l'amore vero è tra bruno baraffa e avrei potuto salvarla in realtà
🔥1😱1
Forwarded from Bruno Baraffa
This media is not supported in your browser
VIEW IN TELEGRAM
Alla fine ho scoperto che Momo custodiva davvero un segreto ovvero non lavora più al Rokusan e quello era il suo ultimo spettacolo.
Forwarded from Vęrtz
Nel lontano 1925, quando le automobili andavano a carbone profumato alla vaniglia e i piccioni viaggiatori usavano già il Bluetooth ma solo per inviare sticker, un signore di nome Mirko Esattoriale decise che era arrivato il momento di inventare la luce. Non una luce normale, ma una luce così potente da far sembrare il sole una lampadina del supermercato scontata perché difettosa.
Il suo laboratorio era una cantina sotto una gelateria che vendeva gusti assurdi come “Sapore di Futuro” e “Gusto Windows XP”, molto prima che il futuro stesso capisse che sapore volesse avere. Nel centro della stanza c’era il suo Banco da Esperimenti Sconsiderati, sul quale splendevano i suoi due tesori scientifici:
Una Coca-Cola con l’etichetta “Bevanda ufficiale dell’Impero Ottomano”.
Un termometro di mercurio rubato a un dottore che sosteneva di aver guarito Giulio Cesare con la tachipirina effervescente.
Mirko, con la sicurezza dei veri incompetenti, unì i due oggetti mentre fischiettava Dragostea Din Tei con ottant’anni di anticipo. Non appena il mercurio toccò la Coca-Cola, si aprì un portale da cui uscì un gigantesco criceto fluorescente che gridò:
“LEI NON HA LA BANDA SUFFICIENTE!”
Mirko, che l’unica banda che conosceva era quella che suonava alle sagre, rispose semplicemente: “Eh?”.
Il criceto gli consegnò un manuale in Comic Sans intitolato “Come accendere la luce usando bibite gasate e strumenti medici discutibili”, poi scomparve lasciando odore di patatine al ketchup.
Seguendo istruzioni prive di logica, come “agitare la Coca-Cola finché non appare l’energia spirituale di un Nokia 3310”, Mirko riuscì finalmente a creare il Primo Raggio di Luce Non Convenzionale della Storia. Era verde, emetteva un suono tipo errore di MSN Messenger e attirava gatti immaginari perché quelli reali non erano ancora stati patchati nella versione corretta della realtà.
La sua invenzione fece scalpore: il Re d’Italia la definì “più utile di un modem 56k”, mentre l’Accademia delle Scienze la bocciò perché “non è possibile che la luce canti Waka Waka”.
Mirko, noncurante, salì su una mongolfiera alimentata a Fanta e sparì nei cieli, ricordato per sempre come l’uomo che cercò di accendere la realtà con una Coca-Cola, un termometro e il benestare di un criceto cosmico.
E ancora oggi, quando una lampadina sfarfalla, si dice che Mirko stia aggiornando il firmware dell’universo.
Il suo laboratorio era una cantina sotto una gelateria che vendeva gusti assurdi come “Sapore di Futuro” e “Gusto Windows XP”, molto prima che il futuro stesso capisse che sapore volesse avere. Nel centro della stanza c’era il suo Banco da Esperimenti Sconsiderati, sul quale splendevano i suoi due tesori scientifici:
Una Coca-Cola con l’etichetta “Bevanda ufficiale dell’Impero Ottomano”.
Un termometro di mercurio rubato a un dottore che sosteneva di aver guarito Giulio Cesare con la tachipirina effervescente.
Mirko, con la sicurezza dei veri incompetenti, unì i due oggetti mentre fischiettava Dragostea Din Tei con ottant’anni di anticipo. Non appena il mercurio toccò la Coca-Cola, si aprì un portale da cui uscì un gigantesco criceto fluorescente che gridò:
“LEI NON HA LA BANDA SUFFICIENTE!”
Mirko, che l’unica banda che conosceva era quella che suonava alle sagre, rispose semplicemente: “Eh?”.
Il criceto gli consegnò un manuale in Comic Sans intitolato “Come accendere la luce usando bibite gasate e strumenti medici discutibili”, poi scomparve lasciando odore di patatine al ketchup.
Seguendo istruzioni prive di logica, come “agitare la Coca-Cola finché non appare l’energia spirituale di un Nokia 3310”, Mirko riuscì finalmente a creare il Primo Raggio di Luce Non Convenzionale della Storia. Era verde, emetteva un suono tipo errore di MSN Messenger e attirava gatti immaginari perché quelli reali non erano ancora stati patchati nella versione corretta della realtà.
La sua invenzione fece scalpore: il Re d’Italia la definì “più utile di un modem 56k”, mentre l’Accademia delle Scienze la bocciò perché “non è possibile che la luce canti Waka Waka”.
Mirko, noncurante, salì su una mongolfiera alimentata a Fanta e sparì nei cieli, ricordato per sempre come l’uomo che cercò di accendere la realtà con una Coca-Cola, un termometro e il benestare di un criceto cosmico.
E ancora oggi, quando una lampadina sfarfalla, si dice che Mirko stia aggiornando il firmware dell’universo.
❤1
Forwarded from Avrei Potuto Salvarla - 동생
Senza palle, viva la parasocialità io sono fidanzato con una vtuber che non mi conosce mentre voi guardate mario sturniolo che vi dice non siamo amici
Forwarded from Vęrtz
Era la domenica che tutti aspettavano, quella che per mesi aveva riempito discussioni, litigi, meme e promesse di vendetta sportiva: il derby più importante del campionato. L’Inter contro il Milan. E per Davide, interista di terza generazione e portatore sano di nervosismo pre-derby fin dalla nascita, quella partita valeva più del compleanno, più di Natale, più persino delle ferie estive.
Il problema è che l’Inter, quella sera, aveva perso.
Non una sconfitta normale: una sconfitta di quelle che ti fanno venire voglia di cancellare l’app di qualsiasi social esista, dal più famoso al più improbabile. Una di quelle che ti toglie la voce, il sonno, la voglia di guardare la pubblicità col bambino che tira il pallone al portiere della sua fantasia. Ma Davide, pur devastato, aveva resistito a tutto. Finché non vide quel post.
Un post social pubblicato da un tifoso milanista particolarmente creativo (o provocatore, dipende dai punti di vista), che recitava così:
"Derby deciso. Milano è rossa. Come sempre. Vi vogliamo bene comunque eh. Firmato: quelli che i derby li vincono davvero."
Lì, per Davide, fu la fine della pace nel quadrante occidentale della sua anima.
Prima fissò il telefono per dieci minuti buoni, immobile come un abbonato in prima fila che guarda l’arbitro ignorare un rigore solare. Poi iniziò a camminare avanti e indietro in salotto, parlando a mezza voce come se il post fosse un’entità vivente pronta a rispondergli.
"Ma guarda questi. Ma proprio oggi. Proprio ora. Ma non potevano scrivere ‘bella partita’, ‘complimenti’, ‘ci rifarete’? No! Milano è rossa. Ma rossa dove? Ma se fino a due settimane fa gli stessi commentavano su come uscire dal girone di Champions era un’impresa stile Odissea nello spazio!"
La rabbia saliva. il cuore batteva come le mani della Curva Nord quando parte l’inno. Ricordò quell’amico milanista che ogni volta parlava di "spirito rossonero" come se avesse una laurea in antiche liturgie. Ricordò il meme sulla Champions vinta ad Atene tirato fuori a ogni discussione. Ricordò tutti i "piangina", "sun sempar lì", "in Europa non contate" che i rossoneri lanciavano come coriandoli.
E soprattutto ricordò la foto del post: un Duomo di Milano photoshoppato con luci rosse e un enorme fumogeno virtuale a forma di cuore. Una roba talmente pacchiana da sembrare uscita da un programma di grafica del 2009.
"Ma chi ve l’ha fatta fare ‘sta roba? Che poi, Milano è rossa? Ragazzi, quando serviva voi eravate in silenzio stampa emotivo! Quando abbiamo vinto cinque derby di fila, miracolosamente tutti offline. Ma appena succede una volta, UNA VOLTA CHE ci gira male, eccovi lì, pronti come se aveste vinto la Coppa del Mondo!"
La voce gli si incrinò. Non era solo rabbia: era delusione. Era come se il post avesse preso quello che già lo feriva e ci avesse messo sopra un meme con font Comic Sans.
E poi, il colpo finale: nei commenti del post, uno scrisse:
"Speriamo l’Inter metta la sveglia la prossima volta. Forza ragazzi, Milano è casa nostra."
Casa nostra. Quelle parole per Davide suonarono come uno schiaffo in diretta nazionale. Lui che considerava San Siro una seconda casa, lui che aveva ancora la sciarpa regalata dal nonno interista, lui che a ogni partita usava lo stesso rituale: pizza, sciarpa, e la promessa di "non guardare i social se finisce male" mai rispettata.
Fu allora che, affranto, si sedette sul divano e scrisse un lunghissimo sfogo nel gruppo WhatsApp degli amici interisti. Un messaggio così accorato che sembrava il discorso finale di un film drammatico:
"Ragazzi, io ve lo dico: non è la sconfitta. Fa schifo, fa male, ma ci sta. È che non posso vedere ‘sti rossoneri che spuntano come funghi dopo la pioggia. Fino a ieri parlavano solo di rigori non dati, di sfortuna, di luna storta. Ora tutti professori di calcio. Tutti che commentano. Tutti che ridono. E io qua, con un fegato che ormai è una curva inferocita."
Il problema è che l’Inter, quella sera, aveva perso.
Non una sconfitta normale: una sconfitta di quelle che ti fanno venire voglia di cancellare l’app di qualsiasi social esista, dal più famoso al più improbabile. Una di quelle che ti toglie la voce, il sonno, la voglia di guardare la pubblicità col bambino che tira il pallone al portiere della sua fantasia. Ma Davide, pur devastato, aveva resistito a tutto. Finché non vide quel post.
Un post social pubblicato da un tifoso milanista particolarmente creativo (o provocatore, dipende dai punti di vista), che recitava così:
"Derby deciso. Milano è rossa. Come sempre. Vi vogliamo bene comunque eh. Firmato: quelli che i derby li vincono davvero."
Lì, per Davide, fu la fine della pace nel quadrante occidentale della sua anima.
Prima fissò il telefono per dieci minuti buoni, immobile come un abbonato in prima fila che guarda l’arbitro ignorare un rigore solare. Poi iniziò a camminare avanti e indietro in salotto, parlando a mezza voce come se il post fosse un’entità vivente pronta a rispondergli.
"Ma guarda questi. Ma proprio oggi. Proprio ora. Ma non potevano scrivere ‘bella partita’, ‘complimenti’, ‘ci rifarete’? No! Milano è rossa. Ma rossa dove? Ma se fino a due settimane fa gli stessi commentavano su come uscire dal girone di Champions era un’impresa stile Odissea nello spazio!"
La rabbia saliva. il cuore batteva come le mani della Curva Nord quando parte l’inno. Ricordò quell’amico milanista che ogni volta parlava di "spirito rossonero" come se avesse una laurea in antiche liturgie. Ricordò il meme sulla Champions vinta ad Atene tirato fuori a ogni discussione. Ricordò tutti i "piangina", "sun sempar lì", "in Europa non contate" che i rossoneri lanciavano come coriandoli.
E soprattutto ricordò la foto del post: un Duomo di Milano photoshoppato con luci rosse e un enorme fumogeno virtuale a forma di cuore. Una roba talmente pacchiana da sembrare uscita da un programma di grafica del 2009.
"Ma chi ve l’ha fatta fare ‘sta roba? Che poi, Milano è rossa? Ragazzi, quando serviva voi eravate in silenzio stampa emotivo! Quando abbiamo vinto cinque derby di fila, miracolosamente tutti offline. Ma appena succede una volta, UNA VOLTA CHE ci gira male, eccovi lì, pronti come se aveste vinto la Coppa del Mondo!"
La voce gli si incrinò. Non era solo rabbia: era delusione. Era come se il post avesse preso quello che già lo feriva e ci avesse messo sopra un meme con font Comic Sans.
E poi, il colpo finale: nei commenti del post, uno scrisse:
"Speriamo l’Inter metta la sveglia la prossima volta. Forza ragazzi, Milano è casa nostra."
Casa nostra. Quelle parole per Davide suonarono come uno schiaffo in diretta nazionale. Lui che considerava San Siro una seconda casa, lui che aveva ancora la sciarpa regalata dal nonno interista, lui che a ogni partita usava lo stesso rituale: pizza, sciarpa, e la promessa di "non guardare i social se finisce male" mai rispettata.
Fu allora che, affranto, si sedette sul divano e scrisse un lunghissimo sfogo nel gruppo WhatsApp degli amici interisti. Un messaggio così accorato che sembrava il discorso finale di un film drammatico:
"Ragazzi, io ve lo dico: non è la sconfitta. Fa schifo, fa male, ma ci sta. È che non posso vedere ‘sti rossoneri che spuntano come funghi dopo la pioggia. Fino a ieri parlavano solo di rigori non dati, di sfortuna, di luna storta. Ora tutti professori di calcio. Tutti che commentano. Tutti che ridono. E io qua, con un fegato che ormai è una curva inferocita."
Forwarded from Vęrtz
Fece invio.
Dopo pochi secondi, gli arrivarono risposte solidali: "Hai ragione", "Non ti curar di loro", "Leoni da tastiera", "Pensiamo alla prossima". E, naturalmente, l’amico più ottimista scrisse: "Tranquillo, al ritorno li demoliamo."
Davide sorrise amaramente. Non perché ci credesse davvero in quel momento, ma perché sapeva che quella era la vera differenza tra le due tifoserie: gli interisti trasformavano la sofferenza in filosofia, i milanisti trasformavano una vittoria in un evento storico degno di un documentario.
E mentre chiudeva l’app, giurò solennemente che avrebbe ignorato qualsiasi post rosso e nero fino alla fine del mese. Ma già sapeva che non ce l’avrebbe fatta: perché l’amarezza di un interista dopo un derby perso è come una ferita che guarisce solo quando ricomincia il campionato.
E in fondo, se non soffri, non sei davvero un tifoso. E soprattutto non sei un interista.
Dopo pochi secondi, gli arrivarono risposte solidali: "Hai ragione", "Non ti curar di loro", "Leoni da tastiera", "Pensiamo alla prossima". E, naturalmente, l’amico più ottimista scrisse: "Tranquillo, al ritorno li demoliamo."
Davide sorrise amaramente. Non perché ci credesse davvero in quel momento, ma perché sapeva che quella era la vera differenza tra le due tifoserie: gli interisti trasformavano la sofferenza in filosofia, i milanisti trasformavano una vittoria in un evento storico degno di un documentario.
E mentre chiudeva l’app, giurò solennemente che avrebbe ignorato qualsiasi post rosso e nero fino alla fine del mese. Ma già sapeva che non ce l’avrebbe fatta: perché l’amarezza di un interista dopo un derby perso è come una ferita che guarisce solo quando ricomincia il campionato.
E in fondo, se non soffri, non sei davvero un tifoso. E soprattutto non sei un interista.