"Abbracciando le tenebre come un destino rovinoso, l’inedia, la catatonia e la rassegnazione si tramutano in un’atmosfera informe, sfuggente, dai contorni vaghi e indefiniti ‒ un campo di sperimentazione radicale che può sfociare nell’autodistruzione o nella scoperta di piaceri sconosciuti.
Il nulla è l’abisso dell’ignoto, dell’indicibile, dell’inconoscibile, del non-sapere assoluto. Se tutto ciò che c’è, compreso l’universo, è emerso dal nulla (la regolarità dal caos, il senso dall’insensatezza, la comprensibilità dall’incomprensibilità, la melodia dal rumore) ed è composto di questo stesso nulla, ne consegue che il nulla è una materia plastica e malleabile, dalla quale è possibile estrarre infiniti mondi e infiniti sensi.
Ogni filosofia o, meglio, ogni idea della filosofia, è inaugurata da una «decisione», ossia dall’isolamento di un aspetto della realtà, che diverrà in seguito il fondamento sul quale il pensiero potrà ergersi agilmente. Si può, ad esempio, prelevare dal reale il divenire, producendo una metafisica della trasformazione costante, all’interno della quale sarebbe impossibile discendere due volte nello stesso fiume. All’inverso, isolando l’esistenza di qualcosa ‒ la presenza di un oggetto e la verità di questa presenza dinnanzi alla mente e ai sensi ‒ otterremmo un quadro metafisico nel quale il mutamento e la sparizione di un oggetto risulterebbero illogiche o impensabili (nulla nasce dal nulla, ergo nulla può tornare al nulla).
Tra le due posizioni si staglia un abisso: l’abisso dell’incomunicabilità e del conflitto, l’abisso reale che contiene l’essere e il divenire, la commistione di questi due principi e la loro assenza. La realtà sfugge e resiste a ogni nostra decisione di isolarne una parte, costringendoci a divenire coscienti dei tagli e delle lacerazioni che incidiamo nella carne viva del mondo.
L’insensatezza, il caos e il non-sapere che dominano il mondo delle tenebre si tramutano in una riserva praticamente illimitata di materiali ‒ in una vera e propria ricchezza, anziché in una disfatta totale.
Se le scienze già possiedono una certa pretesa di oggettività, che si esprime nell’individuazione di tutta una serie di stati di cose (come la composizione delle molecole o l’ereditarietà genetica), la filosofia tenta di pervenire a un’oggettività ancora più profonda, chiedendoci di mettere tra parentesi tutto ciò che sappiamo del mondo, aprendoci a nuove configurazioni, contenute a loro volta all’interno di questo stesso mondo (qualcosa di molto simile a ciò che fa la fantascienza, che, a modo suo, mostra l’infondatezza del mondo, attraverso l’esposizione di mondi possibili)."
https://not.neroeditions.com/realismo-depressivo/
Il nulla è l’abisso dell’ignoto, dell’indicibile, dell’inconoscibile, del non-sapere assoluto. Se tutto ciò che c’è, compreso l’universo, è emerso dal nulla (la regolarità dal caos, il senso dall’insensatezza, la comprensibilità dall’incomprensibilità, la melodia dal rumore) ed è composto di questo stesso nulla, ne consegue che il nulla è una materia plastica e malleabile, dalla quale è possibile estrarre infiniti mondi e infiniti sensi.
Ogni filosofia o, meglio, ogni idea della filosofia, è inaugurata da una «decisione», ossia dall’isolamento di un aspetto della realtà, che diverrà in seguito il fondamento sul quale il pensiero potrà ergersi agilmente. Si può, ad esempio, prelevare dal reale il divenire, producendo una metafisica della trasformazione costante, all’interno della quale sarebbe impossibile discendere due volte nello stesso fiume. All’inverso, isolando l’esistenza di qualcosa ‒ la presenza di un oggetto e la verità di questa presenza dinnanzi alla mente e ai sensi ‒ otterremmo un quadro metafisico nel quale il mutamento e la sparizione di un oggetto risulterebbero illogiche o impensabili (nulla nasce dal nulla, ergo nulla può tornare al nulla).
Tra le due posizioni si staglia un abisso: l’abisso dell’incomunicabilità e del conflitto, l’abisso reale che contiene l’essere e il divenire, la commistione di questi due principi e la loro assenza. La realtà sfugge e resiste a ogni nostra decisione di isolarne una parte, costringendoci a divenire coscienti dei tagli e delle lacerazioni che incidiamo nella carne viva del mondo.
L’insensatezza, il caos e il non-sapere che dominano il mondo delle tenebre si tramutano in una riserva praticamente illimitata di materiali ‒ in una vera e propria ricchezza, anziché in una disfatta totale.
Se le scienze già possiedono una certa pretesa di oggettività, che si esprime nell’individuazione di tutta una serie di stati di cose (come la composizione delle molecole o l’ereditarietà genetica), la filosofia tenta di pervenire a un’oggettività ancora più profonda, chiedendoci di mettere tra parentesi tutto ciò che sappiamo del mondo, aprendoci a nuove configurazioni, contenute a loro volta all’interno di questo stesso mondo (qualcosa di molto simile a ciò che fa la fantascienza, che, a modo suo, mostra l’infondatezza del mondo, attraverso l’esposizione di mondi possibili)."
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Realismo depressivo | NERO | Not
Perdere la speranza non significa sprofondare nella disperazione: se davvero vogliamo comprendere il caos, è ora di coltivare le tenebre
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<< […] degna di nota è anche la menzione, al v. 30 della IV Egloga, al fatto che l’avvento della nuova età aurea sarà anticipato dall’episodio delle «dure querce» che avrebbero «sudato miele rugiadoso», concetto che si ripete quasi identico nelle Elegie di Tibullo [I, 3] con riferimento all’illud tempus saturnio. Nondimeno, come sottolinea Marcello De Martino, l’immagine evocata ricorda anche il mito di fondazione del culto della Fortuna Primigenia a Preaneste, in cui, a quanto tramanda Cicerone, «fluì miele da un olivo». In più, come precisa il De Martino, tale «figura dell’albero mellifluo non è tipica del mondo mediterraneo, ma si ritrova nella tradizione mitologica “pagana” di ambiente nordico, in particolare norreno»: nella già menzionata Völuspá, l’Yggdrasil viene detto emanare «le rugiade che cadono nelle valli» e Snorri spiega questi due versi attestando che dall’Albero cosmico scende su tutta la terra questa rugiada, che gli uomini chiamano hunang-fall (letteralmente «caduta di miele»), e di essa si nutrono le api, zoofania che anche in àmbito greco-romano è legata alla «rugiada divina» che prende il nome di nettare o ambrosia, che abbiamo già visto essere equivalente al soma/haoma vedico-avestico e alle altre «bevande d’immortalità», nonché […] all’Età dell’Oro dei primordî e parallelamente al culto apollineo. Questo corpus mitico sull’ambrosia, il nettare e l’età aurea è da mettersi in relazione anche con i miti riguardanti l’ambra, resina iperborea per eccellenza, che del nutrimento divino pare essere una sorta di omologo terreno. Come ricorda Antonio Bonifacio, «Apollonio Rodio riferisce una leggenda celtica secondo la quale le gocce d’ambra dell’Eridano (fiume terrestre o fiume celeste?) sarebbero le lacrime dello stesso Apollo quando egli si recò presso gli Iperborei, per volere di Zeus», mentre «Callimaco ci propone un’altra versione intorno all’origine dell’ambra, non riconducendola, stavolta, alle lacrime di Apollo ma ai suoi capelli dai quali stillavano “gocce d’olio, rimedio d’ogni male”». Come conclude il De Martino, «sia nel mito norreno che in quello latino-italico si parla del momento degli “inizi”, poiché il miracolo del miele che trasuda dall’olivo è indicatore di un nuovo corso cronologico; inizia di fatto il saeculum di Fortuna e quindi vi è la fondazione del culto con la sacralizzazione del luogo operata dal mel “sanctum”». >>
— Marco Maculotti, L'Angelo dell'Abisso. Apollo, Avalon, il Mito Polare e l'Apocalisse, Axis Mundi Edizioni 2022, cap. V §3.
[Foto che documenta il ritrovamento della testa colossale della dea Fortuna nell'area di Largo Argentina, a Roma, negli anni Venti del Novecento]
— Marco Maculotti, L'Angelo dell'Abisso. Apollo, Avalon, il Mito Polare e l'Apocalisse, Axis Mundi Edizioni 2022, cap. V §3.
[Foto che documenta il ritrovamento della testa colossale della dea Fortuna nell'area di Largo Argentina, a Roma, negli anni Venti del Novecento]
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« I santi Pandita studiano il mondo e tutte le sue forze. A volte i più sapienti fra loro si riuniscono e mandano inviati in quel luogo dove gli occhi umani non sono mai penetrati. Questo è descritto dal Tashi Lama vissuto 850 anni fa. I più elevati Pandita pongono le loro mani sugli occhi e alla base del cervello dei più giovani e li costringono in un sonno profondo, lavano i loro corpi con un infuso di erbe e li rendono immuni al dolore e più duri delle pietre, li avvolgono in panni magici, li legano e poi pregano il Grande Dio. I giovani pietrificati giacciono con gli occhi e le orecchie aperte e vigili, vedono, sentono e ricordano ogni cosa. In seguito un Goro si avvicina e mantiene a lungo lo sguardo fisso su di loro. Molto lentamente i corpi stessi si sollevano da terra e scompaiono. Il Goro si siede e scruta con gli occhi immobili verso il luogo dove li ha inviati. Fili invisibili li uniscono alla sua volontà.
Alcuni di essi girano tra le stelle, osservano le loro manifestazioni, i loro popoli sconosciuti, la loro vita e le loro leggi; ascoltano i loro discorsi, leggono i loro libri, capiscono le loro fortune e sventure, la loro santità e i peccati, la loro pietà e il male. Alcuni si mescolano con la fiamma e vedono la creatura di fuoco, rapida e feroce, eternamente in lotta, fondendo e martellando i metalli nelle profondità dei pianeti, bollendo l’acqua per i geyser e le sorgenti, fondendo le rocce ed eruttando lava fusa sulla superficie della terra attraverso le aperture nelle montagne. Altri corrono insieme alle sempre sfuggenti, infinitamente piccole, trasparenti creature dell’aria e penetrano nei misteri della loro esistenza e nelle finalità della loro vita. Altri scivolano nelle profondità dei mari e osservano il regno delle sagge creature dell’acqua, che trasportano e diffondono il giusto calore su tutta la terra, governando i venti, le onde e le tempeste…
In Erdeni Dzu viveva un tempo un Pandita Hutuktu, che era venuto da Agharti. In punto di morte, raccontò del momento in cui viveva secondo la volontà del Goro su una stella rossa a Oriente, fluttuava nell’oceano ricoperto di ghiaccio e volava tra i fuochi tempestosi nelle profondità della terra.
Questi sono i racconti che udii nelle yurte dei principi mongoli e nei monasteri lamaiti. Queste storie erano tutte raccontate in un tono solenne che vietava ogni discussione e dubbio. »
Ferdynand Ossendowski, "Beasts Men and Gods", 1922, cap. XLVI [estratto integrale sul sito: https://axismundi.blog/2016/04/18/il-regno-sotterraneo-f-ossendowski-bestie-uomini-dei/]
Alcuni di essi girano tra le stelle, osservano le loro manifestazioni, i loro popoli sconosciuti, la loro vita e le loro leggi; ascoltano i loro discorsi, leggono i loro libri, capiscono le loro fortune e sventure, la loro santità e i peccati, la loro pietà e il male. Alcuni si mescolano con la fiamma e vedono la creatura di fuoco, rapida e feroce, eternamente in lotta, fondendo e martellando i metalli nelle profondità dei pianeti, bollendo l’acqua per i geyser e le sorgenti, fondendo le rocce ed eruttando lava fusa sulla superficie della terra attraverso le aperture nelle montagne. Altri corrono insieme alle sempre sfuggenti, infinitamente piccole, trasparenti creature dell’aria e penetrano nei misteri della loro esistenza e nelle finalità della loro vita. Altri scivolano nelle profondità dei mari e osservano il regno delle sagge creature dell’acqua, che trasportano e diffondono il giusto calore su tutta la terra, governando i venti, le onde e le tempeste…
In Erdeni Dzu viveva un tempo un Pandita Hutuktu, che era venuto da Agharti. In punto di morte, raccontò del momento in cui viveva secondo la volontà del Goro su una stella rossa a Oriente, fluttuava nell’oceano ricoperto di ghiaccio e volava tra i fuochi tempestosi nelle profondità della terra.
Questi sono i racconti che udii nelle yurte dei principi mongoli e nei monasteri lamaiti. Queste storie erano tutte raccontate in un tono solenne che vietava ogni discussione e dubbio. »
Ferdynand Ossendowski, "Beasts Men and Gods", 1922, cap. XLVI [estratto integrale sul sito: https://axismundi.blog/2016/04/18/il-regno-sotterraneo-f-ossendowski-bestie-uomini-dei/]
𝐀𝐗𝐈𝐒 ֎ 𝐌𝐔𝐍𝐃𝐈
Il Regno Sotterraneo (F. Ossendowski, «Bestie, Uomini, Dèi»)
(Tratto da F.A. Ossendowski, «Bestie, Uomini, Dèi: il mistero del Re del Mondo», cap. XLVI) La Mongolia, con le sue nude e terribili montagne, le sue sconfinate pianure disseminate di ossa disperse…
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