https://axismundi.blog/2021/01/05/i-p-culianu-mircea-eliade-e-lideale-delluomo-universale/
« Concepita in questo modo, la dicotomia sacro-profano gioca un ruolo di primo piano nell’antropologia filosofica di Mircea Eliade. Esposta in numerosi saggi, da Il mito dell’eterno ritorno (1949) a La nostalgia delle origini (1971), l’antropologia filosofica di Eliade non ha nulla della dottrina sistematica. Si fonda su alcune premesse di ordine fenomenologico come pure sulle teorie della psicanalisi di Carl Gustav Jung. L’uomo moderno vive disorientato. Eliade fa propria, dal pensiero di Jung, l’idea di sopravvivenze arcaiche nell’inconscio dell’uomo moderno. L’uomo moderno porta in sé il paradosso di un’esistenza a due livelli differenti e paralleli, fra loro incompatibili per la coscienza di sé: da una parte il livello storico, organizzato secondo uno schema di adeguamento ad una situazione alienante, e dall’altra il livello mitico, cioè la sua struttura psichica profonda, organizzata secondo uno schema simbolico. L’uomo storico continua a vivere inconsciamente secondo le stesse categorie dell’uomo premoderno: la sua vita inconscia è infatti strutturata ancora secondo uno schema di iniziazione implicito nel suo contatto con la storia. Questa situazione può essere definita, secondo la formula dello psicanalista Erich Neumann, come un “rituale del destino”; l’uomo moderno subisce la prova iniziatica della storia, è inconsciamente iniziato all’esistenza responsabile per il fatto stesso della sua storicità. È così che Eliade recupera, d’altronde, l’esistenza nel mondo dell’uomo moderno: assegnandogli ancora un modello mitico. »
« Concepita in questo modo, la dicotomia sacro-profano gioca un ruolo di primo piano nell’antropologia filosofica di Mircea Eliade. Esposta in numerosi saggi, da Il mito dell’eterno ritorno (1949) a La nostalgia delle origini (1971), l’antropologia filosofica di Eliade non ha nulla della dottrina sistematica. Si fonda su alcune premesse di ordine fenomenologico come pure sulle teorie della psicanalisi di Carl Gustav Jung. L’uomo moderno vive disorientato. Eliade fa propria, dal pensiero di Jung, l’idea di sopravvivenze arcaiche nell’inconscio dell’uomo moderno. L’uomo moderno porta in sé il paradosso di un’esistenza a due livelli differenti e paralleli, fra loro incompatibili per la coscienza di sé: da una parte il livello storico, organizzato secondo uno schema di adeguamento ad una situazione alienante, e dall’altra il livello mitico, cioè la sua struttura psichica profonda, organizzata secondo uno schema simbolico. L’uomo storico continua a vivere inconsciamente secondo le stesse categorie dell’uomo premoderno: la sua vita inconscia è infatti strutturata ancora secondo uno schema di iniziazione implicito nel suo contatto con la storia. Questa situazione può essere definita, secondo la formula dello psicanalista Erich Neumann, come un “rituale del destino”; l’uomo moderno subisce la prova iniziatica della storia, è inconsciamente iniziato all’esistenza responsabile per il fatto stesso della sua storicità. È così che Eliade recupera, d’altronde, l’esistenza nel mondo dell’uomo moderno: assegnandogli ancora un modello mitico. »
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<< Anche molti altri iatromanti, fra cui possiamo ricordare Aristea, Empedocle ed Ermotimo, erano in grado di «controllare gli stati di morte apparente, durante i quali avevano esperienze di viaggi extracorporei». Culianu ricorda come, in area ellenica, il fenomeno della catalessi (apnous, talvolta tradotto maccheronicamente e del tutto erroneamente come «apnee») fosse generalmente considerato alla stregua di un «fenomeno anormale» legato ad Apollo, il che equivale a dire che solo i suoi adepti fossero in grado di spingersi a un livello tale nelle pratiche fisico-operative di carattere sacrale. D’Anna mette in relazione tali dottrine riguardanti la possibilità dell’anima di staccarsi dal corpo alla conoscenza di «tecniche respiratorie che suppongono una netta separazione dell’anima dal corpo», laddove quest’ultima viene intesa come «avente gli stessi caratteri di “luminosità” e di “splendore” che sostanziano anche i cieli e gli astri», evidenziando in tal modo la credenza secondo la quale le suddette pratiche di purificazione fossero in grado di «veicolare una precisa “qualità” divina, la stessa che si svelava nella perfezione celeste e nell’armonia cosmica». Empedocle affermava che Pitagora avesse acquisito la sua prodigiosa sapienza mediante il cosiddetto prapides («diaframma-pensiero»), descrivendolo nell’atto di «tende[re] come un arco tutto le parti del suo prapides, pote[ndo] facilmente contemplare ogni parte della realtà visibile e invisibile». Albrile intravede in questa terminologia l’allusione a «una tecnica di tipo yogico che permetteva di controllare la respirazione e di fare del diaframma l’“arco” in cui il soffio, concepito come un dardo o una “freccia”, diventava veicolo di tutte le forze di natura psichica racchiuse nel corpo». Si confronti tutto ciò ai mitici “viaggî” dello iatromante “iperboreo” Abari con (o su) una freccia d’oro o, più in generale, all’importanza simbolica dell’Arco nella mistica apollinea. Tali tematiche furono trattate anche da Eraclide Pontico, un altro iatromante, in un trattato che si intitolava proprio Abaris, in cui egli esaminò «dottrine escatologiche nelle quali la sostanza luminosa dell’anima assumeva un ruolo preponderante nella prospettiva soteriologia e trasfigurante sottesa dall’escatologia pitagorica». È certo, per dirla in altri termini, che ci troviamo di fronte a «tecniche estatiche che intendevano “staccare” l’anima dal corpo» per renderle possibile l’effettuazione di quei viaggi celesti e inferi «sui quali insistono molti miti che sottendono un importante simbolismo sulla realtà spirituale e sulla liberazione dal divenire». >>
— Marco Maculotti, “L'Angelo dell'Abisso. Apollo, Avalon, il Mito Polare e l'Apocalisse”, AXIS mundi Edizioni 2022, cap. I §5
— Marco Maculotti, “L'Angelo dell'Abisso. Apollo, Avalon, il Mito Polare e l'Apocalisse”, AXIS mundi Edizioni 2022, cap. I §5
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