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Andrea Zhok
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Antropologia / Filosofia / Politica
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L'EPOCA DEL VIRTUE SIGNALLING

Oggi il Teatro Grande Valdocco di Torino ha negato la sala, preventivamente noleggiata, al prof. Angelo D'Orsi che insieme al prof. Alessandro Barbero e ad una pluralità di altri intellettuali avrebbero dovuto dar vita all'evento "Democrazia in tempo di guerra. Disciplinare la cultura e la scienza, censurare l'informazione".

Simultaneamente si infiamma ulteriormente la polemica per la presenza per la casa editrice "Passaggio al Bosco" alla kermesse libraria "Più libri, più liberi" di Roma. Dopo Zerocalcare oggi è la volta di Corrado Augias ad annunciare la propria assenza dalla manifestazione per protesta contro il fatto di aver dato ospitalità ad una casa editrice di estrema destra.

Questi due eventi hanno qualcosa di profondo in comune, qualcosa, vorrei dire, di epocale. Per metterlo in evidenza bisogna fare due osservazioni, la prima intorno alla temperie ideologica e la seconda intorno allo stile.

Sul piano ideologico, osserviamo innanzitutto come i posizionamenti di autori come D'Orsi e Barbero da un lato e dell'editore "Passaggio al bosco" non potrebbero essere più diversi. Essi hanno una sola cosa in comune: testimoniano di narrazioni divergenti rispetto al conformismo perbenista sedicente "liberaldemocratico" che domina i centri di potere e di informazione in tutta Europa.
Questo conformismo, originariamente nato come frutto del trionfo neoliberale, oggi è ideologicamente immensamente flessibile, annacquato, ma è tenuto assieme, più che da qualche idea definita, dall'identificazione "virtuosa" con le preferenze dei "ceti erogatori di prebende".
In sostanza, per quanto di principio questo groppo ideologico ritenga di far riferimento ad un certo impianto liberale e neoliberale (europeismo, atlantismo, liberismo, dirittumanismo, femminismo, scientismo, secolarismo, individualismo) in verità è straordinariamente disponibile a tutti gli aggiustamenti del caso, battendo i tacchi di volta in volta a favore della legge e dell'ordine o del libertarismo assoluto, della mano invisibile o dei "prestiti di guerra", dell'inclusivismo buonista o del bullismo ghignante.

Questa posizione ideologicamente fluida, tenuta assieme dai desiderata delle oligarchie paganti, ha un grande problema, e questo ci porta al secondo punto. Le "opinioni giuste" oggi non possono più fidarsi di essere coerenti con un paradigma, neppure liberale o neoliberale. Come nelle epoche più oscure della storia, non ci si può fidare del proprio intelletto o della ragionevolezza o del principio di non contraddizione per "pensare la cosa giusta" o almeno per essere esenti da rimprovero.
No, bisogna continuamente giocare ad un gioco di rincorsa all'ultima "opinione buona", una rincorsa che potremmo chiamare di "conformismo estremista".
Bisogna tenere le antenne all'erta per capire se è il momento di dimostrarsi patriottici prestando il petto alle baionette nemiche, o di dimostrarsi anarconidividualisti nel perseguimento del proprio utile; se bisogna dimostrarsi empatici con l'oppresso o se è il momento di colpevolizzare le vittime per il mal che gliene incolse; se è il momento di venerare le regole o di denigrarle col saggio cinismo della Realpolitik, ecc.. E soprattutto, bisogna tenersi sempre all'erta per capire in quali contesti bisogna utilizzare un criterio di giudizio o invece quello opposto.
Vale tutto e dunque niente vale stabilmente.

Ora, l'unico modo per tenersi all'altezza di questo processo di sottile continuativa sintonizzazione verso la voce del padrone (le richieste del caporedattore, le circolari del dirigente, le valutazioni del ministero, ecc.) consiste nel lanciare costanti segnali della propria virtù, della propria ottemperanza, e di riceverne dagli altri.

Questa è l'essenza di ciò che gli americani chiamano "virtue signalling": l'esibizione costante di segni di appartenenza al gregge dei buoni, dei disponibili, della gente perbene, di tutti quelli che non discutono mai, ma al massimo aggrottano le sopracciglia.
Il teatro che non concede il palcoscenico ad un dibattito che protrebbe contestare la lettura oggi prevalente rispetto alla Russia non sta, ovviamente, mettendo in discussione quelle opinioni. Non le conosce, non gli interessa conoscerle, non sarebbe in grado di discuterle e non vuole discuterle. Sta solo lanciando un segnale alla propria catena di erogatori di prebende, un segnale che dice: "Ci siamo capiti, sono ottemperante, sono a disposizione."

La stessa cosa fanno i Zerocalcare, gli Augias et alii, con i loro proclami che ricordano tanto Ecce Bombo ("Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?"). Stanno segnalando alle loro catene (afferenti ai medesimi erogatori) che stanno dalla parte dei buoni, di chi sa come pensarla giusta, quelli di cui ci si può fidare, che non metteranno mai in imbarazzo i vertici della catena alimentare.

Naturalmente la sostanza del contendere è perfettamente pretestuosa. Chiunque abbia avuto un libro esposto in libreria sarà stato in compagnia di altri libri che considerava odiosi. Il punto non è mai la sostanza, ma la sceneggiata, la segnalazione.

L'essenza di questa ubertosa fioritura delle "segnalazioni di virtù" consiste nel rifiutare rigorosamente ogni discussione nel merito, ogni confronto su contenuti, ogni analisi materiale. Ci si conforma e ci si coordina tra quelli che la pensano bene, e che perciò possono continuare a ricevere becchime, e quelli che deviano o - Dio non voglia - si oppongono.

Fornire un diapason su cui sintonizzare le parole per chi "pensa bene" è, più o meno, l'unica funzione rimasta alle "grandi testate giornalistiche" che oramai non vendono neanche per coprire le spese di riscaldamento.
E questo li aiuta a coprire le spese rimanenti.
Qualche parola supplementare in coda alla roboante sceneggiata antifascista presso la kermesse libraria "Più libri, più liberi".

A quanto ho visto riportato, molti espositori hanno coperto i loro stand per protesta contro la presenza dell'editore di estrema destra "Passaggio al bosco".
Questo intrepido gesto antifascista merita un breve commento.

1) Tra le ragioni più profonde del discredito storico del fascismo c'è l'aver avuto la pretesa di somministrare soltanto verità di regime, di aver censurato libri e informazioni alternative, e di aver in questo modo condotto in forma sonnambulica il popolo italiano ad un conflitto catastrofico (di cui ancora paghiamo lo scotto).
Trovo significativo che oggi le stesse istanze provengano dalle bancarelle dei progressisti.

2) Quando parliamo di "sorveglianza democratica", bisogna osservare un semplice, ma importante, fatto di natura semiotica.
Se qualcuno mi dicesse che bisogna sorvegliare la distribuzione di film che glorificano la guerra, la violenza, il sadismo, la perversione, ecc., potrei pensarci.
Personalmente preferisco che circoli qualunque cosa - persino la spazzatura autocelebrativa a stelle e strisce che incarna quanto sopra - perché credo che essere esposti a messaggi diversi comunque rafforza.
Ma chi vuole che vi sia un controllo ha qui dei buoni argomenti, perché un contenuto audiovisivo ha un certo potere di autoimposizione sul fruitore.
Ma quando parliamo di libri e non di film, qui il discorso è tutt'altro e del tutto chiaro. Una delle ragioni per cui ho sempre amato i libri (e nel mio piccolo cerco anche di produrne) è che i libri non hanno nessuna capacità di ipnotizzarti, di imporsi subliminalmente alla tua coscienza, di avere la meglio su di te quando sei stanco, di sopraffarti.
Queste sono cose che può fare un film, una trasmissione televisiva, ma mai un libro.
Un libro è materialmente una collezione di segnini neri su sfondo chiaro, che per SIGNIFICARE devono essere animati da uno sforzo del lettore. Appena il lettore smette di attuare uno sforzo di immaginazione, appena smette di tentare di entrare in sintonia con quanto legge, il testo immediatamente smette di parlare.
Perciò l'esercizio mentale che viene svolto su un libro è sempre un esercizio all'attività e alla vigilanza critica, persino quando il libro è di pessima qualità. Un libro dev'essere acceso e tenuto in moto dalla tua mente, altrimenti è inerte. Un libro, qualunque libro, quale che ne sia il contenuto, è intrinsecamente un ente non violento.
Un libro non ti attacca alla gola; nessuno è mai stato sopraffatto da un libro; e nessuno, garantito, è passato da sincero democratico a nazista per aver letto, per dire, il Mein Kampf. (Eventualmente leggerlo è istruttivo per capire come il nazismo con tutta evidenza non si sia imposto per la lucidità argomentativa del Fuehrer.)

3) Trovo infine curioso come per alcuni gruppi sociali viga il terrore dell'esposizione ad idee malvagie. Esse vengono concepite come un contagio virale, qualcosa da cui bisogna preservarsi con un bel lockdown.
(Trovo in ciò più che un'analogia con eventi recenti, anche perché i soggetti coinvolti in questo atteggiamento sono ampiamente sovrapponibili.)
Ma se di principio, di fronte ad un virus sconosciuto, si può capire il timore che le proprie difese immunitarie non siano all'altezza, di fronte ad un libro, se le tue difese immunitarie sono così basse da temere il contagio e la sopraffazione, forse dovresti smettere proprio, perché leggere non fa per te.
La cosa importante da capire è che chi è incline a pensare in questi termini può anche essere convinto di essere uno squisito democratico, ma in verità è intimamente avverso ed estraneo all'essenza stessa della democrazia. Lo spirito democratico ha fiducia nel confronto, mentre queste "Guardie di Ferro" dell'antifascismo sono terrorizzate da ogni confronto, da ogni esposizione ad idee estranee.
E la ragione di fondo è semplice: le loro difese immunitarie spirituali sono azzerate.
Si tratta di gente che da tempo non crede in nulla, gente che da tempo dubita che si possa distinguere tra verità e retorica, tra riflessione e sofisma, tra logica ed eristica. Essendo essi stessi seduti su una pila di idee stantie, incartapecorite, svuotate, proiettano la propria fragilità all'esterno e non vogliono in nessun modo correre il rischio di essere esposti al contagio di idee davvero estranee, perché anche un'ideuzza di modesta virulenza potrebbe ucciderne le esangui convinzioni.
Nel documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale (National Security Strategy) appena pubblicato dall’amministrazione statunitense troviamo una dolorosa descrizione dell’attuale realtà europea.
Vi troviamo scritto:
“L'Europa continentale ha perso quota nel PIL mondiale, passando dal 25% del 1990 al 14% di oggi, in parte a causa di normative nazionali e transnazionali che minano la creatività e l'operosità.
Ma questo declino economico è eclissato dalla prospettiva reale e più concreta della cancellazione della civiltà. I problemi più ampi che l'Europa si trova ad affrontare includono le attività dell'Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell'opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi.
Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno. Pertanto, non è affatto scontato se alcuni paesi europei avranno economie e forze militari sufficientemente forti da rimanere alleati affidabili. Molte di queste nazioni stanno attualmente raddoppiando il loro impegno in quella direzione.
(…)
L'amministrazione Trump si trova in contrasto con i funzionari europei che nutrono aspettative irrealistiche rispetto alla guerra, radicati in governi di minoranza instabili, molti dei quali calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere l'opposizione. Un'ampia maggioranza europea desidera la pace, ma questo desiderio non si traduce in politica, in larga misura a causa del sovvertimento dei processi democratici da parte di quei governi.”

Ora, dare ragione all’amministrazione americana è spiacevole, spiacevole sia perché questa traiettoria europea è stata fino a tempi recentissimi supportata e alimentata dagli USA, sia perché sappiamo tutti che queste verità vengono dette non certo in buona coscienza e per amore della verità, ma solo perché al momento tornano utili alla prospettiva strategica americana.

Ciò non toglie che siano verità, e vengono dette perché, in quanto verità, appaiono riconoscibili ai popoli europei.

La traiettoria europea che viene delineata nel documento parte, correttamente, dal 1990, cioè dalla svolta neoliberale che ha luogo con il Trattato di Maastricht e la trasformazione della Comunità Europea in Unione Europea. Al tempo quella svolta significava seguire gli USA nel loro percorso storico, come unica potenza mondiale rimasta dopo il crollo dell’URSS. Allora – come ora – ciò che caratterizza le classi dirigenti europee è la loro astrattezza. Se agli USA si può imputare frequentemente un brutale pragmatismo, l’Europa soffre invece di una congenita astrattezza (che, peraltro, può essere precisamente altrettanto brutale, ma senza essere pragmatica, senza esercitarsi ad analizzare e reagire alla realtà circostante).

Negli anni ’90 quell’astrattezza si espresse nella forma di un’adesione incondizionata all’idea del trionfo liberale sul modello comunista, trionfo che si traduceva in una metamorfosi del senso dello stato.

Lo stato neoliberale non si voleva più né “stato sociale” come nella stagione ad economia mista del secondo dopoguerra, né “stato minimo” come nel liberalismo classico. Lo stato neoliberale si voleva interventista, ma non per interventi mossi da un’agenda sociale bensì con un’agenda dettata dall’ideale della “concorrenza perfetta”. Questo ideale microeconomico andava imposto a tutti i livelli, inclusi i monopoli naturali (ferrovie, forniture elettriche, ecc.) e inclusi i sistemi difficilmente privatizzabili (scuola, sanità, università). Là dove non si poteva senz’altro privatizzare, lì si inventavano sistemi di valutazione, di misurazione del prodotto, di competizione interna, di creazione di incentivi e disincentivi che mimavano i meccanismi di mercato.
Questo processo di snaturamento del settore pubblico, nel tentativo di assimilarne i meccanismi alla concorrenza privata è alla radice non solo della decadenza progressiva dell’istruzione pubblica e della sanità, dove le migliori risorse vengono spese in pseudocompetizioni e burocrazia, ma anche della frenesia normativa degli apparati europei. Qui il grande perdurante equivoco, sia per i detrattori che per i sostenitori, è che questo interventismo del centro amministrativo rappresenti un residuo socialista, mentre è neoliberalismo allo stato puro: infatti non è l’intervento centrale (stato, commissione europea) a fare la differenza, ma la sua agenda, i suoi intenti.

Con un esempio, avere una Banca Centrale Europa avrebbe potuto di principio essere un fattore compatibile col socialismo-comunismo, nel momento in cui la Banca Centrale avesse orientato la produzione di moneta e il suo indirizzamento a sostegno della piena occupazione, delle politiche di ricerca e sviluppo, di un consolidamento dell’industria pubblica; ma nel momento in cui l’agenda della BCE è dettata prioritariamente dal fine della stabilità della moneta, essa pone al centro dei propri interessi i detentori di capitale (oligarchie finanziarie in primis) e non i cittadini lavoratori.

La combinazione tra interventismo centrale e priorità degli interessi delle oligarchie finanziarie è catastrofica, è la peggiore delle combinazioni economico-politiche immaginabili. Essa unisce tendenze centrali al normativismo, alla sorveglianza, all’autoritarismo con la mancanza anarchica di un indirizzo politico, sostituito dall’interesse economico delle oligarchie. Questa combinazione è incomparabilmente peggiore dei sistemi dove l’autoritarismo si radica nel perseguimento di un interesse nazionale (es., Cina) ma anche di quelli dove la priorità dell’interesse economico individuale si abbina ad una cornice libertaria, anarcocapitalista (come gli USA).

Tutte le tendenze più catastrofiche degli ultimi trent’anni sono da ricondurre a questa devastante combinazione.

La distruzione delle identità collettive (nazionali, etniche, religiose, comunitarie, famigliari) è stata funzionale alla sostituzione della società tradizionale con un sistema di transazioni individuali, idealmente con un mercato universale.

La cosiddetta “sostituzione etnica” non è mai stata pianificata, e tuttavia essa di fatto avviene come esternalità di un simultaneo processo di indebolimento delle identità interne e di un ricorso massivo a risorse lavorative a basso costo (migranti). L’opzione opposta, quella di aumentare salari, compattezza politica e potere contrattuale dei lavoratori autoctoni avrebbe rappresentato una riduzione percentuale della fetta di profitti per le oligarchie finanziarie, dunque non è stata presa in considerazione.

L’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori è andato di pari passo con una riduzione della loro capacità di consumo, e questo si è abbinato alla tendenza europea al mercantilismo, cioè a puntare tutte le proprie carte sulle esportazioni, su una bilancia commerciale favorevole. Ma questo naturalmente significa che, a fronte di qualunque sconvolgimento esterno, a qualunque turbativa dei meccanismi del commercio estero (crisi subprime, covid, guerre) l’Europa non è più in grado di compensare le carenze del mercato esterno ricorrendo al mercato interno.

In un contesto dove solo l’interesse economico individuale viene santificato, il ceto politico ha iniziato ad essere rappresentato sempre più da mediocri arrivisti, da quaquaraquà, da gente priva di qualunque spina dorsale ideale e disposta ad ogni compromesso pur di arrivare. Ovviamente questo si è ripercosso in forma di un degrado complessivo della politica, in un collasso delle capacità autenticamente politiche, in un crollo della lungimiranza strategica, in un disfacimento di ogni qualità personale sostituita dalla fedeltà alla lobby di riferimento (e ogni riferimento a von der Leyen, Kallas, Merz, Starmer, Macron, ecc. è puramente casuale).
Alla fine ci ritroviamo nella situazione paradossale di aver preso un modello pragmatico di matrice americana come un’ideologia eterna, di averla coltivata e implementata con tipica astrattezza europea, di esserne caduti vittima, e di rimanere alla fine con il cerino in mano mentre gli stessi americani – come hanno fatto più volte nella storia – girano la nave di 180° perché ora è nel loro interesse fare così.

Impoveriti, invecchiati, senza futuro, senza identità, senza visione, marginali ma con la presunzione di essere ancora chi dà le carte.

Materialmente i margini per cambiare rotta ci sarebbero ancora, ma il muro di ottusità creato ad arte negli ultimi decenni - e consolidato nei luoghi strategici di formazione della pubblica opinione - non sembra essere prossimo a cedere, e senza una rivoluzione culturale nessuno spiraglio si può aprire.
Mi ricorda la manina sulla spalla di Draghi a Landini, sempre molto chiara la simbologia posturale.
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🇺🇸🇮🇱TRUMP PRIMO PRESIDENTE EBREO DEGLI STATI UNITI

Durante la festa dell'Hannukà, Donald Trump ammette di essere il primo Presidente ebreo degli Stati Uniti

Mark Levin: "Sei anni fa ero qui e ho detto che questo è il nostro primo Presidente ebreo."

Presidente Trump: "È vero."

Mark Levin: "Ora è il primo Presidente ebreo a servire due mandati non consecutivi in carica."

Presidente Trump: "Vero. È vero."


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Forwarded from Giubbe Rosse
UN’ESISTENZA CONDIZIONATA
di ESC, escapekey.substack.com, 19 dicembre 2025   —   Traduzione  a cura di Old Hunter Nessun documento d'identità significa che non puoi effettuare alcuna transazione: non esisti per il sistema. Nessuna credenziale significa che non puoi partecipare ad attività specifiche: nessuna autorizzazione, nessuna partecipazione. Ma se vuoi essere incluso, devi essere visibile. Devi avere un documento d'identità. Devi avere delle credenziali. E con questo arrivano sorveglianza e controlli, automatici, per impostazione predefinita. Oppure sei completamente fuori dal sistema – incapace di comprare, vendere, lavorare o viaggiare – oppure sei dentro e soggetto a tutto. Il ciclo è chiuso. Non c'è una terza opzione.

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Giubbe Rosse
‌UN’ESISTENZA CONDIZIONATA di ESC, escapekey.substack.com, 19 dicembre 2025   —   Traduzione  a cura di Old Hunter Nessun documento d'identità significa…
LA CHIUSURA DELLA TONNARA

Qualche giorno fa il Consiglio dell’Unione Europea, organo esecutivo, ha sanzionato il colonnello Jacques Baud ed altri 11 soggetti (individui e persone giuridiche). Le sanzioni implicano il congelamento dei beni, il divieto a tutti i cittadini e alle imprese dell'UE di mettergli a disposizione fondi, di permettergli attività finanziarie o concedergli risorse economiche, oltre ad un divieto di viaggio. In sostanza ciò equivale a dichiarare la morte civile del cittadino colpito, che non può più accedere legalmente ad alcuna forma reddituale, né pregressa, né nuova, e non può spostarsi.

Due cose vanno sottolineate.

In primo luogo, questa punizione draconiana viene comminata per qualcosa che è precisamente e soltanto un “reato d’opinione”, in quanto non ci sono accuse di reato né penale, né civile.

In secondo luogo, la punizione non viene comminata da un organismo giudiziario, ma da un esecutivo, dunque senza passare attraverso una procedura di accertamento delle eventuali responsabilità.

Incidentalmente – per il piacere di chi si diletta di queste cose – questa forma di intervento è in diretta e manifesta violazione degli articoli 11 e 12 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che recitano rispettivamente:

Articolo 11.1. “Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.”
Articolo 12. “Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.”

Ora, chi pensasse che questa esibizione di arbitrio dittatoriale sia un semplice incidente di percorso, sbaglierebbe di grosso.
Il governo dell’Unione Europea è da tempo il regno del più totale arbitrio.

Pensiamo alla questione della sottrazione dei beni russi congelati. Questa palese violazione del diritto internazionale non è avvenuta (per il momento) solo per una congiuntura fortuita, ovvero la presenza negli USA di un presidente che ha altri piani per quei fondi e la presenza in Belgio – il paese finanziariamente più coinvolto – di un primo ministro dotato di un minimale buon senso. Per inciso, per questo atteggiamento prudente il premier Bart De Wever - nonostante goda di un massiccio appoggio popolare – è stato aggredito dalla stampa belga con accuse di filoputinismo. Le conseguenze a catena di una tale violazione macroscopica del diritto economico sarebbero potenzialmente devastanti e lo sono tanto più in quanto l’UE ha come ultimo residuo asset sul piano internazionale il fatto di essere una superpotenza finanziaria con una moneta stabile.

La von der Leyen è quella presidentessa che è stata eletta per un secondo mandato dopo aver bruciato decine di miliardi di fondi europei in un contratto privato e secretato via sms con la Pfizer. Ergo, il suo modo di agire arbitrario è stato benedetto dall’UE in toto.

L’UE è quell’organismo che ha portato al macello l’industria europea per seguire, pro tempore, le lobby green (che ovviamente nulla c’entrano con l’ecologia), salvo poi rendersi conto di quanto decine di esperti avevano detto immediatamente, ovvero che gli obiettivi di elettrificazione a tappeto erano astratti ed irrealistici (oltre che inutili per i fini che ufficialmente si proponevano, in assenza di accordi con il resto del mondo industrializzato).

L’UE è quell’entità multinazionale che sta aprendo un’agenzia d’intelligence sotto il diretto comando di chi presiede pro tempore la commissione (ora von der Leyen), come se fosse un capo di governo nazionale, democraticamente eletto.
Giubbe Rosse
‌UN’ESISTENZA CONDIZIONATA di ESC, escapekey.substack.com, 19 dicembre 2025   —   Traduzione  a cura di Old Hunter Nessun documento d'identità significa…
L’UE ha partorito il Digital Services Act, meccanismo censorio che può sanzionare in maniera perfettamente arbitraria (cioè senza passaggio attraverso organi giudiziari) qualunque contenuto che venga ritenuto “disinformazione”, cioè qualunque piattaforma ospitante un contenuto che non sia allineato all’esecutivo europeo e sia significativamente influente.

L’UE sostiene sistematicamente che le elezioni con esiti avversi alla propria agenda sono illegittime e vanno ripetute, che i vincitori di elezioni con agende antieuropeiste vanno arrestati, che i partiti euroscettici vanno messi fuori legge anche se hanno la maggioranza delle preferenze.

Mentre nelle nostre scuole le ore di educazione civica vengono prese in ostaggio da piazzisti porta a porta delle meraviglie dell’Europa Unita, mentre carriere accademiche si decidono attraverso l’erogazione di grants europei, concessi a progetti o rigorosamente innocui o proni all’agenda eurocratica, mentre si procede a tappe forzate verso il portafoglio digitale – con cui le sanzioni oggi erogate a Jacques Baud potranno essere più ampie, rapide e diffuse – mentre tutto questo accade, la popolazione europea continua in gran parte a sonnecchiare.

I liberali libertari vogliono più libertà solo per i detentori di capitale.

I progressisti canticchiano “Bell* ciao” e inseguono fascisti immaginari.

I gruppi del dissenso sono troppo intenti ad essere gelosi o maldicenti gli uni degli altri per occuparsi d’altro.

La destra sovranista continua a vendersi la patria a pezzi in cambio di poltrone e foto opportunity.

Vecchi europeisti rintronati continuano a trastullarsi col “sogno europeo” perché possono fare benzina oltre confine senza mostrare i documenti.

Gli industriali, sempre più dipendenti dalle europrebende, stanno muti di fronte ad un’UE capace per la prima volta nella storia europea di coltivare rapporti catastrofici con tutto il resto del mondo: sul piede di guerra con la Russia, relazioni distrutte con la Cina per la “via della seta”, cacciati a calci dall’Africa, disprezzati dagli USA.

Gli unici a prosperare sono gli yes-men, i conformisti di lusso, gli ingranaggi di alto bordo, gli inservienti dell’accademia, gli ingranaggi della magistratura.

Pochissimi sembrano avere una comprensione della gravità di questa transizione storica, in cui, nelle istituzioni di quella tonnara chiamata Unione Europea, omini e donnine a pagamento, dipendenti da rarefatte oligarchie finanziarie, stanno portando a compimento gli ultimi passi per un assoggettamento integrale e irrevocabile dei cittadini europei: assoggettamento culturale, economico, materiale, comportamentale. Assoggettamento diverso però da quello delle autocrazie, perché brado, opaco, acefalo, privo anche di quel piccolo lusso che consta nel conoscere il volto di chi ti opprime. Al comando non è un uomo solo al balcone, ma un apparato autoperpetuantesi, un apparato messo in piedi da un sistema di lobby finanziarie, un apparato privo di un progetto che non sia quello del potere per il potere, l’estrazione di valore fine a sé stessa, per cui l’Europa e i suoi cittadini sono solo materia prima, forza lavoro, terra di conquista.
Ieri la conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, già boicottata due volte, si è tenuta a Napoli, protagonisti Angelo D'Orsi e Alessandro DI Battista. Al termine della conferenza una folta claque presente tra il pubblico si è alzata con addosso magliette dell'Ucraina, urlando a squarciagola domande retoriche tipo "Chi vi paga?", cioè domande che non sono tali, ma sono in effetti ingiurie. Alla resistenza di alcuni astanti a questa azione di disturbo, alcuni hanno cominciato a lamentarsi della scarsa democraticità per non aver risposto alle domande (tipo che se ti chiedono "A che ora tua madre smette il turno sul raccordo anulare?" devi rispondere educatamente dandogli un orario - e non invece con una sacrosanta testata sul setto nasale.)

Ora, qui gli organizzatori politici del sabotaggio sono i soliti noti: Radicali, + Europa et similia, ma qui c'è stato anche il sostegno di elementi della comunità ucraina locale. Napoli, come molte altre città italiane ed europee, ospita una folta comunità di profughi ucraini e questo fatto credo sia stato finora sottovalutato nella sua portata.

L'Ucraina ha esportato in questi anni - grazie alle leggi europee che lo consentivano - milioni di propri cittadini in una moltitudine di città europee. Come è emerso da dati sul traffico social, tra gli ucraini, la maggior parte dei più acerrimi sostenitori della prosecuzione ad oltranza della guerra sono proprio ucraini fuggiti all'estero.

Il sostegno degli ucraini alla guerra alberga soprattutto tra gli imboscati all'estero, mentre in patria l'auspicio di una rapida conclusione, anche con sacrifici territoriali, appare maggioritario.

Alla luce della chiusura del conflitto, che potrebbe non essere distante (io scommetterei su una tempistica di 6 mesi), un problema con cui temo avremo a che fare in futuro sarà precisamente la presenza di folti gruppi di nazionalisti ucraini nel cuore di tutte le città europee.

Sono certo che molti cittadini ucraini vorranno soltanto vivere pacificamente, ma la rilevanza di una diaspora di ipernazionalisti - peraltro connessi con l'area con la massima circolazione di armi di contrabbando al mondo - rappresenterà un serio problema. Tutte le comunità all'estero, soprattutto se arrivate insieme in tempi brevi, tendono a costituirsi in associazioni di muto supporto, e la storia ricorda come tali associazioni abbiano un'elevata tendenza ad essere contigue ad organizzazioni a delinquere (questa è la storia della mafia italiana o irlandese negli USA).

Questa guerra, come tutte le guerre, lascerà strascichi di odio e risentimento. Ma avere folti gruppi di nazionalisti (o, diciamolo, senz'altro di simpatizzanti neonazisti), con accesso facilitato ad armi di contrabbando, nel cuore delle maggiori città d'Europa rappresenta un potenziale di rischio enorme.

Tale rischio può prendere sia la forma tradizionale dell'ordinario crimine organizzato, sia quello della fornitura di manodopera spendibile per operazioni alimentate da poteri occulti e servizi segreti. E questa seconda opzione - tutt'altro che inedita - è di gran lunga più pericolosa e probabile della prima.
La ragione per cui niente si muoverà nelle coscienze europee, la ragione per cui nonostante in moltissimi vedano l'attuale degenerazione dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani, dell'indipendenza della magistratura, della libertà di stampa ed espressione, ecc., la ragione per cui nonostante tutto questo le indignazioni saranno minoranza e prevarranno quelli che fanno spallucce, è molto semplice.

La maggior parte della popolazione agisce inconsciamente sulla scorta di un meccanismo di pensiero, di un sillogismo vincente, governato dall'informazione tossica.

La premessa materiale del sillogismo è data dalla persuasione che in ogni "altrove" rispetto all'Occidente viga la barbarie, l'oppressione sanguinaria, il dispotismo arbitrario, la legge della giungla. Le teste degli europei - più in generale degli occidentali - sono farcite come tacchini natalizi di luoghi comuni creati ad arte, immagini icastiche, pensierini a manovella: "In Russia ti fanno sparire senza tanti complimenti", "Se non ti piace la nostra libertà di stampa perché non te ne vai in Cina?", "In Iran se non metti il velo ti mettono in galera", "Maduro è un dittatore brutale ed illegittimo", ecc. ecc.

Questo strato di fondo di banalità orecchiate, sciocchezze inventate, fotogrammi senza contesto, spesso pure e semplici leggende metropolitane è coltivato accuratamente nel corso degli anni dalla stampa, che costruisce in questo modo - anche in tempo di pace, anche quando non serve immediatamente - un retroterra di demonizzazione a basso voltaggio di tutto il resto del mondo.

Questo strato deve la sua efficacia proprio al fatto di essere disseminata e alimentata nel lungo periodo, senza l'urgenza di essere usata, come una sorta di sfondo mitologico indiscutibile.

Il cittadino europeo medio non ha la più pallida idea neppure di come si vive alla periferia della sua città, non conosce la vita o i problemi di chi vive sul suo stesso pianerottolo, e tuttavia gli arrivano comodamente a domicilio saldissime certezze intorno a quanto oppressiva e umiliante sia l'esistenza in Cina, in Russia, in Iran, a Cuba, in Venezuela, o in molti altri paesi, paesi enormi, complessi, in cui non ha mai messo piede se non forse per una vacanza in un villaggio turistico.

Una volta che questo sfondo di screditamento e denigrazione è inerzialmente presente nella nostra visione del "mondo altrui", le classi dirigenti occidentali hanno mano libera per le peggio porcate.
Infatti, di fronte a ogni inguardabile schifezza, di fronte ad ogni abuso manifesto, ad ogni ingiustizia sfacciata, si può sempre premere il pulsante mentale dell'ACQUIESCENZA COMPARATIVA:

"Sì, è uno schifo, ma comunque è pur sempre meglio qui che altrove."
"Sì, tutto questo è orribile, ma comunque, con tutti i limiti, siamo fortunati a vivere qua e non altrove."
"Sì, l'ingiustizia impera, ma teniamocela stretta perché l'alternativa sarebbe ben peggiore."

Qui, come in moltissimi altri casi, la responsabilità del sistema mediatico, la criminale complicità del giornalismo mainstream è una volta di più decisiva.
IL COMPITO CHE CI SPETTA

In ogni momento storico ci sono molte cause degne, alcune cause urgenti, ma una causa cruciale, una ragione inderogabile per mobilitarsi.

Nell’epoca e nel luogo che ci è capitato di abitare questo movente cruciale ed inderogabile dev’essere il rifiuto della guerra.

Rifiutare la guerra è qualcosa di molto più complesso e strutturato di un generico pacifismo, di uno “stato d’animo” irenico. Ci possono essere molte forme di guerra, talvolta esistono anche guerre necessarie, ma nel contesto in cui viviamo l’evocazione della guerra è un atto gratuito e motivato da ragioni accuratamente dissimulate, in effetti un atto criminale.

L’attuale insistente strategia che fomenta uno stato di guerra in Europa non ha, ovviamente, nulla a che fare con la realtà di un’esigenza difensiva. Ciò si mostra sia nel fatto che la minaccia di una guerra di conquista russa dell’Europa è una sciocchezza fuori dal mondo, sia nel modo in cui le presunte esigenze difensive sono gestite.

Che la Russia non abbia né l’interesse né la capacità di conquistare l’Europa è un’ovvietà per chiunque non si sia bevuto il cervello (o continui a leggere la stampa di regime): la Russia con i suoi 17 milioni di kmq è più di quattro volte l’UE, ma è abitata da soli 145 milioni di abitanti, un terzo degli abitanti dell’UE. Il principale problema storico della Russia è tenere insieme il suo impero con una popolazione relativamente esigua, non certo sovraestendersi acquisendo nuove terre abitate da popolazioni ostili. È peraltro lo stato con la maggiore dotazione di risorse naturali al mondo, dunque supporre che vada alla ricerca di nuove risorse è ridicolo.

Il modo di impostare la presunta strategia difensiva europea è inoltre palesemente insensata sul piano tecnico, giacché non parte da un’analisi degli scenari di guerra plausibili e dalle esigenze specifiche da soddisfare sul piano tecnologico e militare, ma parte da un budget. Ciò che preme ai governi europei è infatti stabilire quanti soldi potranno estrarre dalle tasche dei propri cittadini, non quali mirate esigenze difensive il proprio paese richieda.

Ma quando si parla di guerra oggi bisogna comprendere bene come si stratifichi la pulsione bellica. Essa opera su tre livelli distinti, che possono presentarsi congiuntamente o separatamente.

1) Il primo livello è quello proposto retoricamente come primario. Esso consiste nella rappresentazione del nemico come pericolo incombente e nel fomentare una disposizione bellicosa nella propria cittadinanza. Non passa giorno che i giornali di tutta Europa non diano il loro pio contributo all’isteria bellicista. Il meccanismo mentale è noto e perseguito senza remore; sanno che forza di ripetere le stesse narrazioni manipolative, queste gradatamente aumentano di plausibilità psicologica in fasce sempre più ampie della popolazione. Bisogna presentare a getto continuo eventi ordinari come minacce straordinarie, bisogna insinuare nella popolazione il dubbio di essere già subdolamente sotto attacco da parte del nemico, e bisogna avviare passi sempre più decisi in direzione di una preparazione materiale alla guerra. In epoca di guerra ibrida e tecnologica è facile sfruttare l’opacità dei sistemi che abitiamo per insinuare il sospetto che un black-out o un bug informatico siano opera del nemico, e che tutto ciò richiede “risposte” acconce (o attacchi preventivi).
Non è detto che le classi dirigenti europee desiderino davvero la guerra, ma questo meccanismo di preparazione e provocazione combinate tende spontaneamente all’escalation e se non fermato in tempo è destinato senza scampo a sfociare in un conflitto armato diretto.
2) Il secondo livello è dato dalla funzione di sorveglianza e controllo sulla popolazione che l’atmosfera bellica impone. Questo è uno degli aspetti più gradevoli e affascinanti per chi detiene il potere, in quanto cancella gli orpelli dello stato di diritto senza sembrare che tale cancellazione avvenga. L’esecutivo subordina legislativo e giudiziario nel nome della “ragion di stato”, e nel nome del “bene supremo” della pubblica incolumità apre la strada ad ogni arbitrio. I recenti casi di Jacques Baud e Nathalie Yamb sono solo la punta dell’iceberg. Il sogno bagnato del potere di tutti i tempi, cioè un potere esercitato senza limiti e senza responsabilità, diviene finalmente plausibile.

3) Il terzo livello è quello originario e che consente a tutti gli altri di istanziarsi. Quando si parla di “ragion di stato”, ovviamente lo “stato” in questione non è più “res publica”, ma “res privata”. Ciò che muove l’apparato statale neoliberale a richiamare la “ragion di stato” non sono motivazioni – discutibili, ma dignitose – come la gloria patria o il benessere collettivo, ma la rispondenza alle lobby economiche del momento. Così come una pandemia è il momento giusto per consegnare l’agenda politica alle lobby farmaceutiche, similmente una guerra ai confini d’Europa è un’occasione d’oro per consegnare l’agenda politica alle lobby dell’industria bellica.

Questi tre livelli con i loro rispettivi orizzonti minano alla radice ogni forma di vita per i cittadini europei. Al minimo, si ottiene di riconvertire spesa pubblica in commesse private, di trasformare servizi ospedalieri, pensioni e pubblica istruzione in cespiti economici per gli oligarchi della finanza occidentale. In seconda istanza si stabilizza il potere entro una cerchia autoperpetuantesi, che sorveglia, censura e sanziona in forme arbitrarie, garantendosi così di non essere sfidabile da alcun contropotere. In prospettiva predispone il terreno per un conflitto sul campo, conflitto che gli oligarchi della finanza desiderano in forma circoscritta e controllata, ma che – come già avvenuto in passato – una volta iniziato nessuno è davvero in grado di circoscrivere e controllare.

Oggi, per tutti i cittadini italiani ed europei, opporsi in ogni forma legalmente percorribile all’odierna spinta bellicista è un obbligo morale, un’esigenza non sindacabile, un valore non negoziabile.
A quanto pare alcune associazioni italiane hanno raccolto nel corso di 20 anni fino a 7 milioni di euro per sostenere Hamas.

Orsù indigniamoci tutti in coro.
Non si fa!
Non si fa perché Hamas è un gruppo armato che ha commesso atti terroristici.

Nel frattempo, solo dal 7 ottobre 2023 ad oggi gli Stati Uniti hanno trasferito 21 miliardi di dollari in aiuti militari ad Israele, che li ha usati per bombardare 7 paesi, aggredirli unilateralmente, commettere omicidi mirati di militari e civili, uccidere al minimo 65.000 palestinesi (di cui 18.400 bambini).
Questo naturalmente non è terrorismo, è legittima difesa. Se un bambino ti guarda storto una sventagliata di Uzi è il minimo.

In sostanza, se ho capito bene, 7 milioni in 20 anni per un gruppo armato a sostegno dei palestinesi è uno scandalo immorale, mentre 21 miliardi di armi in 2 anni per uno stato che ha ripetutamente agito in forme terroristiche è un lodevole dettaglio.

Non bisogna armare Hamas, i palestinesi devono solo porgere l'altra guancia - quando hanno la fortuna di averne ancora una - mentre i soldi si potevano raccogliere legittimamente solo per l'acquisto dei sacchi per le salme.
E' davvero scandaloso che questa gente non si lasci ammazzare e imbustare in silenzio.
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Ma voi, sepolcri imbiancati del giornalismo e della politica, riuscite ancora a vergognarvi o dovete pagare qualcuno per farlo al vostro posto?
CRONACHE DAL FUNERALE DELLA COSTITUZIONE

Due parole sulla sentenza della Corte Costituzionale 199 depositata qualche giorno fa ed avente per oggetto la legittimità costituzionale dell’obbligo vaccinale (e di quel paraobbligo che fu il Green Pass: non ti obbligo fisicamente ma ti tolgo lo stipendio se non lo fai).

Come ampiamente previsto e prevedibile la Consulta ha ribadito il proprio stesso lasciapassare, dato con la precedente sentenza del novembre 2022.

La motivazione della sentenza attuale, già ampiamente commentata, fa un’affermazione cruciale: l’obbligo vaccinale sarebbe stato 1) legittimato dalla necessità di tutelare la salute pubblica prevenendo i contagi, e 2) tale funzione sarebbe stata legittimata dallo stato delle conoscenze del momento (“le evidenze scientifiche disponibili all’epoca”).

Ad 1)
Già il primo punto è interessante, perché mette in campo un principio di subordinazione del diritto individuale sulla base di un’istanza di bene collettivo. Questo principio, pur essendo comprensibile, non è affatto ovvio. Non basta appellarsi retoricamente al “bene pubblico” perché questo appello sia sensato. Come la storia esemplifica in una molteplicità di casi ci si può appellare alle ragioni superiori del bene comune per giustificare le peggiori porcate. Un tale principio ha senso, se e quando lo ha, solo in quanto implementa un ragionamento utilitaristico, tale per cui i danni prodotti da una certa coercizione individuale siano più che compensati dai benefici che ricadono su tutti gli altri membri della società. E qui è interessante notare che nessuno né al tempo né oggi si è mai esercitato in una simile (complessa) valutazione utilitaristica. Per farlo sarebbe stato necessario valutare numericamente i rischi dell’inoculazione e i benefici collettivi attesi dagli effetti dell’inoculazione, e questo calcolo si sarebbe dovuto fare non in maniera forfettaria, ma per fasce di età, visto che nella fattispecie rischi e benefici erano distribuiti in maniera drammaticamente asimmetrica. Sarebbe stato bello avere a disposizione questo calcolo al tempo, in modo da avere oggi la possibilità di smontarlo. Ma a nessuno venne in mente di produrlo. Bastava la persuasione collettiva media che i benefici sovrastavano i rischi. E siccome la persuasione collettiva media era disposta dall’unisono dei media, non c’era materia del contendere. Retorica pubblica camuffata da ragione pubblica.

Ad 2)
Il secondo punto è però assai più interessante perché introduce l’idea che a giustificare l’operazione fosse sufficiente lo stato delle conoscenze del momento. Questo punto è particolarmente interessante per la semplice ragione che chiunque non si sia sistematicamente tappato occhi e orecchie oggi sa che il presupposto “scientifico” del momento era puramente e semplicemente falso. La vaccinazione non fermava la trasmissione del virus, il vaccino non era stato né prodotto né testato per avere quel risultato.
Si potrebbe dire che, poverini, mica c’avevano la sfera di cristallo, come potevano saperlo? Ecco, qui ci sono due questioni che devono essere chiarite.