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Savino Balzano
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Quando mi sento incerto, il mio metodo è questo: indago su come la pensano #Giannini, #Augias, #Scurati e compagnia cantante. E vado dall’altra parte. Generalmente — a parte rarissime eccezioni — mi trovo benissimo.

Questa storia di disertare #PiuLibriPiuLiberi è semplicemente ridicola: hanno reso nota al pubblico di tutto il Paese una casa editrice che conoscevano in pochissimi e, grazie agli #Zerocalcare e ai #Raimo di turno, ora venderanno molti più libri.

A me un pochino puzza come strategia: mi sembra leggermente controproducente. Non credo siano stupidi; semplicemente strumentalizzano l’#antifascismo, pensando che qui siamo tutti fessi, per farsi un po’ di tristissima pubblicità.

Non mi risulta che Pertini abbia mai suggerito di escludere qualche casa editrice da un festival.

Posso dirlo? Mi mettete una tristezza infinita.

C'è una cosa che accomuna tutti questi alfieri della libertà e della democrazia: finiscono sempre col suggerire di tappare la bocca a qualcuno.

#BattitoriLiberi: dal lunedì al venerdì alle 17, su Radio Cusano.
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Sentite cosa dice questa qui, Nathalie #Tocci. Quella che le azzecca tutte. Fidatevi: non ve la potete proprio perdere.

Parla di libertà, di democrazia, e sostiene che le idee sbagliate si contrastano con altre idee, con la cultura, eccetera. Fin qui tutto bene — stranamente tutto bene, dirà qualcuno — ma ascoltate fino in fondo dove va a parare. Ascoltate fino alla fine, fidatevi.

A un certo punto dice di voler fare un parallelo, forse “improprio”, anticipa lei stessa: «pensate a un virus». Si combatte col vaccino, nel lungo periodo. Ma intanto, dice, potrebbero essere necessarie misure di emergenza, di contenimento.

Cioè: democrazia, sì. Confronto di idee, certo. Ma nel lungo periodo. Nell’immediato potrebbe essere necessaria una misura draconiana: escludere, mettere a tacere qualcuno.

Ed è perfetto il suo parallelo, altro che improprio! Perché richiama alla memoria un periodo della nostra storia molto simile a quello che viviamo: un periodo in cui chi provava a mettere in discussione ciò che proponevano certe autorità veniva ostracizzato, umiliato, esposto al pubblico ludibrio.

E questa sarebbe una di quelle che affermano di voler difendere la libertà dall’oscurantismo russo.

Lo ripeto ancora una volta, fino allo sfinimento: una cosa accomuna tutti questi alfieri e queste valchirie della democrazia. Propongono sempre, paradossalmente (ma nemmeno troppo), di tappare la bocca a qualcuno. Sono la sublimazione della peggiore ipocrisia. Eppure, sempre in prima serata.

Vi vogliono costringere ad essere liberi. Vi ricorda nulla?

#BattitoriLiberi: dal lunedì al venerdì alle 17, su Radio Cusano.
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C’era da aspettarselo: si è levato lo sdegno dei vari picernini che popolano il Paese. Come osa #Trump, la sua Amministrazione e gli Stati Uniti? Come osano sostenere che l’#Europa – per via dell’Unione Europea – abbia tradito la sua essenza, la sua identità?

Sapete perché si sono incavolati così tanto gli europiattisti da cui siamo letteralmente appestati? Per una ragione semplicissima: la Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense, su di noi, dice la pura e semplice verità.

L’#UE è una piaga per l’Europa.

Siamo noi quelli che hanno inventato la democrazia? Ne saremmo il baluardo? Bene: l’UE è la negazione stessa della democrazia. È un sistema di ingegneria istituzionale totalmente asservito alla tecnocrazia e ai poteri finanziari. Nulla che sia nell’interesse dei Popoli. La Commissione finanzia la stampa che fa da grancassa alla propaganda unionale, preme perché certe forze politiche non emergano, perché ne vengano arrestati i leader, perché vengano annullati i risultati elettorali sgraditi. Ormai la gente viene arrestata per ciò che pensa, per ciò che scrive.

Siamo noi gli inventori dello stato sociale? Dell’equità, della giustizia sociale? Dovremmo difenderli con le unghie e con i denti, perlomeno? Bene: l’UE persegue da sempre una sola strategia, quella di distribuire le risorse dal basso verso l’alto, di affamare i propri cittadini, falcidiando il welfare e modellando i sistemi economici all’insegna dell’iniquità.

Saremmo anche i custodi della pace? Ma chi, noi? Quelli che stanno convertendo l’intera industria del continente per produrre armi e per salvare quella tedesca? Inventando nemici immaginari e alimentando uno scontro internazionale che rischia di metterci tutti nei guai seri? Chi inventa nemici per rafforzare la propria leadership marcia fino al midollo?

Siamo i sostenitori del politicamente corretto, della cancel culture e di tutto ciò che è utile a smantellare la nostra identità millenaria. È vero!

Questo siamo. E chi oggi sbraita lo fa per un motivo vecchio come il mondo: la verità brucia, e brucia soprattutto chi ha fatto di una menzogna la propria identità politica.

#BattitoriLiberi: dal lunedì al venerdì alle 17, su Radio Cusano.
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Oggi vi parlo della Legge Ferrea Legge dei Sinistri: «dicesi sinistro colui il quale, indicata la via da intraprendere, induce le masse a imboccare quella opposta».

Che in effetti, a pensarci bene, è esattamente il contrario di quello che un tempo faceva la #sinistra: quando parlava Berlinguer, parlava Berlinguer. Quando parlano i sinistri, la gente digrigna i denti e si tappa le orecchie, disturbata.

Gli intellettuali dovrebbero anticipare i tempi, spiazzare, sorprendere: mai essere banali. Prendete #TomasoMontanari: quello che dice è prevedibile cento puntate prima che apra bocca. Gli intellettuali dovrebbero essere sintonizzati con la gente, capirla, raccontarle la realtà. Cosa fa invece #Montanari? Ogni giorno, in una trasmissione diversa, in prima serata, ti ripete che al governo ci sono i fascisti e che non siamo più in democrazia.

Indovinate qual è la casa editrice che ha visto esplodere le vendite ultimamente? Non si sfugge, ragazzi miei: è la legge ferrea dei sinistri. Il regalo più grande che si potesse fare a Giorgia #Meloni.

#BattitoriLiberi: dal lunedì al venerdì alle 17, su Radio Cusano.
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Ieri un momento sublime, letteralmente sublime. Una vera e propria liberazione.

De Angelis: «al documento di #Trump l’#Europa dovrebbe rispondere col Piano Draghi».
Segue una risata straordinaria di Marco Travaglio.

Quella risata ha rappresentato, davvero ne sono sicuro, tantissima gente per bene che è stufa di sentire sciocchezze.

Penso però che il momento più esilarante sia arrivato con la risposta del ferito #DeAngelis: «non capisco cosa ci sia da ridere». Non lo capisci? Dici sul serio?

Solo in Italia uno come #Draghi potrebbe essere assunto a modello. Solo da noi uno come lui può ancora essere indicato come punto di riferimento. È davvero emblematico della decadenza politica e culturale del nostro Paese, ma soprattutto di quella del nostro “giornalismo” (le virgolette immaginatele così marcate da bucare il foglio).

Al di là del giudizio morale che si può nutrire del figuro — dal Britannia alla macelleria sociale imposta alla Grecia, fino alla lettera della BCE del 2011 con cui condannava il suo stesso Paese al declino — il problema è un altro: riguarda l’affidabilità tecnica del personaggio. Sì, perché a te potrebbe anche stare antipatico sul piano etico, morale o politico, ma se fosse un genio te lo potresti pure far andare bene. Insomma, se le azzeccasse tutte, per quanto ideatore del “pilota automatico” (evoluzione del vincolo esterno: quanto di più lontano possa esserci dalla democrazia), uno potrebbe persino dire: "oh, non mi piace per nulla, ma nelle sue mani siamo al sicuro".

Il problema è che non ne azzecca una. Stiamo parlando di quello che diceva che chi non si vaccinava faceva fuori se stesso e gli altri. Di quello che sosteneva che il green pass ci metteva tutti al sicuro. È quello che ci chiedeva di scegliere tra i climatizzatori e la pace in #Ucraina. È lo stesso che, all’Onu, raccontava che i nostri pacchetti di sanzioni stessero mettendo in ginocchio l’economia russa. È uno che, in un Paese serio, non lo starebbe a sentire più nessuno: lo triterebbero. Invece qui gli facciamo gli applausi.

Ed è pure un pentito di professione: dalla sua tesi di laurea, in cui spiegava come l’euro (riporto liberamente) fosse una cacchiata; alle posizioni sull’auto elettrica in Europa, prima sostenuta e poi definita insostenibile. È quello che in audizione al Senato ha spiegato che l’avvizzimento dei salari fosse dovuto alle strategie europee di compressione della domanda interna (da lui sempre suggerite). Ultimamente propone politiche espansive, sì, ma gli investimenti mica nello stato sociale: negli armamenti.

Ripeto: Draghi non viene presentato come un politico, ma come il migliore degli italiani, come un tecnico straordinario e visionario. Se gli togli l’affidabilità — e io non gli affiderei nemmeno un condominio — che cosa gli resta, di preciso?

Continuano a presentarcelo come il Messia, uno che viene automaticamente candidato a qualsiasi ruolo: Presidente della Commissione Europea, Segretario Generale della NATO, Quirinale. Ecco, forse quest’ultimo incarico gli calzerebbe a pennello, visti i tempi. Ma ne parliamo solo noi, soprattutto alcuni di noi. Magari qualche giornale finanziato anche con i soldi dell'UE.

All’estero — eccezion fatta per il circoletto tecnocratico eurounitario — non se lo fila nessuno. Ed ecco perché quella risata di #Travaglio rappresenta tanta gente per bene: rappresenta tutti coloro che sono stanchi, esausti, di ascoltare bugie e ricostruzioni semplicemente grottesche, farsesche, ridicole oltre ogni immaginazione. Tocca ridergli in faccia, infatti: questo meritano.

Ecco, De Angelis, presumo che il motivo della risata fosse questo. Ma potrei anche sbagliarmi.
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Solo in Italia uno come #Draghi può essere ancora preso a modello. Solo qui può essere indicato come punto di riferimento, quasi un faro. È l’ennesimo segnale della decadenza politica e culturale del Paese, e soprattutto del nostro “giornalismo”: le virgolette immaginatele così marcate da lasciare il segno sul foglio.

E il punto non è neppure il giudizio morale sul personaggio: dal Britannia alla macelleria sociale inflitta alla Grecia, fino alla famosa lettera della #BCE del 2011 con cui contribuì a spingere il suo stesso Paese verso il declino. Il vero problema è un altro: la sua presunta affidabilità tecnica.

Perché uno può anche stargli antipatico sul piano etico, politico o umano, ma se fosse un genio potresti pure fartelo andare bene. Se le azzeccasse tutte, uno direbbe: “Oh, non mi piace affatto, ma almeno nelle sue mani siamo al sicuro”.

Il problema è che non ne azzecca una.

Parliamo di quello che sosteneva che i non vaccinati si sarebbero tolti di mezzo da soli e avrebbero fatto fuori gli altri. Di quello che ripeteva che il green pass ci avrebbe messi tutti al riparo. È lo stesso che ci invitava a scegliere tra i climatizzatori e la pace in #Ucraina; lo stesso che all’#ONU assicurava che le sanzioni avrebbero piegato l’economia russa. In un Paese serio uno così non lo starebbe ad ascoltare più nessuno: lo travolgerebbero di critiche. Qui, invece, gli tributiamo pure gli applausi.

E poi è pure un pentito seriale: nella tesi di laurea spiegava — in sostanza — che l’euro fosse una pessima idea; sull’auto elettrica è passato dal sostenerla al definirla insostenibile; in audizione al Senato ha ammesso che l’avvizzimento dei salari è stato causato dalle politiche europee di compressione della domanda interna… politiche che lui stesso ha sempre suggerito. Ora propone politiche espansive, sì, ma indirizzate non allo stato sociale: agli armamenti.

Eppure #MarioDraghi continua a essere presentato non come un politico, ma come il migliore degli italiani, un tecnico straordinario e visionario. Ma se gli togli l’affidabilità — e io non gli affiderei nemmeno un condominio — cosa gli resta, esattamente?

Nonostante tutto, ce lo propinano come una sorta di Messia, uno da candidare automaticamente a qualsiasi incarico: Presidente della Commissione Europea, Segretario Generale della NATO, perfino il Quirinale. E forse quest’ultimo ruolo, considerati i tempi, gli calzerebbe anche a pennello.

Ma a parlarne, alla fine, siamo sempre noi. O meglio: alcuni di noi. Magari su giornali finanziati anche con soldi dell’Unione Europea.
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Con il discorso di ieri, in occasione degli auguri al corpo diplomatico, #Mattarella fa cadere definitivamente il velo, non preoccupandosi nemmeno più di preservare un minimo le apparenze. Il Capo dello Stato – e fanno benissimo Belpietro e La Verità a insistere sul punto – è un soggetto politico a tutti gli effetti, e questo altera gravemente gli equilibri della Repubblica.

Li altera perché il Quirinale dovrebbe essere un’istituzione di mera garanzia, di assoluta imparzialità, custode indefesso della Costituzione e dell’unità nazionale. Tutto il contrario di ciò che fa #SergioMattarella.

Il Capo dello Stato, ieri, è stato chiarissimo: «L’#Europa e l’Italia restano saldamente al fianco dell’#Ucraina e del suo popolo, con l’obiettivo di una pace equa, giusta, duratura, rispettosa del diritto internazionale, dell’indipendenza, della sovranità, dell’integrità territoriale, della sicurezza ucraine».

Cosa vorrebbe dire, esattamente? Sostegno indefesso alle politiche di riarmo europeo? All’agenda imposta da #VonDerLeyen, #Kallas, Kubilius, #Macron e #Merz? Soprattutto, cosa vorrebbe dire “integrità territoriale”? Che la #Russia dovrebbe ritirarsi da tutti i territori ucraini, compresa magari la Crimea? Come ottenerlo, se non con una guerra totale a Mosca? E quando Mattarella critica le logiche bilaterali, fa anche riferimento agli attuali tentativi del Presidente #Trump di addivenire a un cessate il fuoco tra Mosca e Kiev?

Vedete, qui, al di là del merito, il problema è istituzionale e democratico. Dico al di là del merito perché il discorso di Sergio Mattarella è incoerente e fa acqua da tutte le parti.

Ad esempio, il suo richiamo al diritto internazionale, alla sovranità e all’integrità territoriale appare quantomeno imbarazzante, se si torna con la memoria ai gravissimi bombardamenti su Belgrado, costati peraltro la vita a numerosissimi civili e anche a militari italiani impiegati, che negli anni successivi patirono gli effetti delle armi illegali, munizioni all’uranio impoverito, cui si fece ricorso in quelle occasioni. Al tempo, Sergio Mattarella era vicepremier di Massimo D’Alema e, poco dopo, assunse la guida della Difesa.

Peraltro, a leggere le parole di ieri del Presidente della Repubblica, tutto sarebbe cominciato dall’iniziativa “sciagurata” di Putin del 2022. Curioso, se si leggono le quelle pronunciate dallo stesso Mattarella l’11 aprile del 2017: «Abbiamo naturalmente affrontato anche la situazione in Ucraina. (...) e auspichiamo che la Russia eserciti tutta la propria influenza per il consolidamento del cessate-il-fuoco, per una rapida de-escalation e per la stabilizzazione del Paese, richiesta che rivolgiamo a tutti gli attori di quel teatro di crisi». Ma come sarebbe a dire? Non è cominciato tutto nel 2022?

E penso possa essere utile leggere anche cosa scriveva Mattarella il 19 marzo 2018 al Presidente Putin appena rieletto, nonostante il conflitto fosse già in corso (lo aveva appena detto nel 2017, come visto, e nonostante la Russia si fosse già ripresa la Crimea nel 2014): «In occasione della sua rielezione alla Presidenza della Federazione Russa, desidero farle giungere, a nome del popolo italiano e mio personale, cordiali felicitazioni e sentiti auguri di successo nello svolgimento del suo alto mandato. Auspico che anche nel prossimo futuro Mosca e Roma possano continuare a lavorare per identificare soluzioni condivise alle molteplici e complesse sfide che abbiamo di fronte, ribadendo il comune impegno a un dialogo costruttivo della Federazione Russa con l'Unione Europea e con l'Alleanza Atlantica, nel rispetto dei principi e valori che ispirano la convivenza pacifica tra le nazioni. In tale quadro, le eccellenti relazioni di amicizia tra Russia e Italia, (...)

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È davvero avvilente leggere l’analisi che commentatori, opinionisti, intellettuali e giornalisti (immaginate una cascata di virgolette) fanno della posizione di #Conte e #Salvini.

Un noto direttore di telegiornale parla addirittura di partito unico filorusso, di partiti sensibili alle ragioni di #Mosca più di quanto lo siano nei confronti di #Kiev. Per essere sensibili alle ragioni ucraine, presumo sia necessario lavorare per il massacro definitivo dei loro giovani.

Si parla spesso – e molto frequentemente proprio in relazione a questi due partiti – di populismo. A prescindere dal fatto che ritenga il populismo cosa buona, certe semplificazioni sono tipiche dei demagoghi in malafede: gente priva di qualsiasi onestà intellettuale, spinta dal semplice intendimento di circuire il pubblico. Di ingannare proprio coloro che ascoltano quelle parole alla ricerca di ciò che ingenuamente ritengono essere informazione (un oceano di virgolette).

Le persone, però, sanno benissimo come stanno davvero le cose. La gente è stufa di chi ha ancora il coraggio di propinare, in momenti di massimo ascolto televisivo, il Piano #Draghi, suscitando giustamente una risata. E ha altrettanta nausea per una propaganda – perché di questo si tratta, propaganda pagata a suon di milioni di euro – europeista, che prova a far sentire inadeguato e quasi barbaro chiunque nutra un fisiologico e naturalissimo euroscetticismo.

Si continua a farneticare di fascismi, di estremismi: #Trump presentato come il male assoluto. Quando però il Segretario Generale della #NATO, lo scendiletto antitaliano Mark #Rutte, ci dice che dobbiamo essere pronti alla guerra e alle sofferenze dei nostri nonni, nessuno suggerisce di chiamare la neuro e sottoporlo – come sarebbe assolutamente opportuno – a un TSO.
E lo stesso vale per molte altre esternazioni, ormai così tante da non poterle riportare tutte, a opera di altre vette del pensiero come #VonDerLeyen, #Kallas, Kubilius, #Macron, #Merz, #Tusk, #Zelensky e così via. Addirittura i cessi d’oro in #Ucraina vengono presentati da qualcuno come segnale della salubrità anticorruttiva del Paese, come se nessuno sapesse che certe indagini sono state condotte dagli Stati Uniti.

E la questione di fondo è proprio questa: è davvero nell’interesse dell’Ucraina insistere con la strategia in atto? Il nervosismo dei supporter di #Calenda e #Picierno sarebbe comprensibile se le scelte fatte finora fossero state quelle suggerite dalle piazze per la pace. Uno potrebbe giustamente incazzarsi e dire: "Finora abbiamo fatto come dite voi, i risultati sono miserrimi, adesso si cambia". Ma il punto è che fino a oggi abbiamo fatto tutto quello che suggeriva il grande partito della guerra (semplificazioni per semplificazioni).

Il risultato è – come tutta la gente dotata di senno prevedeva – la catastrofe per Kiev e l’impoverimento dei popoli europei. Ricordo che dissi le stesse cose negli studi di diMartedi, a maggio 2022, suscitando l’indignazione dei presenti, in particolare quella di Antonio #Caprarica. Non mi hanno più invitato.

Diverso è se si ipotizza che certi esponenti politici, invece di fare gli interessi della gente comune a cui chiedono il voto, rappresentino in realtà chi da questo conflitto sta ricavando enormi profitti. Sotto la scialba retorica della guerra per la democrazia e la libertà – peraltro alimentata da chi, alla fine della fiera, propone sempre di tappare la bocca a qualcuno – si nasconderebbero propositi ben più meschini.

E dunque torno all’inizio. Questo bipolarismo è completamente spanato.
Salvini, sperando tenga duro, sul tema della guerra e del riarmo non ha nulla da spartire con #Tajani e poco con #Meloni. Lo stesso vale per Conte col PD (con chi comanda davvero lì dentro). La guerra è il tema più importante di tutti: in caso di scontro nucleare, ad esempio, immagino che il salario minimo legale rileverebbe assai poco. Non pretendo di risvegliare il moto che portò alla formazione di un esecutivo che, (...)

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Ricordo che #Calenda – subito dopo un memorabile scontro televisivo – pubblicò un post su X con il quale chiedeva un parere al suo folto pubblico su come fosse andato. Una domanda aperta, per certi versi apprezzabile, cui però poteva seguire qualsiasi risposta. Insomma, se chiedi, devi accettare anche il responso. Commentai semplicemente: «per me ti hanno asfaltato». Quella fu la mia ultima risposta alle domande di #CarloCalenda: mi bloccò.
Forse lo urtarono le centinaia e centinaia di like che ricevetti. Evidentemente, in molti l’avevano vista come me.

Che senso ha rivangare un episodio di mesi fa? A mio avviso denota un metodo, un metodo preciso. Sì, perché a me colpisce (si fa per dire) sempre una cosa: questi che dicono di essere gli alfieri della democrazia, della libertà, i cavalieri senza macchia e senza paura che si scagliano contro l’oscurantismo delle oligarchie, hanno come metodo preferito quello di tappare la bocca a chi non la pensa come loro. È curioso, un contrappasso per contrasto: difendono la democrazia facendoti tacere. In effetti, altri, prima di loro, ipotizzarono la costrizione alla libertà. Così dicevano in Francia: «vi costringeremo a essere liberi». Poco dopo vennero il Terrore e la ghigliottina.

I loro bimbi, fateci caso, come automi tirano fuori ogni due per tre il Paradosso della Tolleranza di Popper e pensano di stare a posto così. Cercano una base teorica alla loro intolleranza, ma sanno manco chi fosse, Popper. Lo scambiano per l'omonima sostanza, temo.

Carlo vede putiniani ovunque e tutti devono essere messi a tacere. Qualche settimana fa si è incazzato con #Formigli perché ha invitato Jeffrey #Sachs a Piazza Pulita. Lo sanno tutti che è putiniano: l'economista è arrivato persino a sostenere che ci fosse lo zampino statunitense nel rovesciamento di #Yanukovych. Roba da matti! Quando mai gli Stati Uniti hanno interferito con le scelte politiche di altri Paesi?

Anche D’Orsi, per Calenda, è da mettere a tacere: ha osteggiato in tutti i modi che il Professore, per una vita titolare di cattedra a Torino e stimatissimo storico, tenesse una conferenza. Senza contare altri putiniani d’eccellenza, a cominciare da Orsini che, nel 2018, per dissimulare la sua passione per il Cremlino, suggeriva in audizione al Senato di non ritirare le sanzioni contro Mosca. Recentemente l’attacco a Di Battista, colpevole di aver pubblicato un testo dal titolo "La Russia non è il mio nemico". Calenda suggerisce di indagare i suoi rapporti con #Putin.

Anche #Barbero nel mirino. Nel 2021 già pensava di lui: «Uno storico capace che dice castronerie di proporzioni cosmiche senza vergognarsene. Barbero. C’è da domandarsi cosa stia accadendo agli intellettuali in questo paese. Sembrano diventati tutti Cacciari. Boh».

Avete Capito bene: Calenda che pensa di potersi confrontare con Barbero e Cacciari: "boh", appunto.

Da ultimo propone lo scudo democratico: si fermino le ingerenze russe e cinesi. Su quelle europee in #Romania, invece, disco verde e avanti tutta. Recentemente ha anche dichiarato che la Lega sia un asset di Putin nella politica italiana. Strano, visto che il partito di #Salvini (sbagliando) continua a votare con la maggioranza per proseguire lo stillicidio di Kiev contro Mosca. Speriamo la smetta, infatti. Curioso modo di investire, da parte di Putin. Non credete?

Sentite come suona questa dichiarazione del 2016 (dopo l’annessione della Crimea del 2014), rilasciata a una giornalista russa da un ministro italiano a San Pietroburgo: «c’è il Presidente del Consiglio, c’è il ministro dello Sviluppo economico, ci sono le grandi imprese, le banche. Più di così non potevamo portare: dovevamo traslocare il Colosseo poi». Quel ministro si chiamava Carlo Calenda.

Insomma, un ginepraio di contraddizioni e ipocrisie questa idea di democrazia che pare suffragare. Ma, dopotutto, a proposito del Terzo Polo con Matteo #Renzi, ha detto: «ci ho creduto tanto da metterci il mio nome sul simbolo, pensa che pirla».
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Ieri il Presidente #Mattarella è intervenuto con un altro discorso memorabile. Questa volta alla Conferenza degli Ambasciatori.

C’è chi – giustamente – ha sottolineato quanto ipocrita sia stata la denuncia verso una #Russia che «con la forza ridefinisce i confini in #Europa». Gli è stato ricordato ciò che ha contribuito a combinare nella guerra del Kosovo, senza alcuna autorizzazione dell’ONU, nel 1999. Ma sono cose che abbiamo già straripetuto.

C’è invece un altro passaggio, davvero incredibile, sul quale mi pare assai più interessante indugiare. #SergioMattarella dice: «Pericolose attività di disinformazione tendono ad accreditare una presunta vulnerabilità delle opinioni pubbliche dei Paesi democratici. Cercano di affermarsi inediti ma opachi centri di potere – di fatto sottratti alla capacità normativa e giurisdizionale degli Stati sovrani e degli organismi sovranazionali. Centri di potere dotati di vaste capacità di influenza sui cittadini e, con esse, sulle scelte politiche». Oh bella! Niente di meno? C'è da aver paura!

Peccato che nello stesso intervento in cui denuncia oscure interferenze informative a fini propagandistici, dimentica accuratamente che proprio di recente è emersa una storia clamorosa: quella dell’Unione Europea che finanzia sistematicamente ONG, think tank, associazioni, progetti "civici" e media per promuovere sé stessa, contrastare l’euroscetticismo e orientare il dibattito pubblico, il tutto sotto le etichette rassicuranti (per i pochi reduci fessi) di "valori europei" e "lotta alla disinformazione" (v. The Eu’s propaganda machine di Thomas Fazi).

Una vera e propria propaganda per procura, documentata nero su bianco: fondi pubblici a soggetti formalmente indipendenti affinché "rafforzino la fiducia nell’UE", "contrastino narrazioni critiche", "correggano" l’informazione. Il tutto fuori da qualsiasi mandato democratico diretto. Roba da Orwell.

Alla faccia dei "centri di potere": una parte consistente dell’informazione europea, che da anni fa da gran cassa alle narrazioni della Commissione, alterando il dibattito democratico nei singoli Paesi, è pagata dalla stessa Commissione... coi soldi nostri.
Non serve citare testate: basta guardare ai meccanismi di finanziamento, ai contratti di comunicazione, alle campagne mediatiche affidate a grandi agenzie che poi redistribuiscono risorse a giornali e piattaforme. E poi i beneficiari sono facili da individuare: basta leggere la spazzatura che pubblicano.

Parliamo di centinaia di milioni di euro l’anno spesi dall’UE in comunicazione. Soldi che finiscono in contenuti sponsorizzati, progetti editoriali, format "educativi", coperture "istituzionali". Tutto legale, tutto opaco. Un’informazione che seleziona, amplifica, silenzia. Che trasforma politiche fallimentari in scelte inevitabili. Che spaccia il dissenso per "disinformazione" e il conformismo per "responsabilità europea". Uno schifo.

E qui arriviamo al vero paradosso: noi paghiamo tutto questo.
Paghiamo gli effetti delle politiche scellerate dell’UE, dal taglio allo Stato sociale alle sanzioni autolesionistiche contro la Russia, e paghiamo anche la propaganda necessaria a convincerci che vada tutto bene.
In altre parole: paghiamo la merda e paghiamo pure quelli che ce la spacciano per cioccolata. Contenti così?

Poi ci si chiede perché la fiducia crolli e il dibattito democratico muoia. Colpa della disinformazione russa e i putiniani che infastano il Paese.

Ancora una volta, grazie #PresidenteDellaRepubblica.
E, mi raccomando, tutti a scrivere "menomale che Sergio c'è!".
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La vicenda di #JacquesBaud è davvero sconcertante: la logica è semplice, brigatista: «colpirne uno per educarne cento».
I difensori della democrazia e della libertà vogliono tapparci la bocca. Dove sono quelli che denunciavano la torsione democratica, la capocrazia e la democratura? Dove sono quelli che brandivano il Manifesto di Ventotene (senza averlo mai letto)?

Dobbiamo reagire.

#Baud #UE
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Ieri tanta franchezza con Peter Gomez.

La vicenda delle sanzioni a #JacquesBaud, l’attacco a Limes e a Caracciolo: colpi di coda di una narrazione che cade a pezzi sotto il peso della dura realtà dei fatti. Pur di non ammettere di aver sempre avuto torto, quelli che hanno provato a tacitare chi la pensava diversamente agiscono mortificando i nostri valori liberali e democratici. Ha vinto #Putin?

Il tema dell’informazione, quella vera, del diritto a conoscere. Un confronto da non perdere con #Gomez, che ringrazio.

#BattitoriLiberi: dal lunedì al venerdì alle 17, su Radio Cusano.
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Asset russi? Attaccatevi e tirate forte!

Unione Europea? Tiè!
Ursula von der Leyen? Tiè!
Kaja Kallas? Tiè!
Macron, Starmer, Merz, Tusk? Tiè!

Dobbiamo ringraziare chiunque si sia messo di traverso rispetto a una scelta semplicemente folle, da centro di igiene mentale. Rischiosissima per i Paesi che, autolesionisticamente, continuano a far parte della cloaca chiamata Unione Europea. Dovremmo ringraziare tutti i giorni gente come #Orban.

Avrebbe significato escalation e, soprattutto, comportato un’esposizione economica e finanziaria che di sicuro non possiamo permetterci.
Dovremmo ringraziare chiunque si sia messo di traverso, altro che ostracismo. Se oggi i moderati sono a favore della guerra e delle armi, allora voglio essere un fanatico estremista.

Prossima mossa? Veto sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea: altro che “zona di pace”. Ci manca solo un altro spietato concorrente nella corsa al ribasso dei salari; un ulteriore Stato concorrente che ci faccia guerra sul welfare o sull’accaparramento di capitali. Siamo già pieni di paradisi fiscali nell’UE tanto amata dai moderati stile Mattarella.

Avanti tutta e viva l’unanimità.

#BattitoriLiberi: dal lunedì al venerdì alle 17, su Radio Cusano
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Sergio #Mattarella ha tuonato: «Non ci si può stancare di ripeterlo: una democrazia di astenuti, di assenti, di rassegnati è una democrazia più fragile, e a subirne danno sono i cittadini».

E tutti a baciargli le scarpe, a gareggiare per chi è più bravo a lucidare le suole presidenziali con la lingua. #SergioMattarella è trattato come una divinità reincarnata, tipo Tutankhamon o Ramses. Una roba del genere.

Ma non sarà che il #Quirinale è uno dei maggiori responsabili dell'astensionismo? Il #PresidenteDellaRepubblica, garante del vincolo esterno e del pilota automatico, è tra i responsabili dell’attuale disaffezione e della crisi della democrazia in Italia.

Avessimo un’informazione poco poco decente, di certe contraddizioni gli verrebbe chiesto conto. E invece i clown continuano lo spettacolo: evviva il Presidente! Evviva il Capo dello Stato!
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Mattarella: «Spese per la difesa mai così necessarie, anche se poco popolari».

Una frase a dir poco insultante.

Voi, popolino, gentarella, persone da poco, non sapete di cosa avete realmente bisogno. Siete lì a pensare al cenone di Natale. Lasciate che sia qualcun altro a badare a voi, lasciatevi commissariare dal vincolo esterno e dal suo pilota automatico. Non vi servono i soldi per crescere i vostri figli o per il vostro welfare: ciò di cui avete disperatamente bisogno – senza saperlo – è la difesa comune.

Solo, voi siete troppo sciocchi per capirlo.

Dopotutto, come dice #Zelensky, dopo l’#Ucraina toccherà alla #Polonia. E, come ricorda appunto il leader polacco #Tusk, dovete scegliere tra i soldi oggi... o qualcosa di molto peggio domani.

In tutto ciò, che fine ha fatto la democrazia?

#Mattarella #SergioMattarella #Quirinale #PresidenteDellaRepubblica
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Il giorno dopo le auguste e autorevolissime parole di Sergio #Mattarella, circa l’assoluta concretezza delle minacce russe, si viene a sapere che il #drone sulla sede elicotteri di Leonardo non era russo. Non era nemmeno bielorusso. E manco cinese.

Non solo: si scopre che non era neppure un drone. Era il segnale GSM di una villetta che cercava di migliorare una connessione internet che non andava. Magari era un adolescente disperato che non riusciva a godersi il suo bel pornazzo. Poraccio.

E intanto tutte le nostre più prestigiose testate giornalistiche ci hanno fatto una testa così sui droni di #Putin che sorvolavano la penisola. Va benissimo, Presidente: le minacce sono davvero concrete e reali.

Intanto, #Zelensky prima dice che dopo l’#Ucraina toccherà alla Polonia, poi che i colloqui procedono spediti, poi che si aspetta un massiccio attacco a Natale dalla #Russia e infine che, grazie agli aiuti dell’#UE, aumenta la sua resilienza. Se ti senti meglio ad avere #VonDerLeyen, #Kallas, #Merz e #Macron dalla tua parte, stai ancora più inguaiato di quanto già sembrasse.

E, a proposito di Macron: quello che suggeriva di inviare truppe in Ucraina e di adoperare il suo ombrello nucleare, ha ora cambiato idea. Meglio parlare con il Cremlino.

A me spiace se tutti i furboni con la bandierina ucraina e unionale nella bio se la prendono tanto. Comprendo il vostro imbarazzo e la difficoltà a celare la vergogna, ma non è mica colpa nostra se siete più divertenti di una parodia.

Continuate così, vi prego, non fermatevi.

#BattitoriLiberi: dal lunedì al venerdì alle 17, su Radio Cusano.
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La nuova versione del #Presepe deve contemplare la presenza degli assistenti sociali che provano a portar via Gesù Bambino: pare che nella grotta manchino riscaldamento e acqua calda. Inserite anche una bella capanna con l’insegna “Tribunale dei minori” e sostituite i Re Magi con i Carabinieri.

Quella della #famigliaNelBosco è una storia assurda, che peggiora di giorno in giorno. Le motivazioni a sostegno della decisione sono risibili, il ricorso viene rimandato e, nel frattempo, i bambini restano divisi dalla loro famiglia.

Come cittadini dobbiamo tenere alta l’attenzione su questa vicenda ipocrita, perché è un arbitrio che va sottratto a chi lo esercita. Potrebbe succedere ancora. Anzi: succede già a tantissima gente, e se ne parla pochissimo.

Ne parleremo ancora anche oggi pomeriggio. #BattitoriLiberi: dal lunedì al venerdì alle 17, su@RadioCusano Ne parleremo ancora anche oggi pomeriggio. #BattitoriLiberi: dal lunedì al venerdì alle 17, su Radio Cusano.
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«Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici».

Queste parole di #LeoneXIV, pronunciate in occasione dell’Angelus di Santo Stefano, avevano una portata gigantesca. E ovviamente sono state assai poco commentate, quasi marginalizzate dalla nostra informazione.

La ragione è semplicissima: il rimprovero del #Papa – perché di questo si tratta – era rivolto principalmente a coloro i quali detengono le redini di ciò che definisce il discorso pubblico. I giornali, i telegiornali, i media tradizionali.

E ha perfettamente ragione il Pontefice: tutti quelli che in questi anni hanno previsto quanto sarebbe accaduto e quanto è sotto i nostri stessi occhi ormai da mesi, e ancor di più in queste ore, sono stati insultati, sbattuti in prima pagina e messi al bando, esposti al pubblico ludibrio. Di coloro i quali, per semplice ragionevolezza o buonsenso, sostenevano le ragioni della pace si è fatto un vero e proprio bersaglio propagandistico.

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Pensateci. Quelli che sostengono le posizioni di #Zelensky e del suo governo – l’agenda che fu di #Biden e che ora è di #VonDerLeyen – vengono presentati come irriducibili eroi. Tutti gli altri sono traditori, putiniani (o filoputiniani o filoputinisti: espressioni, peraltro, logicamente e grammaticalmente senza senso. Come dire "filo-comunista" o "filo-fascista": comunista e basta; fascista e basta. No?).

Oggi succede che persino Zelensky ci stia scaricando, allineandosi – come prevedibilissimo – ai dettami statunitensi e sostenendo che il 90% ormai è fatto.

Eppure si continua a parlare a vanvera nei telegiornali delle 20, affermando che chiunque ritenga inutile il perdurare del conflitto sia più sensibile alle ragioni di Mosca e di #Putin. Così dicono: "più sensibile". Gli stessi, magari, che parlavano di "violazione delle acque internazionali": una sorta di diritto internazionale casereccio, da trattoria, elaborato probabilmente in preda ai deliri prodotti dall’alcol.

Le parole di Leone, che peraltro ha ricordato il martoriato popolo ucraino (così lo ha giustamente definito), però restano e pesano come pietre: a essere ridicoli erano coloro i quali sostenevano e sostengono la necessità di vincere militarmente sulla #Russia; che i russi combattessero con pale e microchip, a dorso di muli; che l’#Ucraina fosse parte dell’UE e che fosse necessario scendere in guerra come se fosse anche membro della #NATO; che fosse in atto una guerra di civiltà, con buoni e cattivi divisi dal filo di ferro.

Argomentazioni surreali, erette e pompate fino a toccare il cielo, e che oggi ci crollano addosso, sotterrandoci sotto il peso delle nostre ipocrisie. E ancora qualcuno vaneggia della conferenza di Monaco del ’38, con parallelismi storici semplicemente grotteschi, da circo.

Ma se davvero di civiltà era questa guerra, come giustificheremo a noi stessi, ai nostri figli e al mondo intero di averla persa? Vorrà forse dire che la civiltà stessa muore con un ipotetico accordo? Come proseguiremo il racconto occidentale, adesso, dopo tutte le balle raccontate?

Forse come sempre abbiamo fatto: mentendo, sapendo di mentire.
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C’è un’asimmetria, l’ennesima, quasi esilarante nella sua tragicità. Se un aeroplanino di carta svolazza in qualsiasi città europea è colpa di #Putin, dei russi, della guerra ibrida, e presagisce l’arrivo dei cosacchi nelle nostre città. Qualche poveraccio parlò persino di Lisbona: meglio non dimenticarlo mai.

Ne abbiamo sentite di tutti i colori: i droni sul Lago Maggiore, in Italia, e quello sulla sede di Leonardo in provincia di Varese, poi rivelatosi il segnale GSM di una famiglia che cercava disperatamente di migliorare la propria connessione internet. Ricordo anche l’aereo di Ursula, costretto a un atterraggio di emergenza a causa di un attacco informatico russo, negato persino dai piloti dell’apparecchio stesso. Poi i droni in Polonia, tenuti assieme dal nastro adesivo e dolcemente adagiati sui tetti delle case. Recentemente ho letto su un autorevolissimo giornale, di cui oggi ci si preoccupa di salvaguardare i giornalisti indipendentissimi: «La guerra di Putin uccide in Finlandia: i lupi sconfinano e fanno strage di renne». Non ci credete? Andatevelo a cercare.

Poi accade una cosa: più di novanta droni prendono di mira la residenza privata di Putin e, ovviamente, sorgono mille dubbi e perplessità. Per carità, in guerra la verità assoluta non la conosce mai nessuno: siamo letteralmente inondati di propaganda da una parte e dall’altra. Ma ad apparire leggerissimamente risibile, circense come al solito, clownesco, è il differente metro adottato. Quando a parlare è la propaganda di Kiev, i nostri conduttori di telegiornale sono in ginocchio a ricevere la rivelazione; quando parlano gli altri, emerge tutto il loro giornalismo d’inchiesta, quello che preferisce le domande alle risposte, tutti a schiena dritta. Se parla #Zelensky, si reagisce come fosse la reincarnazione di Churchill; se a parlare e Putin, si parla dello Zar.

Ascoltavo ieri sera, in un TG delle 20, un signore dalla narrazione incerta (uno di quelli che ,dopo ogni parola, hanno bisogno di fare “ehm”, “mhm” e altri suoni simili) domandarsi, con un’espressione davvero intelligente, qualcosa del tipo: «che poi, che senso avrebbe un attacco simile in questa fase dei negoziati?». Oh bella! Che quesito finissimo, quanta arguzia, quanta raffinatezza! Con questa domanda ci si siede letteralmente di culo a terra. E chi potrà mai anche solo tentare di rispondere a una domanda tanto insidiosa?

Proviamoci. E voglio farlo con una scortese risposta sotto forma di un’altra domanda. Comprendo che non sia proprio elegantissimo, ma presumo che in questa circostanza possa risultare proficuo. Ebbene, assai più modestamente e molto meno autorevolmente, oso domandare: immaginate Zelensky, #VonDerLeyen, #Kallas, #Kubilius, #Macron, #Merz, #Starmer e compagnia cantante. Togliete alle loro leadership e alla loro narrazione la guerra. Cosa rimarrebbe di queste assolute nullità, di questi capi senza popolo, di questi politici senza consenso e legittimazione? Cosa resterebbe di molti di loro, peraltro assediati dalla corruzione che li vede protagonisti e che in gran parte li circonda? Cosa resterebbe di un apparato di potere visibilmente compromesso e corrotto?

Nulla, assolutamente nulla. E come giustificare, peraltro, l'immane investimento in "difesa" che arricchisce pochi e affama moltissimi?

Ecco perché, per qualcuno, le trattative in corso rappresentano un pericolo senza precedenti. In ballo c’è la sopravvivenza di un sistema malefico. Il piccolissimo dettaglio è questo: il crollo di quel sistema è proprio quanto di meglio possa accadere per i popoli oppressi che finge di rappresentare.
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Continuano a capitarmi tra i piedi “analisi” a dir poco ridicole. Ascoltavo la direttrice di una rivista, non ricordo il nome, qualcosa come MicroMini, dire che #Trump continua a fare da portavoce a #Putin. A fare i suoi interessi, insomma, sulla falsariga dei poveracci che continuano a ripetere la storiella di un Presidente degli Stati Uniti, l’uomo più potente del mondo, al servizio del capo del Cremlino.

Un suo “asset”: hanno imparato da poco quest’espressione e la ripropinano di continuo, orgogliosi. Trump è “un asset” di Putin. Orgoglioni, così li definisco: quelli orgogliosi delle proprie coglionerie.

Che Trump possa essere al servizio della #Russia è semplicemente ridicolo e solo un lettore di certe testate potrebbe bersela, solo un bimbo euroscemo, un serrapiattista, uno di quelli con la bandierina dell’#Ucraina e dell’#UE nella bio del profilo. Ha imposto all’Unione Europea l’acquisto di armi statunitensi a debito, con un assurdo piano di riarmo voluto dai vertici bellicisti di questa baracca che ci vincola esternamente. Ha inoltre forzato l’aumento delle spese militari dei Paesi membri della #NATO al 5% del PIL. Ci costringe a comprare il suo gas liquido, enormemente più costoso di quello russo. Strategie, mi pare, in evidente contrasto con gli interessi di Mosca.

Tutto questo dopo aver peraltro imposto i dazi sulle nostre esportazioni verso gli Stati Uniti. Non sembra un servo, direi. I servi siamo noi: noi e quelli che portano l’acqua con le orecchie a Ursula #VonDerLeyen (fingendo peraltro di essere di sinistra: la sinistrucola, in realtà, come mi piace chiamarla da sempre). Tanto è vero che alcuni di loro supplicano la Meloni di accoglierli in maggioranza al posto della Lega. Patetici.

Certi opinionisti, commentatori, analisti da discount semplicemente non vogliono ammettere una cosa semplicissima: la Russia ha vinto la guerra. E l’ha vinta non perché l’Occidente ha smesso di sostenere l’Ucraina. Tutt’altro: l’ha vinta nonostante noi. Fino ad oggi, abbiamo fatto tutto quello che dicevano i fessi di guerra: armi e soldi a Kiev, economia e propaganda russofoba e chi più ne ha più ne metta.

Abbiamo fatto quanto desideravano e anche di più: il risultato è quello che abbiamo adesso sotto gli occhi. Putin appare sereno e detta le condizioni; #Zelensky prega affinché l’altro muoia per intercessione della divina provvidenza in occasione del Natale. Diciamo che gli sono rimasti solo i miracoli. E, peraltro, consapevole com’è della situazione, nonostante i suoi bimbi agitati dalle nostre parti, non si lancia tra le braccia amorevoli di Kaja #Kallas: preferisce il bullo statunitense, nonostante quello lo tenga per le palle.

La verità è questa e Trump semplicemente ne prende atto: la Russia ha vinto la guerra e che l’avrebbe vinta lo poteva comprendere chiunque avesse un minimo di sale in zucca fin dal primissimo momento. L’ha strapersa l’Ucraina e l’abbiamo strapersa noi, che abbiamo sbagliato tutto e abbiamo picconato la nostra economia, il potere d’acquisto delle nostre famiglie, la nostra impresa, il nostro stato sociale. L’hanno persa tutti i ciarlatani che in televisione continuavano a farneticare dei successi ucraini sul campo e dei fallimenti dei russi.

Poco importa, per loro: i cialtroni nel nostro dibattito pubblico sono ben accetti. La nostra democrazia è alimentata proprio dai servi che pappagallescamente fanno da portavoce a certe narrazioni e a una specifica propaganda. Non è Trump il pupo: i pupi sono loro.
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Il #discorsodifineanno del Presidente della Repubblica #SergioMattarella era pieno di falle e, soprattutto, di ipocrisie.

Dalla pace allo Stato sociale, fino all’Unione Europea.
#Mattarella parla della nostra sanità, delle nostre pensioni, dello Statuto dei lavoratori e incensa chi ha messo in crisi tutto questo: l’#UE.

Secondo Mattarella, «La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio». Incredibilmente, l’opposto di ciò che quotidianamente difende con le unghie e con i denti: coloro che ci impediscono di fare le nostre scelte, costringendoci a investire in armi.

Il discorso di fine anno è il momento di massima ipocrisia, soprattutto perché i leader politici, consapevoli di queste contraddizioni, gareggiano a chi gli lecca meglio le suole delle scarpe.

Uno spettacolo semplicemente indecoroso.
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