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a cura di Davide Malacaria
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🇷🇺🇷🇺🇺🇸🇺🇸🇺🇦🇺🇦 UMEROV ANNUNCIA NUOVI COLLOQUI USA-UCRAINA. QUALCOSA SI MUOVE

Le trattative sulla guerra ucraina stanno producendo qualche risultato, anche se nulla si sa dei contenuti. A segnalare che qualcosa si muove, al di là delle dichiarazioni ufficiali e dei report (vagamente ottimisti o decisamente pessimisti che siano), è il fatto che subito dopo l’incontro tra i mediatori americani e la delegazione russa guidata da Kirill Dmitriev (successivo al round negoziale Usa-Ucraina di venerdì scorso) Rustem Umerov, a capo della delegazione di Kiev, abbia annunciato un nuovo incontro con i mediatori statunitensi.

Il fatto che le trattative proseguano e che siano tanto serrate significa che le pressioni degli Usa su Kiev perché receda dalle sue posizioni, in particolare sull’irrealistica inviolabilità dell’integrità territoriale, stanno ottenendo qualcosa, un qualcosa su cui Mosca può ragionare in termini di compromesso (probabilmente si sta giocando su quanto territorio rimarrà sotto il controllo dei russi e in quale modalità, usando della variante “zona smilitarizzata”).

Un passo iniziale, dopo i passi falsi pregressi, che magari non porterà da nessuna parte, ma che rappresenta già qualcosa più di zero. Ad alimentare lo scetticismo il fatto che le forze di contrasto sono ancora forti, in America, dove i neocon non demordono, e nell’asservita Europa, mentre la leadership ucraina è dilaniata da scontri intestini che s’intersecano con le pressioni esterne e le inchieste della magistratura, fattori che determinano la posizione di Kiev rispetto alle trattative.

Su quest’ultimo punto val la pena riferire che secondo il Times di Londra Andrij Yermak, il potente capo staff di Zelensky, sarebbe ancora in contatto con Zelensky. In particolare, il media londinese riporta le dichiarazioni del deputato Oleksiy Goncharenko secondo il quale Yermak visita a Zelensky quasi ogni giorno, aggiungendo: “Certo, non ha più l’influenza di una volta, ma sta gradualmente iniziando a recuperarla”.

Il Times si rammarica della resilienza di Yermak, che impedirebbe a Kiev di sperare in una leadership più votata al bene della nazione, e ricorda che Zelensky, “nel suo primo anno da presidente, ha infranto le promesse elettorali nominando 15 persone con un passato da comici in posizioni di governo, nove dei quali sono stati poi licenziati”.

Mai il Times aveva accennato a queste risibili – nel senso letterale – nomine e colpisce l’acredine verso Zelensky, sempre trattato da eroe…


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1951: L'ATTENTATO ALLA SINAGOGA DI BAGHDAD CHE CAMBIÒ LA STORIA

“Il 4 gennaio 1951 una forte esplosione devastò la sinagoga Masouda Shem-Tov, nel cuore di Baghdad. ‘La sinagoga è stata bombardata da una casa vicina. Sono riuscito a fuggire con il resto della folla, circa 600-700 persone che sono fuggite in preda al panico’, raccontò Ezra Naim, un ebreo emigrato dall’Iraq, a un giornalista del Davar un paio di settimane dopo. La voce che circolava all’epoca tra gli ebrei di Baghdad era che degli emissari di Israele avessero lanciato la granata nella sinagoga. ‘Lo avevo sentito dire anche da poliziotti e funzionari governativi’, ha detto Naim. ‘Molti ebrei di Baghdad e di altre città sono (ora) chiusi nelle loro case, pregano molto e aspettano l’immigrazione'”.

“Il resoconto del 19 gennaio sul Davar fu sepolto in ultima pagina, quasi perso tra una miriade di altri articoli. Ma la possibilità che degli agenti israeliani avessero lanciato la granata nella sinagoga, uccidendo quattro persone e ferendone decine, nel corso degli anni ha fatto infuriare e tormentato molti immigrati dall’Iraq” in Israele.

“Sebbene le autorità irachene abbiano arrestato tre attivisti sionisti in seguito all’attacco, due dei quali furono giustiziati, lo Stato di Israele ha a lungo negato qualsiasi coinvolgimento nell’attentato, così come in altri quattro attacchi contro la comunità ebraica di Baghdad avvenuti tra il 1950 e il 1951”. Così Nirit Anderman su Haaretz del novembre scorso.

Gli ebrei di Baghdad non furono convinti da tali smetite continua la Anderman. “Anche dopo il loro arrivo in Israele, molti di essi sostennero per decenni che i responsabili di questa esplosione – un evento considerato il catalizzatore della grande ondata di immigrazione ebraica irachena in Israele durante l’Operazione Ezra e Neemia degli anni ’50 – fossero emissari dell’establishment israeliano piuttosto che dei nemici della comunità”.

“Israele avrebbe potuto facilmente dissipare la nebbia che circondava la querelle su chi avesse lanciato quella granata pubblicando le conclusioni delle inchieste ufficiali sull’attentato. Invece…


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FLORIDA: I SUMMIT PARALLELI SU UCRAINA E GAZA

In questi giorni a Miami gli incontri paralleli sulla guerra ucraina e sul destino di Gaza (nello specifico il summit Usa- Egitto-Qatar-Turchia), a conferma che si tratta di conflittualità che corrono in parallelo. Altro indizio in tal senso la visita, negli stessi giorni, del senatore Lindsey Graham (nella foto) in Israele, dove domenica ha incontrato Netanyahu.

Graham è ormai diventato il portavoce ufficiale dei neoconservatori, dopo John McCain e John Bolton (per citare gli ultimi), da cui l’importanza delle sue dichiarazioni votate, al solito, a incendiare il mondo.

Il senatore è una cartina di tornasole delle aspirazioni dei neoconservatori Usa, i cui cuori, sempre che ne abbiano uno, sono votati alla realizzazione della Grande Israele, della quale Netanyahu e il profeta.

Di interesse, quindi, l’intervista che ha rilasciato al Timesofisrael, nella quale ha dichiarato che Hamas non disarmerà né verrà disarmato dalla Forza di stabilizzazione internazionale che dovrebbe stanziarsi nella Striscia, per concludere: “Se non si disarmano in modo credibile, allora scatenate Israele contro di loro”, epilogo in realtà auspicato; inoltre, ha aggiunto che se è vero che l’Iran sta espandendo il suo programma missilistico e ripristinando il suo programma nucleare, “sarebbe nel nostro interesse nazionale colpirlo ora”.

Inutile aggiungere che ne aveva anche per Hezbollah: “Vorrei che gli Stati Uniti prendessero parte alle operazioni militari, con i suoi aerei, contro Hezbollah, se questo fosse necessario per eliminarli”.

Nello stesso giorno, le minacce alla Russia: ha esortato Trump a “sequestrare” le petroliere della sua flotta ombra e a emanare “sanzioni paralizzanti” contro i Paesi che la sostengono.

Insomma, Netanyahu e neocon rilanciano la loro…


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NATALE COL GENOCIDIO: LA CAMPAGNA RED CANDLE, LIGHT FOR PALESTINE

Natale triste per Gaza e per quanti nel mondo non chiudono gli occhi alla tragedia che vi si sta consumando. Un Natale con genocidio, che rinnova lo strazio per la strage degli innocenti che scandisce queste festività, a riprova che il male del mondo non nasce oggi, anche se il volto che ha manifestato nella Striscia ha pochi paragoni nella storia.

Orrori che non hanno fine. Gli aiuti continuano ad arrivare col contagocce e i medici di Gaza hanno lamentato che Israele non fa passare nemmeno i beni sanitari essenziali, condannando a morte persone. Mentre il freddo invernale continua a mordere le carni e a uccidere per assideramento e la pioggia a imperversare sulle tende tirate su alla buona.

Quando non sono i proiettili a ghermire vite, lo fanno gli stenti, il freddo, la fame, le malattie. E ora Tel Aviv ha emenato una direttiva che impedirà alle Ong non registrate in Israele di operare nella Striscia dopo la fine dell’anno….

In questo Natale tanto travagliato, che pure sollecita i cuori all’impensabile speranza, pubblichiamo ampi brani di uno scritto di Fares Abraham, nativo di Betlemme e fondatore di Levant Ministries, pubblicato su Middle east eye.
“Nella Grotta della Natività, due bambini palestinesi, Layna e Jivan, hanno acceso una candela rossa al posto della solita candela bianca, dando il via alla campagna Red Candle, un atto di solidarietà con le famiglie sofferenti di Betlemme, di Gaza e di tutta la Palestina”.

“Il momento era discreto, quasi nascosto, ma il simbolismo era inequivocabile: il mondo che canta di Betlemme ogni dicembre non sempre vede il luogo che conosciamo noi”…


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🇷🇺🇷🇺🇺🇸🇺🇸🇺🇦🇺🇦 UCRAINA: IL DIETROFRONT DELL'EUROPA E IL RILANCIO DEL TERRORE

“A mio parere, Putin non intende scatenare una guerra mondiale su vasta scala contro la NATO”. Così il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius. Dopo aver detto che la Germania deve essere pronta ad affrontare la Russia nel ’29, specificando: “Ci sono segnali premonitori, non si tratta solo di scenari astratti: la Russia si sta preparando per un’altra guerra” e che quella del 2025 potrebbe esser stata l’ultima estate pacifica dell’Europa, ha ritrattato.

Un segnale che, insieme ad altri, anzitutto l’apertura di Macron a un rinnovato dialogo con la Russia, indica che il pressing americano sull’Europa – che si è cristallizzato nel durissimo post di Tulsi Gabbard nel quale il Capo dell’intelligence nazionale accusava la leadership della Ue di “alimentare l’escalation bellica” per trascinare gli Usa in una “guerra diretta contro la Russia” – inizia ad aver ragione sulla follia dilagata nel Vecchio Continente in questi ultimi tempi.

Sono ancora segnali, non una convinzione consolidata, da cui la cautela riguardo le conseguenze sulle trattative di pace che negli ultimi giorni si sono fatte più serrate, altro segnale positivo. Ma gli attentati a Mosca, quello dl 22 dicembre che ha ucciso un generale e quello di ieri che ha ucciso due agenti della polizia stradale e un civile, indicano che il partito della guerra globale prosegue nella sua campagna.

Ma l’uso del Terrore più che una dimostrazione di forza appare un segnale di debolezza. Certo, il partito della guerra vuole dimostrare che può colpire impunemente nel cuore della Russia – e qui va specificato che l’intelligence ucraina non ha tali capacità, da cui il necessario ausilio di intelligence straniere – ma sperare che tali azioni dimostrino la debolezza di Mosca, e che quindi si può continuare la guerra perché non è ancora persa, o che la Paura induca i leader di Mosca o l’opinione pubblica russa ad addivenire a più miti consigli è semplicemente sciocco.

Né serve a prendere tempo, ché il tempo ormai per l’Ucraina si è fatto breve: il fronte si sta sfaldando a un ritmo sempre…


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🇷🇺🇷🇺🇺🇸🇺🇸🇺🇦🇺🇦 TRUMP-ZELENSKY: LO SCONTRO SUL DESTINO DEL DONBASS

Il vertice tra Trump e Zelensky è andato secondo le previsioni: qualche significativo passo avanti su questioni che in precedenza apparivano dirimenti, nulla sul nodo cruciale, il destino del Donbass, sul quale tutto sta o cade.

Trump al solito, ha palesato ottimismo, anche se ha evitato l’enfasi dei precedenti round negoziali (ha fatto tesoro del passato). E la telefonata di due ore con Putin, che ha preceduto l’incontro con Zelensky, indica la sua determinazione a chiudere la guerra. Trump ha parlato di una conversazione produttiva con lo zar, aggiungendo che questi vuole davvero un accordo e che addirittura vorrebbe un “successo” dell’Ucraina.

Un’aggiunta significativa, vera o meno che sia: per raggiungere un accordo è necessario che non sia percepito come una vittoria della Russia. Deve in qualche modo essere rivenduto come un successo dell’Ucraina. D’altronde, la propaganda potrebbe far passare un’intesa come una prova della resilienza dell’Ucraina, capace di logorare la Russia tanto da costringerla a piegarsi.
È più o meno la sostanza dell’intervista rilasciata di Kyrylo Budanov il 27 dicembre a Suspilne.

Secondo il capo dell’intelligence militare ucraina la Russia avrebbe subito danni notevoli in questo conflitto, in particolare nel settore energetico, e peraltro sarebbe stata costretta a destinare il 46% delle sue risorse complessive alle necessità belliche. Ciò l’avrebbe indotta ad adire al negoziato.

Detto questo, Budanov ammette che la Russia è troppo potente, da cui la necessità anche per Kiev di cercare a un compromesso (da notare, un passaggio dell’intervista: “Né l’Iran né la Corea del Nord hanno…



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🇺🇸🇺🇸🇮🇱🇮🇱 TRUMP - NETANYAHU: L'INUTILE INCONTRO E LE MINACCE ALL'IRAN

L’incontro tra Netanyahu e Trump ha fatto notizia più che altro per la boutade di quest’ultimo, secondo il quale il presidente israeliano Isaac Herzog era pronto a dare la grazia al premier israeliano sotto inchiesta e per la subitanea smentita di Herzog.
Per il resto, non sembra ci siano novità di rilievo, al di là delle usuali quanto, al momento, aleatorie minacce trumpiane: contro Hamas, contro Hezbollah e contro l’Iran.

Nulla è trapelato di ufficiale sull’inizio della fase due del cosiddetto cessate il fuoco (mentre i palestinesi continuano a morire di stenti inflitti); né sull’eventuale arrivo della forza di stabilizzazione arabo-islamica; né sulla tempistica e sulle modalità del disarmo di Hamas o altro riguardante Gaza.

L’unica indicazione di rilievo la riferisce Axios: “Trump e i suoi principali collaboratori hanno chiesto a Netanyahu di cambiare politica nella Cisgiordania occupata”. Una sollecitazione che difficilmente avrà un seguito.

La vacuità dell’incontro è fotografata da un articolo di Jonathan Lis su Haaretz, nel quale si annota che, “sebbene a Trump siano state poste domande sull’attualità, le sue risposte sono state evasive […] Il presidente ha ripetutamente liquidato i giornalisti con un “ne riparleremo”, lasciando intendere che le parti non hanno realmente la stessa opinione sugli affari correnti”.

Divergenze, scrive Lis, sulle quali i due…


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L'ASSERITO ATTACCO A NOVGOROD: IL SILENZIO ASSORDANTE DELL'OCCIDENTE

La querelle sull’attacco alla residenza di Putin a Novgorod, negato da Zelensky, non potrebbe essere più importante data la posta in gioco. Eppure tutto è lasciato nell’ambiguità, alle interpretazioni giornalistiche, che in Occidente hanno dato vita a una corale che riecheggia il diniego ucraino: è tutta un’invenzione di Putin per far deragliare i negoziati di pace.

Nessuna voce ufficiale si è levata per confermare o smentire, a parte Trump che di fatto ha accreditato quanto gli ha detto Putin nel corso di una conversazione telefonica, anche se ha aggiunto che l’America avrebbe verificato.

Un silenzio paradossale: la Nato, nonché le intelligence Usa e britannica, che monitorano a tutti i livelli l’Ucraina, sanno perfettamente se l’attacco c’è stato o meno. E di certo ne hanno riferito ai loro leader. E nessuno parla.

Nel silenzio, le forzature usuali della propaganda di guerra, come ad esempio quella della Reuters, rilanciata un po’ da tutti, sull’intervista dell’ambasciatore Usa alla Nato Matthew Whitaker, che avrebbe “messo in dubbio” le denunce dei russi. In realtà, l’ambasciatore si è limitato a dire che “non è chiaro” quanto avvenuto rimandando la querelle a una verifica dell’intelligence occidentale.

L’unica indiscrezione di alto profilo è arrivata dalla Francia, dove una asserita fonte, ovviamente anonima, vicina a Macron ha confidato ai media che “non ci sono elementi sufficienti a corroborare l’accusa di Mosca”. Indiscrezione che di fatto mina la…


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🇾🇪🇾🇪🇾🇪🇾🇪 YEMEN: RIAD SVENTA LA MANOVRA DESTABILIZZANTE EMIRATINA

La durissima presa di posizione dell’Arabia Saudita contro l’espansionismo degli Emirati Arabi Uniti in Yemen, e il successo nel rintuzzarlo, ha una rilevanza geopolitica primaria, dal momento che la manovra emiratina aveva il tacito sostegno di Israele, con cui Abu Dhabi condivide gli accordi di Abramo.

Non solo uno stop verbale quello saudita, ma un attacco militare vero e proprio, con i jet di Riad che hanno bombardato due navi cariche di armi al porto yemenita di Al-Mukalla, costringendo gli Emirati a ritirare le sue truppe dal Paese e ad abbandonare momentaneamente al proprio destino il Consiglio di transizione meridionale (STC), entità yemenita sotto il suo controllo della quale si era servita per espandere la sua influenza nel Paese confinante a scapito della zona controllata da Aden, la capitale dello Yemen legata a Riad.

La manovra emiratina aveva allarmato il convitato di pietra di questo piccolo quanto povero Paese del Golfo, gli Houti, che ne controllano il Nord e che vedevano con allarme l’espansione dei delegati di Abu Dhabi, dal momento che questa intrattiene rapporti intensi quanto oscuri con Israele, nemico irriducibile degli stessi Houti per il loro supporto, anche militare, alla causa palestinese.

Un allarme fondato anche dal parallelo riconoscimento di Tel Aviv della sovranità del Somaliland, decisa sia perché nei sogni perversi delle autorità israeliane potrebbe rappresentare una discarica alla quale destinare i palestinesi, sia perché…

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🇷🇺🇷🇺🇺🇦🇺🇦 UCRAINA. LA QUERELLE SULL'ATTACCO A PUTIN E IL NUOVO RUOLO DI BUDANOV

La CIA ha informato Trump che l’attacco alla residenza di Putin da parte dell’Ucraina non c’è stato, confermando la smentita di Zelensky. Così i media ieri, enfatizzando informazioni trapelate in maniera anonima sui media, ché di ufficiale non c’è nulla (vedi CNN, che ieri riportava la notizia, ma concludeva che la Cia, interpellata dal media, si è rifiutata di commentare la notizia).

La solita ambiguità, e peraltro la rivelazione non ha alcun valore essendo la CIA parte del conflitto a fianco dell’Ucraina. Così ieri un articolo fiume del New York Times: “In segreto [di pulcinella ndr], la Central Intelligence Agency e l’esercito americano, con la sua benedizione, hanno potenziato una campagna ucraina di attacchi con droni contro gli impianti petroliferi e le petroliere russe per ostacolare la macchina da guerra di Putin”. Poco da aggiungere se non che il capo della CIA, John Ratcliffe, è di fede neocon.

Nella nota del NYT veniva ampiamente descritta la guerra segreta nella stanza dei bottoni sull’Ucraina, in particolare tra la CIA, appunto, e il Pentagono guidato da Pete Hegseth – che può contare su alcuni alti funzionari dell’istituzione ma non tutti – che invece sta cercando di frenare, allineandosi alla spinta di Trump per un accordo.

Resta che ad alimentare tale ambigiutà sono anche le giravolte di Trump (più o meno influenzate dalle pressioni interne, vedi alla voce Epstein), il quale ieri, come faceva notare la CNN citata, ha rilanciato su Truth una nota del New York Post che negava l’attacco.

La Russia ha replicato alle rivelazioni dei media dichiarando che…


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🇵🇸🇵🇸🇵🇸 LEVY E L'INFERNO DI GAZA

“La parte pubblica dell’incontro tra Netanyahu e Donald Trump è stata delirante. Per molti israeliani, è stata una piacevole e inebriante illusione. Si può capire cosa abbiano provato. Ogni rottura con l’attuale realtà israeliana è piacevole e inebriante”. Inizia così un articolo di Gideon Levy pubblicato da Haaretz dedicato alla visita di Netanyahu a Trump, che ha definito il miglior amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca, motivo per cui è stato anche insignito del premio Israele 2026.

“A Mar-a-Lago”, continua Levy, “la realtà era fuori dall’orizzonte. Due milioni di persone che arrancavano nel fango e nel freddo non c’erano più. Il ricordo di circa 100.000 morti nella Striscia di Gaza non c’era più. Ran Gvili, l’ostaggio morto, era l’unico essere della Striscia di Gaza presente a Mar-a-Lago”.

“Un primo ministro ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità, il cui Paese è sospettato di genocidio presso la Corte internazionale di giustizia, che ha le mani sporche del sangue di moltitudini di innocenti, tra cui moltitudini di bambini e un migliaio di neonati, viene ricevuto per la sesta volta nel suo attuale mandato con grandi onori e nessuno dei suoi reati viene menzionato”.

“Com’è possibile accogliere qualcuno ricercato come criminale di guerra e come è possibile glorificarlo in un momento in cui le sue mani e quelle del suo Paese sono macchiate da così tanto sangue?”…


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