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∴ Sogni nel deserto del tempo ∴
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"Conosci te stesso" - Oracolo di Delfi.
“Il dubbio è l'inizio della conoscenza.” - Cartesio.
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Batō Kanno
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Nel Chaos di tutte le cose
Ammirare mondi lontani
Tempi ancora non giunti
Nel Chaos di tutte le cose
Udire una chiamata
Il velo cede
Infiniti si estendono
Tutto è nulla e viceversa
Ritorno a casa
Nel Chaos di tutte le cose
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<< […] degna di nota è anche la menzione, al v. 30 della IV Egloga, al fatto che l’avvento della nuova età aurea sarà anticipato dall’episodio delle «dure querce» che avrebbero «sudato miele rugiadoso», concetto che si ripete quasi identico nelle Elegie di Tibullo [I, 3] con riferimento all’illud tempus saturnio. Nondimeno, come sottolinea Marcello De Martino, l’immagine evocata ricorda anche il mito di fondazione del culto della Fortuna Primigenia a Preaneste, in cui, a quanto tramanda Cicerone, «fluì miele da un olivo». In più, come precisa il De Martino, tale «figura dell’albero mellifluo non è tipica del mondo mediterraneo, ma si ritrova nella tradizione mitologica “pagana” di ambiente nordico, in particolare norreno»: nella già menzionata Völuspá, l’Yggdrasil viene detto emanare «le rugiade che cadono nelle valli» e Snorri spiega questi due versi attestando che dall’Albero cosmico scende su tutta la terra questa rugiada, che gli uomini chiamano hunang-fall (letteralmente «caduta di miele»), e di essa si nutrono le api, zoofania che anche in àmbito greco-romano è legata alla «rugiada divina» che prende il nome di nettare o ambrosia, che abbiamo già visto essere equivalente al soma/haoma vedico-avestico e alle altre «bevande d’immortalità», nonché […] all’Età dell’Oro dei primordî e parallelamente al culto apollineo. Questo corpus mitico sull’ambrosia, il nettare e l’età aurea è da mettersi in relazione anche con i miti riguardanti l’ambra, resina iperborea per eccellenza, che del nutrimento divino pare essere una sorta di omologo terreno. Come ricorda Antonio Bonifacio, «Apollonio Rodio riferisce una leggenda celtica secondo la quale le gocce d’ambra dell’Eridano (fiume terrestre o fiume celeste?) sarebbero le lacrime dello stesso Apollo quando egli si recò presso gli Iperborei, per volere di Zeus», mentre «Callimaco ci propone un’altra versione intorno all’origine dell’ambra, non riconducendola, stavolta, alle lacrime di Apollo ma ai suoi capelli dai quali stillavano “gocce d’olio, rimedio d’ogni male”». Come conclude il De Martino, «sia nel mito norreno che in quello latino-italico si parla del momento degli “inizi”, poiché il miracolo del miele che trasuda dall’olivo è indicatore di un nuovo corso cronologico; inizia di fatto il saeculum di Fortuna e quindi vi è la fondazione del culto con la sacralizzazione del luogo operata dal mel “sanctum”». >>

— Marco Maculotti, L'Angelo dell'Abisso. Apollo, Avalon, il Mito Polare e l'Apocalisse, Axis Mundi Edizioni 2022, cap. V §3.

[Foto che documenta il ritrovamento della testa colossale della dea Fortuna nell'area di Largo Argentina, a Roma, negli anni Venti del Novecento]
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Marek Rużyk (Polish, b. 1965).

"Kingdom" a.k.a. "Kingdom of Stars" / 2021.

Oil on canvas, 80 x 60 cm.
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Cavaliere della notte
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The Liberation of Andromeda by Johfra Bosschart (1919 - 1998)
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« I santi Pandita studiano il mondo e tutte le sue forze. A volte i più sapienti fra loro si riuniscono e mandano inviati in quel luogo dove gli occhi umani non sono mai penetrati. Questo è descritto dal Tashi Lama vissuto 850 anni fa. I più elevati Pandita pongono le loro mani sugli occhi e alla base del cervello dei più giovani e li costringono in un sonno profondo, lavano i loro corpi con un infuso di erbe e li rendono immuni al dolore e più duri delle pietre, li avvolgono in panni magici, li legano e poi pregano il Grande Dio. I giovani pietrificati giacciono con gli occhi e le orecchie aperte e vigili, vedono, sentono e ricordano ogni cosa. In seguito un Goro si avvicina e mantiene a lungo lo sguardo fisso su di loro. Molto lentamente i corpi stessi si sollevano da terra e scompaiono. Il Goro si siede e scruta con gli occhi immobili verso il luogo dove li ha inviati. Fili invisibili li uniscono alla sua volontà.

Alcuni di essi girano tra le stelle, osservano le loro manifestazioni, i loro popoli sconosciuti, la loro vita e le loro leggi; ascoltano i loro discorsi, leggono i loro libri, capiscono le loro fortune e sventure, la loro santità e i peccati, la loro pietà e il male. Alcuni si mescolano con la fiamma e vedono la creatura di fuoco, rapida e feroce, eternamente in lotta, fondendo e martellando i metalli nelle profondità dei pianeti, bollendo l’acqua per i geyser e le sorgenti, fondendo le rocce ed eruttando lava fusa sulla superficie della terra attraverso le aperture nelle montagne. Altri corrono insieme alle sempre sfuggenti, infinitamente piccole, trasparenti creature dell’aria e penetrano nei misteri della loro esistenza e nelle finalità della loro vita. Altri scivolano nelle profondità dei mari e osservano il regno delle sagge creature dell’acqua, che trasportano e diffondono il giusto calore su tutta la terra, governando i venti, le onde e le tempeste…

In Erdeni Dzu viveva un tempo un Pandita Hutuktu, che era venuto da Agharti. In punto di morte, raccontò del momento in cui viveva secondo la volontà del Goro su una stella rossa a Oriente, fluttuava nell’oceano ricoperto di ghiaccio e volava tra i fuochi tempestosi nelle profondità della terra.

Questi sono i racconti che udii nelle yurte dei principi mongoli e nei monasteri lamaiti. Queste storie erano tutte raccontate in un tono solenne che vietava ogni discussione e dubbio. »

Ferdynand Ossendowski, "Beasts Men and Gods", 1922, cap. XLVI [estratto integrale sul sito: https://axismundi.blog/2016/04/18/il-regno-sotterraneo-f-ossendowski-bestie-uomini-dei/]
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Il 27 maggio 1876 nasceva a Vitebsk (oggi Ludza, nell'odierna Lettonia) Ferdynand Ossendowski, autore del libro-cult "Beasts Men and Gods", originariamente pubblicato esattamente un secolo fa (1922). Ce ne parla qui Daniele Palmieri.

« Alla luce dell’intera vicenda di Ossendowski, sempre in bilico tra realtà, leggenda ed esigenze politiche e spirituali, il mito del Re del Mondo assume caratteri profetici, diviene una sorta di auspicio e monito al rinnovamento spirituale dell’intera umanità. Come accennato in precedenza, nella prima parte del libro, in concomitanza alla dura vita nei boschi e al risveglio della volontà atavica, Ossendowski giunge a immaginare un’umanità diversa che ha recuperato il contatto con le forze ancestrali, quasi primordiali, del proprio essere, senza tuttavia perdere l’arte, la nobiltà e la delicatezza. Narrando i suoi travagli autobiografici, Ossendowski sembra raccontare, allo stesso tempo, le sofferenze e le guerre dell’intera umanità e, tanto per l’autore quanto per gli uomini, la leggendaria terra di Agartha assume i connotati di una speranza salvifica in una terra diversa, una dimensione tanto terrena quanto metaforica in cui l’uomo ha ritrovato il proprio centro spirituale, la condizione edenica dell’Età dell’Oro. Il mito del Re del Mondo rappresenta proprio questo; il recupero di un polo spirituale superiore, nascosto però nelle profondità della terra, in un punto di contatto tra le forze celesti e telluriche. Da tale prospettiva, tutte le altre critiche, dicerie, supposizioni attorno al testo di Ossendowski [9] non sono altro che flebili contingenze. »

https://axismundi.blog/2018/09/16/bestie-uomini-dei/
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Ancestral Memories 🛸🌌🔭🧙🏻‍♂️
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Krishna Dancing on Kaliya Naag by Pieter Weltevrede.
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