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"Conosci te stesso" - Oracolo di Delfi.
“Il dubbio è l'inizio della conoscenza.” - Cartesio.
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Rome. 🕚🌪
This vortex is a small breath of wind compared to what is happening behind the scenes, we must remain firm in ourselves and advance without fear in the maze of darkness that lies ahead
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Schönbrunn Palace
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Monte strano il Soratte, tempio del dio lupo Soranus per le popolazioni preromane, eremo e nascondiglio di Papa Silvestro I quando Costantino perseguitava i cristiani, bunker fascista prima e comando nazista poi, infine rifugio antiatomico destinato a ospitare tutto il governo italiano negli anni della guerra fredda.
Il Soratte già per i Falisci (popolo italico dell’Etruria meridionale) e gli Etruschi era un monte magico.
Cantata da Orazio, citata da Strabone, da Plinio il Vecchio, da Virgilio e dall’immancabile Dante, ma anche da Byron e Goethe, da tutti è stata raccontata come una montagna con qualcosa di speciale.
Ma per la geologia è solo un grande scoglio calcareo tra il tufo di Calcata e la roccia dell’Appenino.

Altro su: http://www.touringmagazine.it/articolo/5395/lazio-memorie-e-sorprese-del-sottosuolo
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“Perché lo scetticismo possa filosoficamente sorreggersi non c’è bisogno che la portata del «niente è vero» sia universale. Sesto Empirico aveva fatto notare che le espressioni di dubbio o negazione degli scettici «non le si profferiscano da noi generalmente per ogni fatta cosa, ma per le oscure e le dommaticamente ricercate», ossia per quelle che appartengono al campo della speculazione filosofica. Basta dunque perché lo scetticismo si regga che il suo «niente è vero» si riferisca alle affermazioni e alle costruzioni della filosofia, alle quali in realtà soltanto si riferisce, come prova il fatto che quella proposizione è dagli scettici opposta appunto alle costruzioni filosofiche e non all’uomo comune e alla sua credenza pratica nell’esistenza fenomenica”
G. Rensi- Lineamenti di filosofia scettica(1919)
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Il vero terrore metafisico, che le menti mediocri non considerano, si deve fondare sull'idea che le tenebre della morte non siano un accidente temporaneo della mente ma qualcosa di permanente, anzi il presentimento di una legge precosmica ab eterno stabilita. Ciò che fanno quasi tutti i filosofi e teologi è assuefarsi nella credenza di poter rendere impotente questa idea di morte ontologica, secunda. Al contrario si dovrebbe pensare l'altrove stesso con paura mortale, attraverso il nerissimo presentimento di un' irrealtà nullificante incombente al contempo assolutamente, densamente, reale, che si preannuncia alla mente come una rivelazione agghiacciante e non come semplice timore reverenziale, semplice stupore o velata malinconia. L'abisso non è l'abisso d'amore dei teologi, non c'è alcun rapporto creatore- creatura, nessun rapporto interpersonale, al contrario, è un eco irriflesso nel vuoto anonimo, domina la paura, lo sottolineo, dell'elemento riflesso relativamente all' assoluto cieco, impersonale Maelstrom le cui sovraimmense distese si estendono senza coordinate per fagocitarlo vivo nell'oblio, in un non luogo in cui ogni cosa non è mai stata. Il destino assurdo a cui giunge la coscienza nel suo essere cosciente è quello di precipitare nella nera incoscienza, da non confondersi con l'idea di subcosncio psicologico pulsionale. Se si vuole dare una tinta di misticismo in tutto ciò non vedo problemi, ma il baratro della ragione, la nube di questa non conoscenza, le sovraluminose tenebre- che non solo sono sovra intellettuali ma in un qualche modo "negazione" della razionalità salita e al contempo discesa al suo massimo grado, capace di contemplare l'assurdo al di là del fenomeno - è una verticalità discensiva, vertiginosa, in un certo senso. Ciò che si contempla non è un nihil privativum, ma è il non essere sussistente, l'essere del non essere, l'urgrund, come fondo senza fondo e non causa(dell'essere) incausata e fondamento degli enti, di qui la rottura, scissione traumatica e l'inconoscibilità, il vuoto tra i due piani ontologici e gnoseologici, il dualismo metafisico
<< Nella IV Egloga Virgilio annunciò il compimento delle suddette profezie Sibilline e segnatamente vaticinò l’avvento dell’ultima èra profetizzata dalla Sibilla Cumana, ovvero il decimo saeculum del computo etrusco, assegnato al governo di Apollo, che avrebbe definitivamente (come detto) posto fine alla Storia col Fuoco, inaugurando la tanto attesa rinnovata età aurea. Come commenta il prof. D’Anna citando la Sapienza platonica:
«Questo rinnovamento, “dovuto all’inversione del moto dell’universo, quando si verifica il rivolgimento inverso a quello che è attualmente stabilito”, porterà con sé una nuova progenie che farà sparire la vecchiezza dell’èra precedente e avrà come signatura la fanciullezza, equivalente umano dell’eterna primavera che si realizzerà sulla terra nella nuova èra, dopo “la rivoluzione degli astri e del sole” […]»
Si comprende dunque come le elucubrazioni virgiliane non siano da considerarsi un mero omaggio alla persona storica di Ottaviano Augusto e alla realizzazione sotto il suo regno dell’ideale della Pax Romana, ma altresì si inserivano in un ordine sacrale di idee in voga da parecchi secoli, il quale, rifacendosi alle antichi profezie etrusche, preconizzava il momento il cui il Grande Anno cosmico si fermerà di colpo, «quasi una stasi nel respiro del mondo, per poi riprendere di nuovo. Questo momento coinciderà col ritorno dei pianeti e delle stelle alla loro situazione originaria, all’inizio del ciclo passato»: i Cieli e tutte le cose saranno fatte nuove, riportate alla verginità iperborea delle Origini, e Apollo ritornerà Phánēs indiviso nel suo Splendore primigenio, finalmente libero dalla «prigione quadripartita» cosmica plasmata dalla mêtis dell’usurpatore Zeus. In questo senso Virgilio poté vaticinare: magnus ab integro saeclorum nascituro ordo, preciso riferimento alla dottrina astroteologica del Grande Anno e della conflagrazione finale. Gli fece eco Servio, che rivelò: «completato un Grande Anno tutte le stelle torneranno al punto in cui erano al principio e si muovono di nuovo con lo stesso moto». Si rinnoverà l’aureo Regnum Saturni, il mondo aurorale dell’antico sovrano che — da anziano «Re Occulto» avvolto nel suo sudario all’interno della caverna dorata ogigia — rinascerà come Puer sotto il segno di Apollo il Distruttore, l’Angelo dell’Abisso, che porrà fine al corso impetuoso del divenire storico in un universale oblazione ignea: l’«Inverno cosmico» brucerà allora in una pira sacrificale purificatrice, dalle cui ceneri nascerà nuovamente quella «Primavera cosmica» già preconizzata nel circolo pitagorico da Nigidio Figulo, di cui si dirà oltre.
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Saturno il Seminatore ancora una volta spargerà i suoi semi, dando inizio a un nuovo ciclo. D’Anna lo mette in relazione tramite il radicale *SAT («verità, essere, purezza») — oltre che alla Prima Età della tradizione induista (Satya-Yuga) — anche al legislatore primordiale dell’attuale umanità, quel Satyavrata («votato alla Verità») reputato dagli indiani «il salvatore e il trasmettitore dei germi della sapienza dei cicli passati, da lui custoditi dopo essersi salvato dal diluvio universale per mezzo di un’imbarcazione guidata da un pesce divino», vale a dire da Viśnu nel suo aspetto di Matsya-Avatāra. Lo stesso Virgilio nell’Eneide tramandò l‘idea che Saturno eccellesse nell’arte della navigazione, e Macrobio ricordò come il dio giunse nel Lazio su un’imbarcazione e, accolto da Giano (dio degli inizî e delle «porte», come l’Apulunas ittita e l’Apollo di Troia) diede il via all’Età dell’Oro fondata sull’agricoltura e quindi, esotericamente, sull’atto esemplare della Semina — per poi ritirarsi occultato (latium) nel sottosuolo del Lazio, da cui nascerà Roma proprio come frutto di tale Semina, destinata dalla Storia alla «missione di rinnovare il regnum saturnio, cioè a riportare il mondo alle condizioni cosmico-spirituali precedenti la cacciata del dio dal consesso divino», ovvero a riportare Phánēs/Apollo alla sua Lucentezza primigenia, da lui posseduta prima di essere inghiottito da Zeus. Questo Puer divino che nascerà «nel solstizio invernale al compimento del tempo, dopo l’incendio cosmico», infatti, non è altri che Apollo/Phánēs, la cui nascita veniva salutata nei Misteri Eleusini il 6 gennaio, notte dell’Epifania appena successiva ai dodici giorni della «crisi solstiziale», chiamandola «la nascita di Aión», l’Essere Eterno che l’involuzione ciclica non può scalfire.
La «primavera cosmica» che seguirà mostrerà il cosmo nel suo aspetto aurorale, verginale, trasfigurato. Virgilio fa naturalmente riferimento al frumento — indispensabile per una nuova Semina — all’uva e all’onnipresente miele, simbolo paradigmatico dell’età aurea, il quale sgorgherà «dalla quercia come rugiada». A quest’ultimo il Vate si riferisce con la perifrasi «le lacrime di Eôs», vale a dire il pianto cosmico e il primo vagito di una nuova Alba. >>
— Marco Maculotti, L'Angelo dell'Abisso. Apollo, Avalon, il Mito Polare e l'Apocalisse, Axis Mundi Edizioni 2022, cap. V §3
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The surreal Northern Lights, Suomi, Finland 🇫🇮 🌌
Photo by: Juuso
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Colin Campbell Cooper 1856 - 1937
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Scatto di Alessandro Ravagnin
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By Andrystix
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Forwarded from Chrysopoeia ☀️
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