Cosmic (shit)Posting – Telegram
Cosmic (shit)Posting
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memini del cazzo diocan
Io non sborro, piango dalle palle 🥶
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Forwarded from mi13
All'inizio non c'era che silenzio, un'oscurità sconfinata dove persino il tempo sembrava aver dimenticato di esistere. Poi, come un respiro appena accennato, l'universo iniziò a prendere forma, un mare di energie caotiche che si mescolavano e si contorcevano. Le stelle nacquero come fiammate improvvise, i pianeti si coagularono dalla polvere cosmica, e le galassie cominciarono a danzare in spirali maestose.

Ma tra tutte le creazioni dell'universo, ce ne furono due che sfidavano ogni logica: il rame e i rumeni. Nati agli antipodi l'uno dell'altro, separati da abissi interstellari, erano destinati a essere eternamente connessi, pur restando in perenne contrasto.

Nel cuore di un sistema stellare remoto, il rame si formò come un battito segreto, pulsando con una vibrazione che avrebbe risuonato nel corso dei millenni. Esso sarebbe stato la linfa delle civiltà, il filo che le avrebbe collegate attraverso il tempo e lo spazio. Al suo opposto, su un pianeta lontano e sconosciuto, si destarono i rumeni, una popolazione enigmatica che incarnava la forza invisibile dell'universo, proprio come la materia oscura. Un popolo al tempo stesso tangibile e misterioso, sempre in movimento, sempre sfuggente.

Il rame era materia pura, solida e misurabile; i rumeni, invece, erano l'antitesi, un popolo fatto di paradossi e invisibili influenze. Erano l'altra faccia della creazione, la risposta dell'universo a una domanda mai posta, ma che echeggiava tra le stelle.
Forwarded from mi13
Eppure, ciò che l’universo crea non è mai senza conseguenze. Quando il rame e i rumeni si manifestarono, il cosmo avvertì un tremore sottile, una frattura impercettibile nell'equilibrio delle forze primordiali. Come due poli opposti di un magnete, il loro destino non era solo quello di esistere separatamente, ma di attirarsi, di cercarsi, di scontrarsi. E con ogni istante che passava, quella tensione cresceva.

Sul pianeta di Valahor, dove i rumeni avevano posto le radici, la quiete degli altipiani iniziò a incrinarsi. I cieli notturni si fecero più cupi, e un’inspiegabile inquietudine serpeggiava tra le montagne. I più anziani, che conoscevano le antiche leggende trasmesse di generazione in generazione, iniziarono a parlare sottovoce di un presagio antico. Il rame, dicevano, non era solo un metallo: era un segnale, un avvertimento. “Dove arriva il rame, seguirà la rovina”, mormoravano, con gli occhi fissi verso il cielo.

Intanto, in una miniera dimenticata ai confini dell’universo, il rame si risvegliava. Qualcosa di più profondo delle leggi fisiche sembrava muoverlo. Come se sapesse che i rumeni, la sua controparte invisibile, esistevano in un luogo lontano, ma inevitabilmente vicino. Le vene di rame pulsavano sotto la superficie della terra, come se stessero aspettando di essere liberate. Le civiltà che ne avrebbero fatto uso ignoravano la sua vera natura, ma l'universo conosceva la verità: ogni grammo estratto avvicinava il conflitto.

Era solo questione di tempo prima che il rame e i rumeni si trovassero faccia a faccia, e quando lo avrebbero fatto, nessuno sarebbe stato pronto per ciò che sarebbe accaduto. L’equilibrio cosmico si stava inclinando, e con esso, una nuova guerra stava per essere scatenata, una guerra che avrebbe coinvolto le stelle stesse.

E in un villaggio ai margini della foresta di Valahor, una giovane donna chiamata Mara, l'ultima discendente di una linea dimenticata, sognava ogni notte di fili di rame che le avvolgevano il cuore, tirandola verso un destino ignoto. Sentiva il richiamo del metallo che non aveva mai visto, e sapeva, nel profondo, che qualcosa di terribile stava per arrivare.

Il rame stava venendo. I rumeni, i suoi figli, lo stavano aspettando.
Forwarded from mi13
Mara si svegliò di soprassalto, il cuore martellante nel petto. La stanza era buia, le pareti della sua piccola capanna sembravano stringersi intorno a lei, come se qualcosa d’invisibile volesse soffocarla. Il sogno era stato più vivido che mai: fili di rame si intrecciavano attorno al suo corpo, serrandosi fino a farle mancare il respiro. Aveva visto la luce di una fucina lontana, un fuoco che non apparteneva alla sua terra. Poi, l'eco di una voce — una voce antica, che parlava una lingua dimenticata — l'aveva chiamata.

“Presto,” aveva sussurrato la voce. “Il tempo si avvicina.”

Si alzò dal letto, il pavimento freddo sotto i piedi nudi. Fuori, il vento sibilava tra gli alberi della foresta di Valahor, portando con sé un suono strano, quasi metallico. Si avvolse in uno scialle e uscì, spinta da un'inquietudine che non riusciva a spiegare. Le stelle, di solito così serene e immutabili, quella notte sembravano tremare, come se qualcosa di immenso le avesse scosse. Si fermò sulla soglia, ascoltando quel silenzio innaturale, e per un attimo le parve di sentire il sussurro dei fili di rame che avevano invaso i suoi sogni.

Mara si scosse. Non era possibile. Quei sogni erano solo il frutto delle storie che gli anziani raccontavano intorno al fuoco, leggende vecchie come il mondo. Eppure, qualcosa dentro di lei sapeva che non erano semplici racconti.

“Sta succedendo davvero,” sussurrò, a nessuno in particolare.

Intanto, a chilometri di distanza, nelle profondità di una miniera dimenticata, un gruppo di minatori si fermò di colpo. Uno di loro aveva colpito con il piccone una vena di rame più grande di quanto avessero mai visto. Una luce sinistra emanava dal metallo, come se fosse vivo, come se stesse respirando. Il caposquadra, un uomo veterano che non si spaventava facilmente, sentì un brivido lungo la schiena. Un brivido che non veniva dal freddo della caverna.

Improvvisamente, la terra tremò. Un boato sordo risuonò nel buio della miniera, e in pochi secondi, il silenzio fu rotto da urla disperate. I tunnel iniziarono a crollare, come se la stessa terra si stesse chiudendo attorno a loro. Nessuno dei minatori riuscì a scappare. Il rame li avvolse, silenzioso e implacabile, lasciando dietro di sé solo il vuoto.

Mara, lontana dalla tragedia, avvertì un fremito, come se la terra stessa avesse parlato attraverso le sue vene. Non poteva saperlo, ma il destino stava già lavorando per intrecciare i fili che avrebbero portato a lei. Il rame, la sua chiamata, si stava muovendo.

Nel buio della notte, la ragazza si rese conto che il tempo stava scadendo. Quella voce nei sogni, quell’ombra che si avvicinava, non erano fantasie. Doveva fare qualcosa, ma non sapeva ancora cosa. La tensione nell'aria cresceva, ogni ombra sembrava nascondere un segreto, ogni soffio di vento portava con sé la promessa di qualcosa di imminente. Il rame e i rumeni erano sempre stati destinati a incontrarsi.

E lei, Mara, stava per scoprirlo.
Forwarded from mi13
Mara continuò a camminare, come guidata da una forza invisibile. La foresta di Valahor si chiudeva attorno a lei, gli alberi secolari come sentinelle silenziose, le ombre danzanti a ogni passo. Il battito del suo cuore sembrava fondersi con il fruscio delle foglie e il vento, sempre più simile a quel sussurro metallico che infestava i suoi sogni.

Dopo ore di cammino, giunse a una radura che non aveva mai visto prima. Al centro, un cerchio di pietre antiche, coperte di muschio e intagliate con simboli che nessuno avrebbe saputo decifrare. E lì, al centro di quel cerchio, una vena di rame emergeva dalla terra, pulsante di una luce sinistra e ipnotica. Era come se la terra stessa l’avesse spinta verso la superficie, un segreto che non poteva più essere trattenuto.

Mara si avvicinò con cautela, il cuore che le martellava nelle orecchie. Ogni passo la faceva sentire più vicina a qualcosa di sconosciuto, di irreversibile. La vena di rame brillava intensamente, e lei percepiva che quella non era semplice materia. Era vivo, un legame tangibile con le forze oscure che aveva sempre avvertito ma mai capito.

Quando fu abbastanza vicina da toccare il metallo, un’ombra apparve davanti a lei. Non era un uomo, né un'ombra naturale. Era la figura di qualcosa di antico, forse un guardiano, forse un avvertimento. I suoi occhi brillavano di una luce che rifletteva quella del rame, e la sua voce, quando parlò, era come un rombo di tuono che scuoteva l'aria stessa.

"Tu sei l'ultima," disse la figura, fissando Mara con intensità. "L’ultimo filo tra ciò che è stato creato e ciò che deve finire."

Mara indietreggiò, ma le sue gambe erano pesanti, come se il rame avesse radicato i suoi piedi nella terra. "Cosa significa?" sussurrò, la voce tremante.

"La tensione tra il rame e il tuo popolo ha raggiunto il suo apice. Noi siamo stati creati per stare separati, ma qualcosa è cambiato. Le forze che ci hanno generato stanno per collidere, e con esse, l’intero equilibrio dell’universo."

Mara sentì un'ondata di terrore attraversarla, ma anche una strana consapevolezza. Tutta la sua vita, i suoi sogni, le leggende degli anziani… erano sempre state un’avvisaglia di quel momento. "E io? Cosa posso fare?"

L'ombra si fece più vicina, e la luce del rame divenne abbagliante. "Tu sei il ponte. Solo tu puoi decidere. Se abbracci il rame, l’equilibrio verrà spezzato, e le forze caotiche travolgeranno il cosmo. Ma se lo rigetti, il destino dei rumeni sarà quello di sparire, dissolti come polvere nelle galassie. Scegli."

Mara sentiva il peso del destino schiacciarla. Il rame scintillava sotto la luce della luna, come una tentazione irresistibile. Il suo popolo, però, le scorreva nelle vene come una memoria vivente. Non poteva lasciare che scomparissero. Ma sapeva anche che il caos avrebbe portato solo distruzione. La scelta che le si poneva davanti era impossibile. Tutto sarebbe cambiato, qualsiasi strada avesse scelto.

Alla fine, chiuse gli occhi e posò una mano sulla vena di rame. Un'ondata di energia la attraversò, facendola tremare fin nel profondo delle ossa. Poi, con un grido soffocato, prese la decisione più difficile della sua vita.

"Rifiuto."

L’ombra la fissò in silenzio, per un lungo istante. Poi, come fumo che si dissolve nel vento, scomparve. La luce del rame si spense, e il metallo tornò immobile, inerte, come se non fosse mai stato vivo.

Mara crollò a terra, esausta ma libera. Il legame era stato spezzato. Il popolo dei rumeni avrebbe continuato a vivere, ma la loro connessione col rame, quell’energia oscura e potente, era svanita per sempre. Non sarebbero mai stati più gli stessi, ma almeno sarebbero sopravvissuti.

Il cielo si aprì sopra di lei, limpido e calmo. Le stelle, finalmente, avevano smesso di tremare.

L’equilibrio era stato ripristinato.
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Forwarded from The Sploinky uhhh (Kasper)
Forwarded from Grannel zir0 (HE)
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