∴ Sogni nel deserto del tempo ∴ – Telegram
∴ Sogni nel deserto del tempo ∴
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"Conosci te stesso" - Oracolo di Delfi.
“Il dubbio è l'inizio della conoscenza.” - Cartesio.
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Ancient Future
by DEKEL
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Escape the illusion
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Satet (anche Satis) è una divinità della mitologia egizia, particolarmente venerata ad Elefantina, in Egitto. Si considera protettrice delle acque del Nilo; viene raffigurata come una donna con la corona dell'Alto Egitto sormontata da due corna di gazzella.

Il nome ha il significato letterale di eiaculazione in correlazione con la teoria che vedeva l'annuale piena del Nilo come l'effetto dell'atto di masturbarsi del dio Atum. Nella teologia di Elefantina formava una triade con Khnum, suo sposo, e con la figlia Anuqet mentre ad Esna aveva come figlia la dea Neith. In epoca tarda anche questa divinità subirà un processo di assimilazione ad Iside.

https://it.wikipedia.org/wiki/Satet
Khnum (in egizio: ẖnmw, pronuncia Khnemu) è una divinità egizia appartenente alla religione dell'antico Egitto. Particolarmente venerato ad Assuan e Ermopoli, in Egitto, si considera protettore delle sorgenti del Nilo e della potenza creatrice delle inondazioni; viene raffigurato come un uomo con la testa di capro, a volte sormontata dal geroglifico del suo nome, l'anfora khenem, oppure dalla corona Atef, mentre tiene in mano l'ankh.

Secondo il mito plasmò l'uovo della creazione, e viene considerato il vasaio divino, che dona la vita alle sue creazioni modellandole al tornio con il limo del Nilo. Le sue compagne sono Satet, raffigurata con la corona bianca dell'Alto Egitto adorna di corna di gazzella, e Anuqet, con un'alta corona di piume; insieme formano la cosiddetta triade di Elefantina, dal nome del loro centro cultuale principale.

https://it.wikipedia.org/wiki/Khnum
« Secondo la leggenda, Pitagora avrebbe intuito che nella musica sono presenti ben determinati intervalli quantitativi ascoltando i ritmici colpi di maglio assestati da un fabbro su un’incudine. Possiamo ora apprezzare uno strano detto, diffuso tra gli Iacuti della Siberia: “Il fabbro è fratello maggiore dello sciamano”. Il ritmo ci riporta all’inizio della nostra apparente digressione, e ci fa meglio apprezzare quanto si diceva della poesia come “affare demiurgico”. In fondo, chi è lo sciamano? Lo sciamano è il medicine man, che, ripetendo secondo un rigido formalismo specifiche formule codificate, sa guarire, cioè reinscrivere il corpo squilibrato nell’armonia cosmica, restaurandone la condizione normale. La parola ben detta agisce magicamente sulla realtà: “La parola magica (sana) è pur creatrice, e Väinämöinen, che è il più alto rappresentante del potere magico, apparisce pur come creatore”. Come ricorda Nietzsche, si attribuiva alla musica il potere di sgravare gli affetti, di purificare l’animo, di ammansire la ferocia animi. Allorché la giusta tensione e l’armonia dell’anima erano andate perdute si doveva danzare al suono ritmico della musica. Con questa “terapia” Terpandro pacificò un tumulto, Empedocle ammansì un delirante, Damone purificò un giovinetto languente d’amore. Il dono che il dio-fabbro Kurdalægon fa ai gemelli Narti è un magico flauto d’acciaio che, dotato di voce propria, inizia a cantare invitando a bere la coppa colma di rong. Nella trance ipnotica indotta dal suono ritmico del tamburo, detto “cavallo dello sciamano”, poiché fatto di pelle equina, e dal kumys, sostanza psicotropa prodotta dal caglio del latte fermentato di giumenta, l’anima dello sciamano può addirittura ascendere attraverso una scala con sette pioli fino a visitare le vie dell’aldilà, il quale, nondimeno, è una zona celeste. Qui lo sciamano eschimese si imbatte in una vecchia dal nome sanguinario di “tagliatrice delle interiora”, il cui corpo si tende e si dilata come la luna, immagine di morte. Al riso dell’incauto visitatore (non si ride nel regno dei morti) la moira/menade getta il tamburo, afferra il coltello, strappa le interiora del malcapitato e le divora avidamente. Allo stesso modo, l’anima che non ha superato la prova di Maat, la “norma cosmica”, viene divorata da Ammut, mostro leonino che rappresenta la versione terrifica di Anubis/Sirio e del caldo estivo soffocante. Identica sorte tocca alle ombre sorprese a uscire dall’Ade: Cerbero le sbrana. »

- Andrea Casella, "La Macchina del Tempo. Saggio sulla Cosmoteologia Arcaica", Axis Mundi Edizioni 2023, cap. VII
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by GemmePiumate 📸
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Gabriel Tamaya ~ Shamanic Practitioner
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Lucio Anneo Seneca, scrisse nell’opera Hercules furens: "non est ad astra mollis e terris via" ('non esiste alcuna via semplice dalla terra alle stelle').
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https://youtu.be/QRLjxAeslw0

La Terra è speciale per noi: è la nostra casa. Ma è davvero speciale come pianeta? È probabile che ogni stella che vediamo nel cielo notturno ospiti dei pianeti: solo nella nostra galassia ci dovrebbero essere migliaia di miliardi di pianeti.
Dalla scoperta del primo “esopianeta” circa trent'anni fa, sono stati scoperti circa 5000 esopianeti in sistemi solari lontani, spesso molto diversi dal nostro. Telescopi terrestri e spaziali sono attualmente in funzione o saranno lanciati entro questo decennio per scoprire pianeti più interessanti e svelarne la natura: di cosa sono fatti? Come si sono formati? Che tempo fa là? Sono abitabili? Il telescopio spaziale Ariel, che sarà lanciato nel 2029 nell'ambito del Programma Scientifico dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), è la prima missione dedicata alla determinazione della composizione chimica di centinaia di esopianeti.
Una delle sfide dell'astrofisica moderna sarà scoprire perché questi nuovi mondi sono così come sono e qual è il “posto” della Terra nella nostra galassia e, più in generale, nell'universo.

GIOVANNA TINETTI
University College London
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« A questo punto, per andare al cuore dell’essenza del divino, e metterne a nudo la natura “numerologica”, non ci resta che sviscerare lo strettissimo ma insospettabile rapporto tra ciò che è “madre” e ciò che è “misura”. Il più vicino allotropo di Cibele è ovviamente Rea (H. von Dechend ne attesta il nome completo di Ρέα Κυβέλη), ma Rea in veste di Terra, deve essere intesa correttamente al modo dei Pitagorici, ossia come il piano ideale dell’eclittica, che “scorre”, poiché Rea è termine chiaramente imparentato con ρέω, così come lo è quello dello sposo Kronos/Chronos, anche se l’Orfismo conservava una tradizione secondo cui Rea e suo figlio Zeus si unirono sotto forma di serpenti. Egli la legò “con il nodo cosiddetto di Eracle” e della modalità dell’unione è simbolo il caduceo di Ermes. Facile scorgere in questo groviglio di cerchi-serpenti lo schema a X dell’equatore celeste (Zeus) e dell’eclittica (Rea). Resta da capire che cosa sia questo “nodo di Eracle”, ma se il significato che traiamo è esatto, esso dovrebbe simboleggiare il punto (anzi i due punti) in cui equatore ed eclittica si confondono o si intrecciano: i due punti equinoziali. Il filo rosso delle genealogie e delle epiclesi mitiche ci conduce, per bocca degli orfici, fino alla figura di Demetra: “Quando diede al mondo Zeus, Rea divenne Demetra”; “Rea, già chiamata anche Demetra”. Sua figlia Persefone, o Core, è definita nella laminetta aurea di Thurii (v. 1) come Cibelia Core (Κυβελήια Κόρρα). Demetra, che è anche detta Madre, è in realtà Gemetra, da Ge Meter = Madre Terra: “Ge e Meter e Rea e Era sono una stessa divinità”. Ma possiamo dire, anticipando le cose, che essa, proprio per questo, è anche Ge Mètron: Misura della Terra (cfr. γεω-μέτρης/μετρία = “geometra/geometria”). Non azzardiamo sull’approssimazione fonetica una siffatta assimilazione, ma ci basiamo sui dati forniti dalla linguistica e dalle etimologie: alla voce μέτρον = “misura”, ma anche “mezzo per misurare, pertica”, il Vocabolario Greco Italiano L. Rocci, ed. 1998, rinvia per confronto alla parola μῆτις = “saggezza, prudenza”, ma anche “disegno”, e personificata in Μῆτις, Meti, la figlia di Okeanos che, tra le altre cose, aiutò Zeus nel far vomitare a Kronos i propri figli. Passava per essere anche la prima moglie di Zeus e si dice che fosse stata da questi inghiottita quando apprese l’oracolo secondo cui, se Meti avesse partorito, il figlio avrebbe spodestato Zeus, così come Zeus aveva fatto con Kronos. Quando la inghiottì, Zeus diede alla luce Atena. Si tratterebbe, dunque, a sua volta di una Grande Madre. Si può assimilare senz’altro la figura di Meti a quella di Temi (Θέμις): se Meti è la Saggezza, Temi è infatti la Giustizia. Temi, del resto, passa per essere la seconda moglie di Zeus dopo Meti. J. Richer, da parte sua, propone, seguendo il Parke, la seguente derivazione: Gea => Temi => Artemide/Atena. Di Temi, omologa di Dike, abbiamo ricostruito l’identità cosmologica come il “coluro equinoziale” (Dike invece sarebbe il coluro solstiziale). Il coluro equinoziale e il coluro solstiziale (“coluro”, da κόλος - οὐρά = coda mozza, in quanto visibili solo per metà sull’orizzonte) sono i due cerchi massimi della sfera celeste passanti per i poli dell’equatore, nonché per i punti fondamentali dell’eclittica: rispettivamente, i punti equinoziali e i punti solstiziali. »
- Andrea Casella, "La Macchina del Tempo. Saggio sulla Cosmoteologia Arcaica", Axis Mundi Edizioni 2023, cap. VIII
« Ancora più centrale nell’economia visuale del culto rituale dei Chavín è il cosiddetto Lanzón, una scultura megalitica di quattro metri e mezzo finemente scolpita originariamente ubicata nei sotterranei del tempio, dove si svolgevano le concitate fasi dei rituali di iniziazione al culto del dio-giaguaro. Il monolite era già stato intravisto dai primi coloni spagnoli che, trascinandosi nello spazio ridotto del sotterraneo in cui era ubicato, riuscirono a vederne solo la faccia con le sue zanne minacciose e i capelli serpentiformi, sorprendentemente simile a quella delle mitiche Gorgoni. Il termine Lanzón deriva dallo spagnolo ‘Lanza‘, con riferimento alla caratteristica forma della scultura che ricorda proprio un’enorme punta di lancia costituita da diorito, un tipo di granito molto difficile da lavorare. Nei sotterranei del tempio, secondo l’ipotesi di Tello, il neofita veniva fatto accedere in uno stato alterato di coscienza per poi convogliarne i passi, attraverso vie labirintiche, verso una piazzetta ipogea in cui svettava la predetta stele che, come tutte quelle ritrovate nel sito, raffigura figure divine solo parzialmente antropomorfe, caratterizzate dalla presenza di lunghe zanne appuntite, simili a quelle dei grandi felini considerati sacri in tutta l’America precolombiana. »

https://axismundi.blog/2023/01/13/il-dio-ipogeo-e-i-riti-visionari-di-chavin-de-huantar/
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