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∴ Sogni nel deserto del tempo ∴
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"Conosci te stesso" - Oracolo di Delfi.
“Il dubbio è l'inizio della conoscenza.” - Cartesio.
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Black Forest
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Filo-sophia
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« Timarco si recò al famoso antro di Trofonio, e vi rimase sommerso nelle tenebre due notti e un giorno; né era certo se fosse sveglio o dormisse. E gli apparve una meravigliosa visione. Dall’una parte vedeva isole infinite di numero, di smisurata grandezza, visivamente splendenti e cangianti continuamente colore. Ma guardando in giù gli apparve un precipizio immenso, terribile e profondo e pieno di tenebre e di confusa agitazione. Di là egli udiva ruggiti e gemiti di animali, e vagiti d’infanti e lamenti di uomini e di donne. Molte stelle si agitavano intorno alla bocca di quel precipizio, tendendo all’alto. Che cosa erano quelle stelle? Erano le anime e i genii. Ogni anima, per quanto turbata dalla voluttà e dalle contaminazioni del corpo, è partecipe di mente. La parte che è immune da morte è appunto la mente o genio. Or le anime che tutte sono sommerse nel corpo sono appunto le stelle che alla bocca del precipizio appaiono estinguersi e cader giù nell’abisso; le stelle, invece, che dai corpi si redimono appaiono rifulgere fuori; e quelle che son portate in alto sono le menti, i cosiddetti genii, cioè i puri spiriti degli uomini sapienti. Tutto questo ed altro ancora era spiegato a Timarco da una voce misteriosa. Al cessar della voce Timarco volle veder chi parlasse: ma fu preso da grave dolore al capo, come se alcuno lo comprimesse; né potè nulla udire o comprendere di ciò che lo circondava: e ritornato in sé stesso si trovò giacente nell’antro di Trofonio, presso l’entrata, colà appunto dov’era caduto. […]

Tespesio da Soli […] narrò […] le sue vicende, dopochè l’anima sua si fu dipartita dal corpo. Gli parve primariamente esser sommerso, come nelle profondità del mare; dipoi, l’anima risollevatasi in alto potè guardare da ogni parte, come da un occhio solo su tutto aperto. Vedeva stelle immense di mirabile splendore; ed all’anima parea quasi navigare in mezzo a quella luce celeste. E vedeva l’ascender delle anime umane a quelle regioni. Salivano quasi bolle o sfere di fuoco, e tosto poi, rotte queste, uscivan fuori in forma umana; ed alcune con meravigliosa celerità in linea retta brillavano in alto; altre si aggiravano a cerchio o talora in movimento agitato e confuso […]; e queste poi si unirono ad una turba confusa di altre anime, ed insieme con quelle andavano emettendo oscure voci di lamento. Altro gruppo di anime invece vagava più in alto, ed evitava questa turba lamentevole, e parevan tratte insieme da mutuo amore.

Una di queste si apprestò a Tespesio, e gli rivelò mirabili cose. Egli non era morto, gli disse, ma solo il suo spirito si era colà recato, mentre le altre facoltà tutte erano rimaste nel corpo giù in terra. […] Il duce di Tespesio, che era anche un suo congiunto, gli additò poi quattro forme di anime; altre soffuse di albore, quasi della luce di purissima luna; altre macchiettate e come ricoperte da esili squame; altre cosparse di neri punti, come le vipere, altre percorse da ottuse aperture. Adrastea, figliuola di Zeus e della Necessità, punitrice dei misfatti, dominava tutti […]. Il colore di ciascuna anima corrispondeva alla colpa che più l’aveva inquinata […]. L’anima interamente lustrata eliminava siffatti colori ed usciva fuori pura e luminosa. Così detto, l’anima del congiunto trasse Tespesio attraverso lo splendore della luce diffusa sino ad una grande apertura. Altre anime si aggiravano intorno ad essa a cerchio, quali augelli. Dentro spirava una fragranza di verde e di fiori di ogni genere, come negli antri bacchici; ed ogni festività o letizia bacchica colà si celebrava, giacché di là appunto era passato Bacco per essere assunto tra gli dèi […]: quella era la sede di Lete. […]

Vide poi altre cose miracolose: l’oracolo della Notte e della Luna, e quello di Temi, onde prorompeva una luce che si spingeva in alto sino al Parnaso; e sentì la voce della Sibilla. Indi si volsero a vedere le pene infernali. I familiari e gli amici che Tespesio incontrava gli si rivolgevano implorando […].
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Le anime che dovevano entrare in una seconda vita, eran dagl’infernali ministri piegate e trasformate in varii generi di animali; gl’implacabili tormentatori contundevano o asportavano le membra, o le tagliavano, per poterle adattare alle nuove forme. […] Fin qui la visione. Una donna di meravigliosa bellezza e grandezza voleva toccarlo con un bastoncino di fuoco, per imprimergli nella memoria le cose vedute; ma un’altra lo impedì. E l’anima spinta da vento impetuoso ricadde nel corpo; sicché Tespesio riaprì gli occhi e si ritrovò ancora sul mondo. »

— Carlo Pascal, “La morte e l’aldilà nel mondo pagano”, 1912, cap. XVI

[“Eternal Walk”, opera del pittore polacco Mariusz Lewandowski, recentemente dipartito]
https://it.wikipedia.org/wiki/J%C4%81taka

I Jātaka (devanāgarī: जातक), o vite anteriori del Buddha (da jāti, vite anteriori) sono una raccolta di 547 storie di altrettante vite anteriori del Buddha storico contenute nella sezione Khuddaka Nikaya del Sutta Piṭaka del Canone pāli del Canone buddhista.

La versione attualmente conservata nel canone risale alla compilazione anonima singalese del V secolo intitolata Jātakaṭṭhavaṇṇanā che esplicitamente si rifà a una tradizione orale più antica, risalente alla recitazione avvenuta nel corso del primo concilio buddhista.

La conferma dell'antichità delle storie contenute nei Jātaka è sia diretta che indiretta: precedenti, infatti, la stesura attualmente conservata sono i bassorilievi di Sanchi del I secolo, che rappresentano i medesimi jātaka; così come le analoghe pitture murali nelle grotte di Ajanta del II secolo. Indirettamente, invece, la maggiore antichità del testo, rispetto alla stesura del V secolo, si evince dalla lingua e dal contenuto stesso dei jātaka, dall'ambientazione e dai dati sociali e politici intrinseci all'opera stessa, che la fanno datare al IV/V secolo a.C.


I jātaka non hanno alcun legame cronologico gli uni con gli altri e sono presentati in ordine di crescente lunghezza del testo. Il Buddha compare talora come personaggio principale, ma spesso come figura secondaria rispetto alla vicenda, o persino come semplice testimone. Le figure in cui rinasce sono di volta in volta umane, delle più disparate condizioni sociali, o animali.

Dèi, uomini e animali nei jātaka colloquiano in ambienti reali, principalmente nelle città lungo il Gange, ma in tempi indicativamente remoti senza ulteriori specificazioni (tipico l'incipit: "un tempo, quando a Benares governava Brahmadatta...").

Dopo una introduzione, in cui si specifica l'occasione in cui il Buddha narrò la storia, inizia il jātaka vero e proprio, per concludersi con la delucidazione di chi siano i personaggi nascosti dietro le varie figure letterarie (oltre al Buddha compaiono anche altri suoi discepoli o altre persone coeve).

Il linguaggio popolare, narrativo fresco e vivace, i ritratti degli animali e delle varie figure professionali, delineate con le caratteristiche loro proprie, resero la lettura e la recitazione dei jātaka una componente estremamente popolare del buddhismo, tanto da dare origine a numerosi apocrifi che continuarono a proliferare per secoli dopo la predicazione stessa del Buddha.

I valori morali di cui i jātaka si fanno portatori sono quelli del messaggio buddhista: la compassione, l'altruismo, la sincerità, divenendo una sorta di trasposizione pratica ed esemplare dell'insegnamento contenuto nel Nobile Ottuplice Sentiero, nonché una dimostrazione del funzionamento del karma attraverso le diverse rinascite che conducono il Buddha fino alla sua ultima rinascita come Gautama.

Ogni racconto inizia annotando l'occasione che ha spinto il suo racconto e si conclude con il Buddha che identifica le vite delle persone nella storia introduttiva con quelle delle persone del passato. C'è umorismo in queste storie e una notevole varietà. Il futuro Buddha potrebbe apparire in loro come un re, un emarginato, un dio, un elefante, ma, in qualsiasi forma, mostra qualche virtù che il racconto inculca in tal modo. ⚡️❤️
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"Se coesistessimo noi vi domineremmo, è una cosa inevitabile, e voi cerchereste di eliminarci, siamo tutti emanazioni della forza della vita che ci ha messi l'uno contro l'altro per vedere chi sopravvive... gioco molto crudele... la vita è crudeltà, la vita è sofferenza, approfittiamo dell'altro per poter sopravvivere"
Dal film "Il villaggio dei dannati" (Carpenter)
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