindi il più prossimo al Nord assiale in cui era pensato dimorare il Logos/Luce, dio dell’Origine, presso il «Fuoco centrale». Forse anche in virtù di ciò il sette era anche visto come imāgo dell’«attimo culminante nel quale si ricompone la molteplicità del tempo e dal quale scaturiscono i diversi ritmi dell’esistenza».
Sette sono, oltre ai cieli della cosmologia arcaica, i colori dell’arcobaleno che nascono dal bianco primevo (l’albore degli albori), che ritroviamo nei “luciferini” Quetzalcoatl dei Toltechi e degli Aztechi, il «Serpente Arcobaleno», e Melek-Ta’us, l’«Angelo Pavone», la più elevata potenza divina della tradizione religiosa degli Yazidi mediorientali; sette sono le note musicali su cui si dipana l’Armonia delle Sfere suonata dalla lira apollinea e dal flauto di Pan; sette i giorni della settimana. Giamblico notò come, secondo la tradizione pitagorica, «accade che molte cose nei cicli cosmici e intorno alla terra, astri, animali e piante abbiano il loro compimento nel numero sette».
Partendo da una prospettiva comune alla nostra, D’Anna può concludere che «nell’annuncio profetico che Virgilio evidenzia nell’egloga, tali suoi caratteri ne fanno la signatura della perfezione che si realizzerà nell’età aurea, il simbolo dell’armonia e della “pienezza” originaria, il ritmo che scaturisce dalla rotazione celeste che riporterà l’intera sfera cosmica in un rapporto quasi “verticale” col proprio centro astronomico, con quel Polo la cui costellazione più caratteristica, il Gran Carro, ha proprio sette stelle […]». >>
— Marco Maculotti, L'Angelo dell'Abisso. Apollo, Avalon, il Mito Polare e l'Apocalisse, Axis Mundi Edizioni 2022, cap. V §3
Da parte sua, la struttura della sola IV Egloga che in questa sede è quella di nostro maggiore interesse si basa sul «ritmo numerico scandito dal Settenario, dai numeri costitutivi e dai suoi multipli». I 63 versi complessivi che la compongono sono il risultato della moltiplicazione di 7 x 9 — i numeri sacri per antonomasia rispettivamente di Apollo (che era detto Hebdomagetês, «Signore del Sette») e della gemella Diana/Lucina […]. In più, l’egloga si può dividere in due parti: la prima, che è una specie di prologo che contiene l’annuncio della profezia del ritorno dell’età aurea e della nascita del Puer divino, di 14 versi (7 + 7); la seconda, che ne traccia i tratti caratteristici fondamentali, di 49 (7 x 7).
Il numero sette era visto nell’aritmosofia antica ellenica e più in generale indoeuropea, e soprattutto storicamente dai Pitagorici, simbolo di perfezione e compiutezza in quanto indivisibile e perciò «non generato»: ciò ne rendeva possibile la corrispondenza con Athena, la dea Vergine della Sapienza che era venuta all’esistenza direttamente dalla mente di Zeus, nonché con Phánēs Protogonos, il «primo nato» della cosmogonia orfica, senza quindi essere stato generato da alcun dio. Ma il sette era pure sacro a Saturno, in quanto nella cosmologia arcaica il suo astro dominava sul «Settimo cielo», il più elevato dei «cerchi» che formavano il cosmo e quindi il più prossimo al Nord assiale in cui era pensato dimorare il Logos/Luce, dio dell’Origine, presso il «Fuoco centrale». Forse anche in virtù di ciò il sette era anche visto come imāgo dell’«attimo culminante nel quale si ricompone la molteplicità del tempo e dal quale scaturiscono i diversi ritmi dell’esistenza».
Sette sono, oltre ai cieli della cosmologia arcaica, i colori dell’arcobaleno che nascono dal bianco primevo (l’albore degli albori), che ritroviamo nei “luciferini” Quetzalcoatl dei Toltechi e degli Aztechi, il «Serpente Arcobaleno», e Melek-Ta’us, l’«Angelo Pavone», la più elevata potenza divina della tradizione religiosa degli Yazidi mediorientali; sette sono le note musicali su cui si dipana l’Armonia delle Sfere suonata dalla lira apollinea e dal flauto di Pan; sette i giorni della settimana. Giamblico notò come, secondo la tradizione pitagorica, «accade che molte cose nei cicli cosmici e intorno alla terra, astri, animali e piante abbiano il loro compimento nel numero sette».
Partendo da una prospettiva comune alla nostra, D’Anna può concludere che «nell’annuncio profetico che Virgilio evidenzia nell’egloga, tali suoi caratteri ne fanno la signatura della perfezione che si realizzerà nell’età aurea, il simbolo dell’armonia e della “pienezza” originaria, il ritmo che scaturisce dalla rotazione celeste che riporterà l’intera sfera cosmica in un rapporto quasi “verticale” col proprio centro astronomico, con quel Polo la cui costellazione più caratteristica, il Gran Carro, ha proprio sette stelle […]». >>
— Marco Maculotti, L'Angelo dell'Abisso. Apollo, Avalon, il Mito Polare e l'Apocalisse, Axis Mundi Edizioni 2022, cap. V §3
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∴ Sogni nel deserto del tempo ∴
»2 Da parte sua, la struttura della sola IV Egloga che in questa sede è quella di nostro maggiore interesse si basa sul «ritmo numerico scandito dal Settenario, dai numeri costitutivi e dai suoi multipli». I 63 versi complessivi che la compongono sono il…
William Blake, “The Great Sun”
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« L’uomo che, infine, intravede la possibilità della metafisica, del rapporto immediato con Dio, non ha altro desiderio che liberarsi dell’ipoteca cosmica: il giudeo-cristianesimo consegna la natura (e con essa il tempo) nella mani dell’uomo. La Genesi è chiara nell’investitura dell’uomo a luogotenente di Dio nell'universo (I, 26): “Facciamo l’uomo secondo la nostra immagine, come nostra somiglianza, affinché possa dominare sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”; ancora (IX, 1 - 3): “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. Il timore di voi e il terrore di voi sia in tutte le fiere della terra, in tutti i volatili del cielo. Tutto ciò che striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono dati in vostro potere. Ogni essere che si muove e ha vita sarà vostro cibo; tutto questo vi do, come già l’erba verde”. Il mondo è ormai ridotto a “un bell’orologio che il Signore regalò al padre Adamo”, per usare un’efficace espressione di Giorgio de Santillana. L’esistenza è in pieno potere dell'uomo: è l’uomo. In essa l'uomo è il padrone assoluto o, tutt’al più, essa è sopportabile nella misura in cui prepara a Dio: il tempo consegnato all’uomo è comunque un esercizio, una preparazione al tempo (anzi al non-tempo) di Dio: ma nessun altro, a parte l’uomo, vi ha potere.
Dunque, da un certo punto in avanti, l’uomo si disfa anche di Dio, e se si eccettuano le saltuarie parentesi di “religione positivistica”, in vigenza di una liturgia sulle possibilità infinite della scienza (presto smentite), l’uomo si scopre solo, terribilmente solo nel vasto universo che ha ormai perso il proprio centro. L’uomo si scopre abbandonato fuori dal tempo cosmico (kòsmos = ordine), e non c’è da rallegrarsi: la sua essenza temporale (essenza che gli si rivela nel suo essere perituro, mortale), egli non può scrollarsela di dosso (dove sono i poteri della scienza, in tal caso?). Da ciò l’atteggiamento esistenziale nei confronti del tempo: non più una grandezza misurabile e “visibile” nel periodico passare delle stelle (ora del tutto obliate), ma un variare al variare del soggetto: l’uomo è il tempo. Prima di Heidegger, le scoperte di Einstein avevano dato una base scientifica a questo soggettivismo cronologico: il tempo in sé non esiste. Esso varia a seconda di come il soggetto si pone in conseguenza degli eventi che vi si svolgono. Il tempo è affare umano, anzi, individuale. Per questo, la condizione d’esserci, che è la temporalità, non può essere dimostrata, né mostrata: l’uomo “sorge” con il tempo, è esser-gettato (Geworfenheit), un po' come già gli gnostici andavano affermando: “Il riferimento primario all’esserci è l’esserlo”. Ma l’esserci autentico, che appare non appena ci si sia liberati dalle sovrastrutture che ci ingabbiano (l’esistenza inautentica), non appena sorgiamo con la temporalità, è ciò che costituisce la possibilità d’essere estrema: la morte. La temporalità non è altro che essere-per-la-morte: ontologia tanatologica. »
- Andrea Casella, "La Macchina del Tempo. Saggio sulla Cosmoteologia Arcaica", Axis Mundi Edizioni 2023, cap. II
Dunque, da un certo punto in avanti, l’uomo si disfa anche di Dio, e se si eccettuano le saltuarie parentesi di “religione positivistica”, in vigenza di una liturgia sulle possibilità infinite della scienza (presto smentite), l’uomo si scopre solo, terribilmente solo nel vasto universo che ha ormai perso il proprio centro. L’uomo si scopre abbandonato fuori dal tempo cosmico (kòsmos = ordine), e non c’è da rallegrarsi: la sua essenza temporale (essenza che gli si rivela nel suo essere perituro, mortale), egli non può scrollarsela di dosso (dove sono i poteri della scienza, in tal caso?). Da ciò l’atteggiamento esistenziale nei confronti del tempo: non più una grandezza misurabile e “visibile” nel periodico passare delle stelle (ora del tutto obliate), ma un variare al variare del soggetto: l’uomo è il tempo. Prima di Heidegger, le scoperte di Einstein avevano dato una base scientifica a questo soggettivismo cronologico: il tempo in sé non esiste. Esso varia a seconda di come il soggetto si pone in conseguenza degli eventi che vi si svolgono. Il tempo è affare umano, anzi, individuale. Per questo, la condizione d’esserci, che è la temporalità, non può essere dimostrata, né mostrata: l’uomo “sorge” con il tempo, è esser-gettato (Geworfenheit), un po' come già gli gnostici andavano affermando: “Il riferimento primario all’esserci è l’esserlo”. Ma l’esserci autentico, che appare non appena ci si sia liberati dalle sovrastrutture che ci ingabbiano (l’esistenza inautentica), non appena sorgiamo con la temporalità, è ciò che costituisce la possibilità d’essere estrema: la morte. La temporalità non è altro che essere-per-la-morte: ontologia tanatologica. »
- Andrea Casella, "La Macchina del Tempo. Saggio sulla Cosmoteologia Arcaica", Axis Mundi Edizioni 2023, cap. II
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∴ Sogni nel deserto del tempo ∴
« L’uomo che, infine, intravede la possibilità della metafisica, del rapporto immediato con Dio, non ha altro desiderio che liberarsi dell’ipoteca cosmica: il giudeo-cristianesimo consegna la natura (e con essa il tempo) nella mani dell’uomo. La Genesi è chiara…
Salvador Dali, "The Persistence of Memory", 1931
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Ecco i pazzi. I disadattati. I ribelli. I disturbatori.
I pioli rotondi nei fori quadrati.
Quelli che vedono le cose in modo diverso.
Non amano le regole.
E non hanno rispetto per lo status quo.
Puoi citarli, non essere d'accordo con loro, glorificarli o diffamarli.
L'unica cosa che non puoi fare è ignorarli. Perché cambiano le cose.
Spingono avanti la razza umana.
E mentre alcuni potrebbero vederli come i pazzi, noi vediamo il genio.
Perché le persone che sono abbastanza pazze da pensare di poter cambiare il mondo, sono quelle che lo cambiano per davvero.
- Rob Siltanen.
I pioli rotondi nei fori quadrati.
Quelli che vedono le cose in modo diverso.
Non amano le regole.
E non hanno rispetto per lo status quo.
Puoi citarli, non essere d'accordo con loro, glorificarli o diffamarli.
L'unica cosa che non puoi fare è ignorarli. Perché cambiano le cose.
Spingono avanti la razza umana.
E mentre alcuni potrebbero vederli come i pazzi, noi vediamo il genio.
Perché le persone che sono abbastanza pazze da pensare di poter cambiare il mondo, sono quelle che lo cambiano per davvero.
- Rob Siltanen.
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