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∴ Sogni nel deserto del tempo ∴
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"Conosci te stesso" - Oracolo di Delfi.
“Il dubbio è l'inizio della conoscenza.” - Cartesio.
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Lightning colliding with a volcanic eruption over Chile.
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Affresco di Ade ("Aita", a destra) e Persefone ("Φersipnei", al centro) che guidano una processione. Tomba di Orco II, Tarquinia, Italia.
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Copertina album Temple Of Noise (AKTYUM)
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Forwarded from brainsink
Jerzy Jędrysiak
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https://youtu.be/tTMZuBM6hRI

One Consciousness · E-Clip
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«La pietra è inscindibile da Saturno, come testimonia anche il betilo di Delfi, costituito dalla pietra ingurgitata e poi vomitata da Kronos. Si dice che anche la pietra nera della Ka’ba, custodita da Hobal, nell’Arabia preislamica, avesse la stessa funzione. Normalmente Hobal viene accostato a Saturno, tanto più che l’idolo del dio era in tempi preislamici posto sulla bocca di un pozzo, ora prosciugato, detto al-Akhsaf, a destra dell’ingresso del santuario.
Il fatto che nel Corano compaiano esplicite condanne del politeismo e, in particolare, della triade femminile delle popolazioni del Hijaz, e manchi invece qualsiasi riferimento al Signore della Ka’ba, ha fatto ipotizzare a Wellhausen (1887) che Hubal e Allah costituissero una medesima divinità e non è mancato chi ha suggerito che il nome della divinità meccana potesse rappresentare
l’arabizzazione del dio arameo Ba’l.
Da notare che Hobal era raffigurato come un vecchio con arco e sette frecce, dalle virtù oracolari, al pari di Apollo a Delfi e di Shani in India. Ibn Abi Najih riferisce che ai tempi del restauro dei Quraysh, sopra il pozzo di al-Akhsaf vi era un serpente che faceva la guardia agli oggetti di valore che vi venivano gettati in offerta alla Ka’ba. Questo serpente aveva la particolarità di essere bicolore, bianco e nero, e di avere “la testa simile a quella di un capretto”. La testa caprina di questo serpente (un travestimento mitico di Hobal, evidentemente) rimanda al dio-capra Enki-Ea, “Signore della Profondità Acquea”, mentre il corpo anguiforme e il suo bicromismo ne rivelano una certa qual duplicità saturnina che ne risalta le caratteristiche “tifoniche”.
Ma c’è dell’altro, poiché il racconto prosegue con la cattura del serpente da parte di un’aquila, che lo afferra per la testa e lo trasporta via. Si ha qui la riproposizione di un’immagine tradizionale (così come lo è quella del “drago” a guardia di un tesoro): quella dell’aquila e del serpente, diffusa dal Mesoamerica all’Europa, dove si può rinvenire perfino su un capitello del XII secolo della cattedrale di Saint Benoît-sur-Loire e sulle monete del popolo dei Carnuti. Tale immagine è un asterismo preciso: la costellazione dell’Aquila che, posta al di sopra dello Scorpione (il cui surrogato è il Serpente dell’Ofiuco), sembra tenerlo fra gli artigli. Il Serpente dell’Ofiuco è un classico sostituto dello Scorpione nella regione australe che rappresenta l’ingresso dell’Ade nel centro galattico. Si tratta di Saturno (di cui lo Scorpione è esaltazione, considerando la Bilancia come le sue Chele) nel suo aspetto terrifico. Non dimentichiamo, peraltro, che il Serpente è il corrispondente eclittico del Drago polare.
Tornando a Hobal, a detta di al-Biruni l’idolo presente sul pozzo aveva la funzione di “impedire all’acqua di salire”; finalità, quindi, del tutto identica a quella rivestita dallo Eben Shetiyyah di Yahweh, a Gerusalemme. Ezechiele, durante una visione, vede le acque di un fiume scorrere sotto la soglia della Casa di Dio. Classica è, del resto, la tradizione (riportata da al-Azraqi) per cui la Ka’ba sarebbe un frammento di materiale solidificato (una certa quantità di spuma) galleggiante sulle acque primigenie. Le sue fondamenta, esattamente come quelle del Tempio di Gerusalemme o quelle del tempio di Ninurta a Kalhu (Nimrud), affonderebbero nelle più riposte profondità, fino al “livello delle acque”. In alcuni testi sumerici si dice che anche l’eccelsa casa di Enki è costruita sull’Abisso. Sempre secondo al-Azraqi, la Ka’ba sarebbe fondata “nella settima terra, la più bassa”.
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A completamento di questo quadro-topos, per cui alcune pietre sono usate come chiavistello per arrestare lo sgorgare incontrollato delle acque abissali, pare opportuno segnalare gli strani nomi e le funzioni attribuiti ad alcuni menhir del nord della Francia. Nel suo I giganti e il mistero delle origini, Louis Charpentier segnala, presso Mont Saint-Michel, un menhir che i locali denominano Pierre Bonde, “Pietra-Tappo”, “e di esso si dice che ‘tappi l’entrata dell’abisso’. Togliendolo, le acque dell’abisso allagherebbero i terreni”; un altro è chiamato La Clé, “La Chiave”, “in grado, sembra, di girare su se stesso; ma girandolo si aprirebbe un varco alle acque”; inoltre, “a Saint-Samson, vicino a Rance, il menhir di La Thiemblaye è uno dei tre tappi dell’inferno (lì si trova una delle tre chiavi del mare, perché le altre due sono andate perdute o sono finite nelle mani di una strega). Girando la pietra il mare fuoriuscirebbe ribollendo, e sarebbe il diluvio”. Perfino certi dolmen della zona del Caucaso, costruiti come scrigni la cui serratura è riempita da una chiave a forma di tappo, ripropongono queste immagini»
- Andrea Casella, "La Macchina del Tempo. Saggio sulla Cosmoteologia Arcaica", Axis Mundi Edizioni 2023, cap. XIII
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By Gazingoutwards on IG

Portion of IC1396
Forwarded from brainsink
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Statua magica di Pa-Maj: si tratta di una statua ricoperta di immagini di divinità e con inciso uno scongiuro contro il veleno di serpente e scorpione.
Nello scongiuro, il nome del committente (Pa-Maj) sostituisce quello del dio Horus, a cui era tradizionalmente demandato il detto compito. Così facendo il proprietario della statua era evocato deificato.
La statua era sita in un luogo pubblico, in modo che il popolo potesse provare dei supposti poteri taumaturgici.
Museo Archeologico di Napoli, Collezione Borgia.
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«Viviamo su una placida isola d’ignoranza in mezzo a neri mari d’infinito e non era previsto che ce ne spingessimo troppo lontano.
Le scienze, che finora hanno proseguito ognuna per la sua strada, non ci hanno arrecato troppo danno: ma la ricomposizione del quadro d’insieme ci aprirà, un giorno, visioni così terrificanti della realtà e del posto che noi occupiamo in essa, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di una nuova età oscura.»

(Howard Phillips Lovecraft, Il richiamo di Cthulhu)
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Civiltà Evoluta 2.0
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L'universo in una mano
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"... guidare l’immaginazione umana verso l’esterno, per portarla nella vasta eternità dei cosmi e lontano da tutte le introversioni ed introspezioni”(C.A. Smith, 1932)
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La fine dei tempi
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Forwarded from Solitary Individual
. . . in a strange land, on the borders of Chymerie . . . the god of sleep made his house . . . which of the sun may naught have, so no man may know aright the point between day and night. . . Round about there is growing on the ground, poppy which is the seed of sleep . . . a still water . . . runs upon the small stones . . . which gives great appetite for sleep. And thus full of delight the god of sleep has his house.

[John Gower]
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« Analoga a Ogigia/Siria è la patria dello stesso Odisseo, Itaca, nel cui nome sarebbe insita l’idea del “centro” (dall’ebraico tōk = “al centro di”, tāwĭk = “il centro”), e che è sede dell’Antro delle Ninfe, riproduzione micoscopica del cosmo, dotato delle canoniche porte solstiziali, di cui l’una, verso Borea (ianua inferni), è per gli uomini, l’altra, verso Noto (ianua coeli), è per gli dei, e non la varcano i primi. Nel più profondo della sua cavità, l’antro appare come un’altra versione della sede di Kronos-Saturno. All’interno di esso fanno mostra di sé “crateri e anfore di pietra, dove le api serbano il miele”. Strano materiale per queste stoviglie, che sembra rimandare a tempi preceramici.
In essi è serbato del miele, che Porfirio, citando una fonte orfica, riconnette a Kronos addormentato: “In Orfeo, poi, Kronos è insidiato col miele da Zeus: [questi] infatti, pieno di miele, diventa ebbro e, ottenebrato come da vino, si addormenta”. Il miele era il cibo degli dei fin dall’età delle pietra, e precedette sia l’ambrosia che il vino, portato da Dioniso, tanto che il verbo usato per l’espressione “placare gli dei” è μειλίσσω, derivante da μέλι, “miele”, così come dalla stessa parola deriva μέλος, la melodia che blandisce gli dei. La beatitudine degli dei è oggettivata nel miele, che induce in Kronos il κῶμα, la messa tra parentesi del fluire temporale. Il miele “ha la capacità di purificare e conservare: infatti molte cose si mantengono incorrotte col miele e le vecchie ferite si purgano col miele. È dolce al gusto, e raccolto nei fiori dalle api, le quali avviene nascano dai buoi”. Stranissima notizia, questa delle api che nascerebbero dai buoi (tori). L’enigma è forse risolto dallo stesso Porfirio:
“Gli antichi erano soliti chiamare api anche le sacerdotesse di Demetra, preposte come dee terrene alle iniziazioni, e la stessa Kore, Mellita. E ape chiamavano la Luna, quale protettrice della generazione, anche perché per altro aspetto la Luna è Toro, e l’esaltazione della Luna avviene [nel] Toro, e, in più, le api nascono dai buoi. E nate da buoi [chiamavano] le anime giunte nella generazione, e ladro di buoi il dio che ode nel secreto il divenire“.
“Mielose”, “dolci come miele” erano in particolare le divinità infere (che Orfeo, da parte sua, blandisce col melos); miele doveva essere offerto anche ad Arianna, Signora del Labirinto, edificio immagine degli inferi con al centro il sole nascente, il Minotauro. Secondo Graves, i termini greci legati all’apicoltura sono di origine cretese (kerinthos = apicoltura; kerion = setaccio da miele; kerinos = cereo), e avendo essi in comune il radicale ker- rimandano all’idea del “destino”, della “triste sorte”, del “fato”. Modificandosi definitivamente in Keres, le dee del fato, Ker “deve essere stata la dea ape cretese, una dea della Morte nella Vita. Parimenti la dea tebana in forma di sfinge è detta da Eschilo (I sette contro Tebe, 777) ‘Ker che rapisce gli uomini’”. Il Dioniso finnico, Lemminkäinen, che era stato fatto a pezzi e annegato, venne riportato in vita da sua madre (una sorta di Demetra) grazie a un miele prodigioso procuratole da un’ape nelle Pleiadi, facenti parte, come noto, della costellazione del Toro. Il Kalevala, nel Runot XV (si tratta dei versi 507 - 524), dice che l’ape, superate le Pleiadi, giunse nei magazzini del Creatore (questo, almeno, il termine adottato dal traduttore Paolo Emilio Pavolini), dove in quantità sono stipate anfore e pentole d’oro e d’argento, nelle quali bolle il miele che, una volta pronto, stilla all’esterno sotto forma di balsamo e unguento. »
- Andrea Casella, "La Macchina del Tempo. Saggio sulla Cosmoteologia Arcaica", Axis Mundi Edizioni 2023, cap. XV
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