< L’incipit del libro IX della Topografia di Cosma, disputando sul moto degli astri «provocato ciclicamente da una folta schiera di Angeli» (analoga a quella riconosciuta nella religione mazdeista persiana), raffigura plasticamente un «cosmogramma zodiacale» al cui centro svetta la Montagna cosmica, significativamente denominata Hyperborea: come rileva Albrile, «il nome non è scelto a caso e viene usato da Cosma per indicare l’estremo Nord per antonomasia». Una strofa di un canto romeno del ciclo del divino «Pastore solare» Ilion, per quanto criptica («A destra del Santo Sole, c’è una tavola rotonda con degli Angeli intorno»), sembra un’allusione a un cosmogramma di tal specie, con al centro il «Grande Monastero Bianco» dove il dio dimora, indubbio simbolo iperboreo (il colore immacolato parla chiaro) nonché oltreluogo in cui si verifica la congiunzione dei contrarî: l’Isola e il Monastero bianchi all’interno del Mar Nero, i primi due simboli del Centro assiale e polare e il terzo dell’Abisso delle Acque Inferiori.
Tradizioni simili erano diffuse non solo fra i popoli mediterranei e celtici, ma nell’intero ecumene sacrale eurasiatico. Gli indo-iranici preservano il ricordo di una Terra d’Origine denominata Ayrianem Vaêjô, isola estremo-settentrionale creata in illo tempore dal dio di luce Ahura Mazda, dove si trova la «gloria splendente» e il regno del re Yima — che analogamente ad Apollo è definito il «Glorioso» e lo «Splendente», ed è omologo anche al Saturno latino dell’età aurea — dove non vi era né malattia, né morte, né stagioni. Trattasi della «Terra di Luce» o Terra Lucida di Mandei, Manichei e Sufi […]. Originariamente abitata dalla prima razza perfetta, la sua Primavera perenne venne scossa improvvisamente da un «fatale inverno» quando Ahrimane, il dio delle tenebre, inviò la «serpe dell’inverno» ponendo fine all’età aurea. Yima, avvisato in anticipo da Ahura Mazda, raccolse i semi dell’umanità in un’arca: ecco un altro topos ricorrente in tutto il mondo, segnatamente nei cosiddetti miti diluviali, quello dei cosiddetti «Salvati dalle Acque», ovvero dall’oceano caotico che è raffigurazione metaforica dell’aspetto cronico e involutivo della manifestazione cosmica. Come commenta Evola,
« […] nel mito diluviale la scomparsa della terra sacra che ormai un mare tenebrosum — le "Acque della Morte" — separa dagli uomini, può anche assumere un significato che lo connette al simbolismo dell’ "arca", cioè della preservazione dei "germi dei Viventi" […]: lo sparire della terra sacra leggendaria può anche significare il passare nell’invisibile, nell’occulto o immanifesto, del centro che conserva inalterata la spiritualità primordiale non-umana: giacché come "invisibili" — secondo Esiodo — continuerebbero ad esistere, quali guardiani degli uomini, gli esseri della prima età "che mai sono morti". […] Al prevalere dell’empietà sulla terra, i superstiti delle età precedenti passarono in una sede "sotterranea" — cioè invisibile — che, per interferenza col simbolismo dell’ "altezza", spesso viene situata nei monti. »
Nell’induismo si parla del çteva-dvîpa (dvîpa sta per «continente», «isola» ma anche per «ciclo»), l’«Isola dello Splendore» localizzata nell’estremo Settentrione e abitata dal popolo divino degli Uttarakura, in tutto identici agli Iperborei della tradizione ellenica: essa sarebbe la Terra Primordiale, il Continente “emerso” durante il primo ciclo cosmico, nell’illud tempus delle Origini. La sua credenza si mescola con quella del saka-dvîpa, situato anch’esso nell’estremo Nord, nel «mare bianco» o «mare di latte». Il Kurma Purana parla della «sede del Vishnu solare, avente per segno la “croce polare”, cioè la croce uncinata o svastika», simbolo grafico che noi sappiamo derivare dalla rotazione della costellazione del Grande Carro intorno alla Stella Polare: la regione siderale posta fra l’Orsa Maggiore e la Stella Polare è denominata infatti in India il «Sentiero di Viśnu». In questa sede cosmica estremo-settentrionale e assiale risiederebbero
Tradizioni simili erano diffuse non solo fra i popoli mediterranei e celtici, ma nell’intero ecumene sacrale eurasiatico. Gli indo-iranici preservano il ricordo di una Terra d’Origine denominata Ayrianem Vaêjô, isola estremo-settentrionale creata in illo tempore dal dio di luce Ahura Mazda, dove si trova la «gloria splendente» e il regno del re Yima — che analogamente ad Apollo è definito il «Glorioso» e lo «Splendente», ed è omologo anche al Saturno latino dell’età aurea — dove non vi era né malattia, né morte, né stagioni. Trattasi della «Terra di Luce» o Terra Lucida di Mandei, Manichei e Sufi […]. Originariamente abitata dalla prima razza perfetta, la sua Primavera perenne venne scossa improvvisamente da un «fatale inverno» quando Ahrimane, il dio delle tenebre, inviò la «serpe dell’inverno» ponendo fine all’età aurea. Yima, avvisato in anticipo da Ahura Mazda, raccolse i semi dell’umanità in un’arca: ecco un altro topos ricorrente in tutto il mondo, segnatamente nei cosiddetti miti diluviali, quello dei cosiddetti «Salvati dalle Acque», ovvero dall’oceano caotico che è raffigurazione metaforica dell’aspetto cronico e involutivo della manifestazione cosmica. Come commenta Evola,
« […] nel mito diluviale la scomparsa della terra sacra che ormai un mare tenebrosum — le "Acque della Morte" — separa dagli uomini, può anche assumere un significato che lo connette al simbolismo dell’ "arca", cioè della preservazione dei "germi dei Viventi" […]: lo sparire della terra sacra leggendaria può anche significare il passare nell’invisibile, nell’occulto o immanifesto, del centro che conserva inalterata la spiritualità primordiale non-umana: giacché come "invisibili" — secondo Esiodo — continuerebbero ad esistere, quali guardiani degli uomini, gli esseri della prima età "che mai sono morti". […] Al prevalere dell’empietà sulla terra, i superstiti delle età precedenti passarono in una sede "sotterranea" — cioè invisibile — che, per interferenza col simbolismo dell’ "altezza", spesso viene situata nei monti. »
Nell’induismo si parla del çteva-dvîpa (dvîpa sta per «continente», «isola» ma anche per «ciclo»), l’«Isola dello Splendore» localizzata nell’estremo Settentrione e abitata dal popolo divino degli Uttarakura, in tutto identici agli Iperborei della tradizione ellenica: essa sarebbe la Terra Primordiale, il Continente “emerso” durante il primo ciclo cosmico, nell’illud tempus delle Origini. La sua credenza si mescola con quella del saka-dvîpa, situato anch’esso nell’estremo Nord, nel «mare bianco» o «mare di latte». Il Kurma Purana parla della «sede del Vishnu solare, avente per segno la “croce polare”, cioè la croce uncinata o svastika», simbolo grafico che noi sappiamo derivare dalla rotazione della costellazione del Grande Carro intorno alla Stella Polare: la regione siderale posta fra l’Orsa Maggiore e la Stella Polare è denominata infatti in India il «Sentiero di Viśnu». In questa sede cosmica estremo-settentrionale e assiale risiederebbero
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« […] i grandi asceti, mahâyogi ed i "figli di Brahman" (equivalenti agli "uomini trascendenti" abitanti nel nord, di cui nella tradizione cinese): essi vivono presso Hari, che è lo stesso Vishnu, concepito come "il Biondo" o "l’Aureo", e presso un trono simbolico "sostenuto da leoni, splendente come il sole e radiante come il fuoco". » >>
— Marco Maculotti, L'Angelo dell'Abisso. Apollo, Avalon, il Mito Polare e l'Apocalisse, Axis Mundi Edizioni 2022, cap. III §9
— Marco Maculotti, L'Angelo dell'Abisso. Apollo, Avalon, il Mito Polare e l'Apocalisse, Axis Mundi Edizioni 2022, cap. III §9
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∴ Sogni nel deserto del tempo ∴
« […] i grandi asceti, mahâyogi ed i "figli di Brahman" (equivalenti agli "uomini trascendenti" abitanti nel nord, di cui nella tradizione cinese): essi vivono presso Hari, che è lo stesso Vishnu, concepito come "il Biondo" o "l’Aureo", e presso un trono simbolico…
HYPERBOREA
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È pieno di persone che vanno dicendo che la forza di un Gentile risieda solo nella forza fisica, ma è sbagliato.
La vera forza, del vero Gentile, è celata nel suo nome: Gentile, ovvero essere Gentile, Compassionevole.
Un Gentile sa che la sorgente della sua natura e della sua forza non risiede nell'oblio dell'odio e delle paure (Chaos), ma nella trasmutazione di esso in Amore, Compassione universale, e saggezza
Ecco come riconoscere un vero discendente Gentile.
La vera forza, del vero Gentile, è celata nel suo nome: Gentile, ovvero essere Gentile, Compassionevole.
Un Gentile sa che la sorgente della sua natura e della sua forza non risiede nell'oblio dell'odio e delle paure (Chaos), ma nella trasmutazione di esso in Amore, Compassione universale, e saggezza
Ecco come riconoscere un vero discendente Gentile.
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https://it.wikipedia.org/wiki/Il_Tuono,_mente_perfetta
Il Tuono, mente perfetta è un poema gnostico in lingua copta (ma originariamente composto in lingua greca) scoperto all'interno della collezione dei Codici di Nag Hammadi (VI.2).
Tuono Mente Perfetta, o anche Tuono - Intelletto perfetto, prende la forma di monologo esteso e Mente perfetta di tuono (il titolo è più esattamente, Il tuono - Intelletto perfetto), prende la forma di un esteso, enigmatico monologo, in cui un salvatore immanente espone una serie di affermazioni paradossali sulla natura femminile del divino. Queste dichiarazioni paradossali ricordano gli enigmi greci sull'identità, una forma poetica comune nell'area mediterranea, in particolare in àmbito egiziano ed ebraico, in cui divinità femminili simili (Iside e Sophia rispettivamente) elencano le proprie virtù ad un uditorio attento e lo esortano a impegnarsi per raggiungerle.
Per quanto riguarda la datazione del testo, Anne McGuire scrive: «Tuono, Mente perfetta esiste solo nella versione copta trovata a Nag Hammâdi (NHC VI,2:13,1-21,32). L'autore, la data e il luogo di composizione sono sconosciuti, ma un sostrato culturale come quello dell'Alessandria del II o III secolo è plausibile. Ad ogni modo, è chiaro che il testo fu originariamente composto in greco ben prima del 350, la data approssimativa del manoscritto copto».
Gli indovinelli del poema potrebbero presupporre un mito gnostico classico, come quello che si trova nell'Ipostasi degli arconti o nell'Apocrifo di Giovanni.
Il contenuto del testo lo trovate qui: https://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Dea_ev07.htm
Il Tuono, mente perfetta è un poema gnostico in lingua copta (ma originariamente composto in lingua greca) scoperto all'interno della collezione dei Codici di Nag Hammadi (VI.2).
Tuono Mente Perfetta, o anche Tuono - Intelletto perfetto, prende la forma di monologo esteso e Mente perfetta di tuono (il titolo è più esattamente, Il tuono - Intelletto perfetto), prende la forma di un esteso, enigmatico monologo, in cui un salvatore immanente espone una serie di affermazioni paradossali sulla natura femminile del divino. Queste dichiarazioni paradossali ricordano gli enigmi greci sull'identità, una forma poetica comune nell'area mediterranea, in particolare in àmbito egiziano ed ebraico, in cui divinità femminili simili (Iside e Sophia rispettivamente) elencano le proprie virtù ad un uditorio attento e lo esortano a impegnarsi per raggiungerle.
Per quanto riguarda la datazione del testo, Anne McGuire scrive: «Tuono, Mente perfetta esiste solo nella versione copta trovata a Nag Hammâdi (NHC VI,2:13,1-21,32). L'autore, la data e il luogo di composizione sono sconosciuti, ma un sostrato culturale come quello dell'Alessandria del II o III secolo è plausibile. Ad ogni modo, è chiaro che il testo fu originariamente composto in greco ben prima del 350, la data approssimativa del manoscritto copto».
Gli indovinelli del poema potrebbero presupporre un mito gnostico classico, come quello che si trova nell'Ipostasi degli arconti o nell'Apocrifo di Giovanni.
Il contenuto del testo lo trovate qui: https://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Dea_ev07.htm
Wikipedia
Il Tuono, mente perfetta
Il Tuono, mente perfetta, o anche Tuono - Intelletto perfetto, è un poema gnostico in lingua copta (ma originariamente composto in lingua greca) scoperto all'interno della collezione dei Codici di Nag Hammadi (VI.2).
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https://youtu.be/iqq4lPWkhPI
Il balletto è incentrato sul viaggio del suo eroe, il principe Ivan. Durante la caccia nella foresta, si perde nel regno magico di Koschei l'Immortale, la cui immortalità è preservata conservando la sua anima in un uovo magico nascosto in una bara. Ivan insegue e cattura Firebird e sta per ucciderla; lei implora per la sua vita e lui la risparmia. In segno di ringraziamento gli offre una piuma incantata che può usare per evocarla se ne avesse un disperato bisogno. Il principe Ivan incontra quindi tredici principesse che sono sotto l'incantesimo di Koschei e si innamora di una di loro. Il giorno successivo, Ivan affronta il mago e alla fine iniziano a litigare. Quando Koschei manda i suoi servi a cercare Ivan, evoca l'Uccello di fuoco. Lei interviene, ammaliando i mostri e facendoli ballare una danza elaborata ed energica (la "Danza Infernale"). Le creature e Koschei poi cadono in un sonno profondo. Mentre dormono, l'Uccello di fuoco indirizza Ivan a un ceppo d'albero dove è nascosta la bara con l'uovo contenente l'anima di Koschei. Ivan distrugge l'uovo e con l'incantesimo spezzato, le creature magiche che Koschei teneva prigioniere vengono liberate e il palazzo scompare. Tutti gli esseri "reali", comprese le principesse, si risvegliano e con un ultimo accenno della musica dell'Uccello di fuoco (sebbene nella coreografia di Fokine non compaia in quella scena finale sul palco), celebrano la loro vittoria.
Il balletto è incentrato sul viaggio del suo eroe, il principe Ivan. Durante la caccia nella foresta, si perde nel regno magico di Koschei l'Immortale, la cui immortalità è preservata conservando la sua anima in un uovo magico nascosto in una bara. Ivan insegue e cattura Firebird e sta per ucciderla; lei implora per la sua vita e lui la risparmia. In segno di ringraziamento gli offre una piuma incantata che può usare per evocarla se ne avesse un disperato bisogno. Il principe Ivan incontra quindi tredici principesse che sono sotto l'incantesimo di Koschei e si innamora di una di loro. Il giorno successivo, Ivan affronta il mago e alla fine iniziano a litigare. Quando Koschei manda i suoi servi a cercare Ivan, evoca l'Uccello di fuoco. Lei interviene, ammaliando i mostri e facendoli ballare una danza elaborata ed energica (la "Danza Infernale"). Le creature e Koschei poi cadono in un sonno profondo. Mentre dormono, l'Uccello di fuoco indirizza Ivan a un ceppo d'albero dove è nascosta la bara con l'uovo contenente l'anima di Koschei. Ivan distrugge l'uovo e con l'incantesimo spezzato, le creature magiche che Koschei teneva prigioniere vengono liberate e il palazzo scompare. Tutti gli esseri "reali", comprese le principesse, si risvegliano e con un ultimo accenno della musica dell'Uccello di fuoco (sebbene nella coreografia di Fokine non compaia in quella scena finale sul palco), celebrano la loro vittoria.
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Stravinsky: The Firebird - Infernal Dance of Kastchei (U.S. Marine Band)
The ballet centers on the journey of its hero, Prince Ivan. While hunting in the forest, he strays into the magical realm of Koschei the Immortal, whose immortality is preserved by keeping his soul in a magic egg hidden in a casket. Ivan chases and captures…
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