Forwarded from Bruno Baraffa
«Lo vedi, Bruno?» disse Avrei Potuto Salvarla, poggiando il bicchiere sul tavolo. «Non si mostra per essere vista. Si mostra per essere guardata "senza essere capita". È una danza per confondere, non per chiarire.»
Annuii. «È come l’amore, no? Lo rincorriamo come se fosse qualcosa da afferrare, ma quando lo stringi troppo forte, ti resta solo il contorno. Sparisce il centro.»
«Sì. E ci resta la sagoma calda di un’assenza.»
«Io penso che l’amore vero sia sempre un po’ triste,» dissi. «Perché contiene in sé la possibilità della perdita. È come regalare un fiammifero in una notte di vento. Non sai se si accenderà, ma ci provi lo stesso.»
«È per questo che la gente ha paura,» rispose lui. «Perché non si può controllare. Non sai se l’altro resta, se cambia, se tradisce o se semplicemente… si stanca.»
La luce virò al blu. Un’altra signorina uscì, vestita da maid, reggicalze e pizzo nero. Mentre si muoveva con ironia tra i tavoli, la musica sembrava giocare col silenzio, più che riempirlo.
«Sai cosa mi spaventa davvero?» chiesi. «Che forse oggi non si ama più per conoscere l’altro. Ma per confermare noi stessi. Vogliamo solo qualcuno che ci dica che andiamo bene. Che non ci farà male. Che ci rispetterà. Ma senza il rischio, che amore è?»
Avrei Potuto Salvarla sorrise. Ma era un sorriso stanco, come uno che ha visto troppo e detto troppo poco. «È vero. Ci si innamora come si ordina al ristorante. Si sfoglia, si sceglie, si valuta il rischio di allergie. Ma non c’è più fame. C’è solo abitudine.»
Annuii. «È come l’amore, no? Lo rincorriamo come se fosse qualcosa da afferrare, ma quando lo stringi troppo forte, ti resta solo il contorno. Sparisce il centro.»
«Sì. E ci resta la sagoma calda di un’assenza.»
«Io penso che l’amore vero sia sempre un po’ triste,» dissi. «Perché contiene in sé la possibilità della perdita. È come regalare un fiammifero in una notte di vento. Non sai se si accenderà, ma ci provi lo stesso.»
«È per questo che la gente ha paura,» rispose lui. «Perché non si può controllare. Non sai se l’altro resta, se cambia, se tradisce o se semplicemente… si stanca.»
La luce virò al blu. Un’altra signorina uscì, vestita da maid, reggicalze e pizzo nero. Mentre si muoveva con ironia tra i tavoli, la musica sembrava giocare col silenzio, più che riempirlo.
«Sai cosa mi spaventa davvero?» chiesi. «Che forse oggi non si ama più per conoscere l’altro. Ma per confermare noi stessi. Vogliamo solo qualcuno che ci dica che andiamo bene. Che non ci farà male. Che ci rispetterà. Ma senza il rischio, che amore è?»
Avrei Potuto Salvarla sorrise. Ma era un sorriso stanco, come uno che ha visto troppo e detto troppo poco. «È vero. Ci si innamora come si ordina al ristorante. Si sfoglia, si sceglie, si valuta il rischio di allergie. Ma non c’è più fame. C’è solo abitudine.»
Forwarded from Bruno Baraffa
«E invece l’amore dovrebbe togliere il fiato. Come il primo bicchiere a stomaco vuoto. Come queste danzatrici: ironiche, sensuali, ma mai disponibili per davvero. Ti fanno sentire il desiderio. Ma non te lo danno. Te lo lasciano addosso.»
Una danzatrice si fermò davanti a noi. Ci guardò per un istante lungo, carico di qualcosa che non si poteva spiegare. Forse compassione. Forse curiosità.
Con grazia lenta, senza dire nulla, tese la mano verso di noi. Io e Avrei Potuto Salvarla ci guardammo un istante, poi alzammo le mani, incerti. Lei unì le sue dita con le nostre, formando un piccolo cuore tremante, imperfetto, ma vivo.
Per un attimo, in quel gesto fragile, c’era tutto: la tenerezza, la distanza, l’illusione che bastasse un simbolo per colmare un vuoto.
Poi riprese a ballare, sparendo tra luci e ombre, come un sogno che non si fa afferrare.
«Bruno…» disse ancora, guardandomi serio, «tu credi che l’amore, quello vero, esista ancora?»
«Solo in chi accetta di perdere,» risposi. «Solo chi è disposto a lasciarsi toccare davvero. E farsi male. Ma poi restare.»
Poi rimanemmo lì, in silenzio, assistendo allo spettacolo fino alla fine. Le luci si abbassarono, il sipario calò, ma nessuno applaudì davvero. Non per mancanza di rispetto, ma perché certi istanti non si chiudono con un battito di mani.
Uscimmo nel freddo della notte di Tokyo senza dire molto. Le insegne tremolavano come pensieri irrisolti. Ma sapevamo, entrambi, che qualcosa ci era rimasto addosso. Forse non una risposta, né una verità. Ma uno sguardo nuovo.
E in fondo, era abbastanza.
Una danzatrice si fermò davanti a noi. Ci guardò per un istante lungo, carico di qualcosa che non si poteva spiegare. Forse compassione. Forse curiosità.
Con grazia lenta, senza dire nulla, tese la mano verso di noi. Io e Avrei Potuto Salvarla ci guardammo un istante, poi alzammo le mani, incerti. Lei unì le sue dita con le nostre, formando un piccolo cuore tremante, imperfetto, ma vivo.
Per un attimo, in quel gesto fragile, c’era tutto: la tenerezza, la distanza, l’illusione che bastasse un simbolo per colmare un vuoto.
Poi riprese a ballare, sparendo tra luci e ombre, come un sogno che non si fa afferrare.
«Bruno…» disse ancora, guardandomi serio, «tu credi che l’amore, quello vero, esista ancora?»
«Solo in chi accetta di perdere,» risposi. «Solo chi è disposto a lasciarsi toccare davvero. E farsi male. Ma poi restare.»
Poi rimanemmo lì, in silenzio, assistendo allo spettacolo fino alla fine. Le luci si abbassarono, il sipario calò, ma nessuno applaudì davvero. Non per mancanza di rispetto, ma perché certi istanti non si chiudono con un battito di mani.
Uscimmo nel freddo della notte di Tokyo senza dire molto. Le insegne tremolavano come pensieri irrisolti. Ma sapevamo, entrambi, che qualcosa ci era rimasto addosso. Forse non una risposta, né una verità. Ma uno sguardo nuovo.
E in fondo, era abbastanza.
l'amore vero è tra bruno baraffa e avrei potuto salvarla in realtà
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Forwarded from Bruno Baraffa
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Alla fine ho scoperto che Momo custodiva davvero un segreto ovvero non lavora più al Rokusan e quello era il suo ultimo spettacolo.
Forwarded from Vęrtz
Nel lontano 1925, quando le automobili andavano a carbone profumato alla vaniglia e i piccioni viaggiatori usavano già il Bluetooth ma solo per inviare sticker, un signore di nome Mirko Esattoriale decise che era arrivato il momento di inventare la luce. Non una luce normale, ma una luce così potente da far sembrare il sole una lampadina del supermercato scontata perché difettosa.
Il suo laboratorio era una cantina sotto una gelateria che vendeva gusti assurdi come “Sapore di Futuro” e “Gusto Windows XP”, molto prima che il futuro stesso capisse che sapore volesse avere. Nel centro della stanza c’era il suo Banco da Esperimenti Sconsiderati, sul quale splendevano i suoi due tesori scientifici:
Una Coca-Cola con l’etichetta “Bevanda ufficiale dell’Impero Ottomano”.
Un termometro di mercurio rubato a un dottore che sosteneva di aver guarito Giulio Cesare con la tachipirina effervescente.
Mirko, con la sicurezza dei veri incompetenti, unì i due oggetti mentre fischiettava Dragostea Din Tei con ottant’anni di anticipo. Non appena il mercurio toccò la Coca-Cola, si aprì un portale da cui uscì un gigantesco criceto fluorescente che gridò:
“LEI NON HA LA BANDA SUFFICIENTE!”
Mirko, che l’unica banda che conosceva era quella che suonava alle sagre, rispose semplicemente: “Eh?”.
Il criceto gli consegnò un manuale in Comic Sans intitolato “Come accendere la luce usando bibite gasate e strumenti medici discutibili”, poi scomparve lasciando odore di patatine al ketchup.
Seguendo istruzioni prive di logica, come “agitare la Coca-Cola finché non appare l’energia spirituale di un Nokia 3310”, Mirko riuscì finalmente a creare il Primo Raggio di Luce Non Convenzionale della Storia. Era verde, emetteva un suono tipo errore di MSN Messenger e attirava gatti immaginari perché quelli reali non erano ancora stati patchati nella versione corretta della realtà.
La sua invenzione fece scalpore: il Re d’Italia la definì “più utile di un modem 56k”, mentre l’Accademia delle Scienze la bocciò perché “non è possibile che la luce canti Waka Waka”.
Mirko, noncurante, salì su una mongolfiera alimentata a Fanta e sparì nei cieli, ricordato per sempre come l’uomo che cercò di accendere la realtà con una Coca-Cola, un termometro e il benestare di un criceto cosmico.
E ancora oggi, quando una lampadina sfarfalla, si dice che Mirko stia aggiornando il firmware dell’universo.
Il suo laboratorio era una cantina sotto una gelateria che vendeva gusti assurdi come “Sapore di Futuro” e “Gusto Windows XP”, molto prima che il futuro stesso capisse che sapore volesse avere. Nel centro della stanza c’era il suo Banco da Esperimenti Sconsiderati, sul quale splendevano i suoi due tesori scientifici:
Una Coca-Cola con l’etichetta “Bevanda ufficiale dell’Impero Ottomano”.
Un termometro di mercurio rubato a un dottore che sosteneva di aver guarito Giulio Cesare con la tachipirina effervescente.
Mirko, con la sicurezza dei veri incompetenti, unì i due oggetti mentre fischiettava Dragostea Din Tei con ottant’anni di anticipo. Non appena il mercurio toccò la Coca-Cola, si aprì un portale da cui uscì un gigantesco criceto fluorescente che gridò:
“LEI NON HA LA BANDA SUFFICIENTE!”
Mirko, che l’unica banda che conosceva era quella che suonava alle sagre, rispose semplicemente: “Eh?”.
Il criceto gli consegnò un manuale in Comic Sans intitolato “Come accendere la luce usando bibite gasate e strumenti medici discutibili”, poi scomparve lasciando odore di patatine al ketchup.
Seguendo istruzioni prive di logica, come “agitare la Coca-Cola finché non appare l’energia spirituale di un Nokia 3310”, Mirko riuscì finalmente a creare il Primo Raggio di Luce Non Convenzionale della Storia. Era verde, emetteva un suono tipo errore di MSN Messenger e attirava gatti immaginari perché quelli reali non erano ancora stati patchati nella versione corretta della realtà.
La sua invenzione fece scalpore: il Re d’Italia la definì “più utile di un modem 56k”, mentre l’Accademia delle Scienze la bocciò perché “non è possibile che la luce canti Waka Waka”.
Mirko, noncurante, salì su una mongolfiera alimentata a Fanta e sparì nei cieli, ricordato per sempre come l’uomo che cercò di accendere la realtà con una Coca-Cola, un termometro e il benestare di un criceto cosmico.
E ancora oggi, quando una lampadina sfarfalla, si dice che Mirko stia aggiornando il firmware dell’universo.
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Forwarded from Avrei Potuto Salvarla - 동생
Senza palle, viva la parasocialità io sono fidanzato con una vtuber che non mi conosce mentre voi guardate mario sturniolo che vi dice non siamo amici