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Ilaria Salis: rivendico di aver militato nel movimento per la casa

Sì, lo confesso!

Sono stata una militante del movimento di lotta per la casa che negli anni ha dato battaglia sul tema del diritto all'abitare, a Milano e in tutta Italia.

Se qualcuno pensava di fare chissà quale scoop scavando nel mio passato, è solo perché è sideralmente lontano dalla realtà sociale di tale movimento, che si compone di decine di migliaia di abitanti delle case popolari e attivisti, i quali, per aver affermato il semplice principio di avere un tetto sulla testa, sono incappati in qualche denuncia.

Sarebbe auspicabile che l'informazione, piuttosto che gettare fango sul mio conto, si dedicasse al contesto di grave povertà e precarietà abitativa nel quale si ritrovano ampie fasce di popolazione.

Le pratiche collettive dell'occupazione di case sfitte, il blocco degli sfratti, la resistenza agli sgomberi, gli sportelli di ascolto e la lotta per la sanatoria rappresentano un'alternativa reale e immediata all’isolamento sociale e alla guerra tra poveri, strumentalizzate tanto dalle forze politiche razziste quanto dal racket.

Dare una risposta concreta al bisogno dell'abitare significa non solo trovare qui e ora una soluzione, benché precaria e provvisoria, ad una questione lasciata irrisolta dalla politica istituzionale, ma anche indicare una prospettiva politica di trasformazione delle condizioni materiali di vita nel segno della giustizia sociale.

E' con grande orgoglio, dunque, che rivendico di aver fatto parte di questo movimento e di continuare a sostenerlo!

Voglio anche fare chiarezza sulla mia situazione.

Come è stato ampiamente sbandierato sui media di destra, Aler reclama un credito di 90.000 euro nei miei confronti come "indennità" per la presunta occupazione di una casa in via Giosuè Borsi a Milano, basandosi esclusivamente sul fatto che nel 2008 sono stata trovata al suo interno. Sebbene nei successivi sedici anni (!) non siano mai stati svolti ulteriori controlli per verificare la mia permanenza, né sia mai stato avviato alcun procedimento civile o penale a mio carico rispetto a quella casa, Aler contabilizza tale credito e non si fa scrupolo a renderlo pubblico tramite la stampa il giorno prima delle elezioni.

Un gran numero di individui e famiglie, spesso prive dei mezzi necessari per reagire adeguatamente, sono tormentate da richieste infondate di questo genere. Il totale dei crediti contabilizzati da Aler ammonta infatti ad oltre 176 milioni di euro! La pratica di richiedere esose "indennità di occupazione" agli inquilini, basata su presupposti a dir poco incerti, è una strategia utilizzata sistematicamente per spaventare gli occupanti e tentare di fare cassa.

Mentre molte, troppe persone non vedono garantito il proprio diritto all'abitare e non hanno alternative dignitose se non occupare - in una della città con gli affitti più cari, ricordiamolo sempre -, l'ente che dovrebbe tutelare questo diritto sembra essere più interessato a criminalizzare il movimento di lotta per la casa e gli inquilini piuttosto che a trovare soluzioni concrete.

Nei prossimi giorni condividerò alcuni dati e spunti di riflessione sulla questione abitativa a Milano e in Italia.

Ringrazio Libero & co. per avermi servito questo assist per riportare l'attenzione mediatica su un tema che mi sta molto a cuore, perché così cruciale per le classi popolari e i giovani.

MAI PIÙ GENTE SENZA CASA, MAI PIÙ CASE SENZA GENTE!



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Omicidio di Satnam Singh.
Martedi 25 giugno manifestazione a Latina.

“Come Comunità Indiana del Lazio, non possiamo accettare una morte come questa di Satnam. C’eravamo già trovati di fronte a veri e propri atti disumani nei confronti dei tanti fratelli indiani che abitano e lavorano nella Provincia di Latina, ma mai avremmo pensato di trovarci addirittura davanti una morte. Una morte che forse si sarebbe potuta e si sarebbe dovuta evitare. Invece no.

Satnam dopo due giorni di agonia non ce l’ha fatta. Già nel passato come Comunità Indiana ci siamo trovati a subire situazioni di particolare gravità, ma mai avremmo pensato di trovarci di fronte ad un atto di questa ferocia, a tal punto da piangere la morte di un fratello, che, era venuto in Italia con la sua famiglia, per lavorare e certamente non per morire.

Tutte le manifestazioni effettuate negli anni precedenti contro lo sfruttamento dei nostri fratelli che lavorano in agricoltura, insieme a quelle in cui abbiamo manifestato contro politiche immigratorie che non danno nessuna risposta alle nostre necessità insieme al ritardo e/o il mancato rilascio di un permesso di soggiorno, sono da sempre state considerate da parte nostra come il primo passo verso lo sfruttamento ma, nonostante questo, ancora una volta chi ci ha rimesso, e stavolta con la vita, è stato Satnam, uno dei tanti lavoratori indiani che vengono in Italia per lavorare e per essere pagati correttamente, ma certamente non per essere sfruttati o addirittura morire ammazzati.

È per tutto questo che, come Comunità Indiana del Lazio, abbiamo deciso di non rimanere a guardare mentre tutta la nostra comunità continua a piangere i suoi fratelli. Per questo motivo abbiamo deciso di tornare in piazza a manifestare la nostra rabbia verso chi commette questi sfruttamenti e queste barbarie. Per tutti questi motivi, ma soprattutto per Satnam, martedì

25 giugno 2024 effettueremo una grande manifestazione in cui, alla conclusione, chiederemo di essere accolti dal Prefetto di Latina a cui lasceremo una lettera aperta per denunciare tutto quello che succede ogni giorno per cercare di arrivare, una volta per tutte, al punto in cui queste cose non accadano più.

Invitiamo tutte le comunità indiane del Lazio a partecipare a questa manifestazione ed invitiamo anche tutti i sindacati e tutte le associazioni che si occupano dei diritti dei lavoratori a proclamare per quel giorno una giornata di sciopero generale per i lavoratori agricoli della Provincia di Latina così da far sentire forte la loro voce e per far sì che tragedie come quella di Satnam non accadano mai più”.


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La parola “sicurezza” è qualcosa di ambiguo e non neutro, un campo di azione e contesa che va declinato per degli interessi precisi. Nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, nei cantieri, nelle campagne, la parola “sicurezza” viene declinata a favore di chi ricava vantaggi e ricchezze dalle politiche sul lavoro

https://www.osservatoriorepressione.info/quale-sicurezza/

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Tracciare e bloccare le navi sospette cariche di armi

https://www.seizethetime.it/navi-sospette-a-porto-marghera-pt-2/

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Forwarded from Rete Kurdistan Italia
Appello di Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia: Aiuto urgente per le vittime degli incendi a Şemrex e Çınar

Carx amicx,

Nella notte del 21 giugno, i villaggi dei distretti di Amed (Diyarbakir) e Mêrdin (Mardin) sono stati colpiti da un devastante incendio, il cui scoppio ha causato gravi perdite umane, animali e di beni. Almeno nove persone hanno perso la vita nel tentativo di spegnere le fiamme con le risorse a loro disposizione. Oltre quaranta persone sono rimaste ferite, molte delle quali in gravi condizioni; la maggior parte delle vittime ha tra i 17 e i 20 anni. Questi civili, accorsi per fermare l'incendio, sono ora ricoverati negli ospedali di Amed, Mêrdin e Riha.

L'incendio, diramatosi nel villaggio di Tobiniye nel distretto di Çınar, si è rapidamente espanso fino ai villaggi circostanti di Tezne, Hatdirin, Reşan, Dere, Kelekê, Herber e Bexca, distretto di Şemrex. La situazione è peggiorata rapidamente e l'icendio ha finito per diffondersi fino alla diga di Göksu. Si conta che almeno 5 mila decares (500 acri) di campi di grano e mais siano stati distrutti e che, tra le fiamme, abbiano perso la vita numerosi animali domestici e selvatici, devastando ancor di più la flora e la fauna dei territori e compromettendo l'economia locale degli stessi, basata principalmente su agricoltura e allevamento.

Una simile tragedia ha potuto diramarsi così ampiamente e avere un tale impatto soprattutto a causa del tardivo e inefficiente intervento delle autorità che, incurantemente, hanno lasciato che fosse la popolazione locale, con le sue limitate risorse, a rispondere coi suoi mezzi all'evento. Le richieste di intervento aereo da parte dei politici locali e dei cittadini curdi sono infatti state accolte solo il mattino successivo.

Come Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia, siamo determinati a fornire aiuto immediato e concreto alle vittime di questa tragedia. Heyva Sor a Kurdistanê (Mezzaluna Rossa Kurdistan Germania) ha lanciato una campagna di raccolta fondi per sostenere le famiglie colpite e noi ci uniamo a questo appello.

Come donare:

Le vostre donazioni saranno cruciali per fornire assistenza medica e supportare le famiglie che hanno perso i loro cari e i loro mezzi di sostentamento. Ogni contributo, grande o piccolo, farà la differenza.

Coordinate bancarie per le donazioni:

MEZZALUNA ROSSA KURDISTAN ITALIA ONLUS
Banca Popolare Etica s.c.p.a - Filiale di Firenze
IT53 R050 1802 8000 0001 6990 236
BIC: ETICIT22XXX

PayPal: shorturl.at/hKM89

Esprimiamo le nostre più sincere condoglianze alle famiglie delle vittime e auguriamo una pronta guarigione ai feriti. Con la speranza che tali disastri diventino sempre più rari, vi invitiamo a offrire il vostro sostegno alle nostre sorelle e ai nostri fratelli curdi colpiti da questa tragedia.

Grazie per la vostra solidarietà e generosità.

Con gratitudine,

MLRKI ETS
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Nel secolo scorso, nel corso delle operazioni di contro-insurrezione, i militari peruviani si resero responsabili di molteplici violazioni dei diritti umani ai danni delle popolazioni indigene, in particolare contro le donne. Un tribunale ha condannato degli ex appartenenti alle forze armate ritenuti colpevoli di aver violentato un certo numero di donne

https://www.osservatoriorepressione.info/condanne-lievi-militari-violentato-donne-quechua-peru/

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Nel secolo scorso, nel corso delle operazioni di contro-insurrezione, i militari peruviani si resero responsabili di molteplici violazioni dei diritti umani ai danni delle popolazioni indigene, in particolare contro le donne. Un tribunale ha condannato degli ex appartenenti alle forze armate ritenuti colpevoli di aver violentato un certo numero di donne

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La lettera dei detenuti del carcere di Brescia-Canton Mombello restituisce in tutta la sua drammaticità le condizioni ai limiti dell’umano in cui si vive nella maggior parte dei penitenziari italiani. I numeri sono spietati: a metà 2024 siamo già a 45 suicidi. Un macabro record assoluto, se confrontato con lo stesso periodo degli anni precedenti. Il sovraffollamento comincia ad avvicinarsi ai livelli della sentenza Torreggiani della Cedu. In Italia, secondo il Dap, al 31 maggio ci sono 61.547 reclusi, 1.381 in più rispetto a inizio anno (+ 2,3%).

https://www.osservatoriorepressione.info/caldo-puzzo-orina-la-voglia-farla-finita-lettera-dallinferno/

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MILANO, VIETATO IL CORTEO PER LA PALESTINA

Motivazioni surreali della questura per vietare il passaggio da piazza della Scala

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Conflittualità inibita dal sistema liberal-capitalistico. La repressione esercitata nei confronti di studenti/studentesse, immigrate/i e paria di vario genere mette in luce un aspetto particolare dell’attuale assetto del capitalismo e la dice lunga sullo status del conflitto politico in corso ai giorni nostri

https://www.osservatoriorepressione.info/repressione-nelle-universita-ai-confini/

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L'appello del Comitato Besta al presidio sotto la Prefettura di Bologna, stasera 24 giugno a partire dalle ore 18

LA SCORTA LA VOGLIAMO NOI

Sono giornate di rabbia e tensione nel quartiere San Donato.
Il 21 giugno abbiamo scelto di scendere in strada per raccontare quello che è successo il giorno precedente durante il disboscamento del terrapieno: se non ci è scappato il morto è solo un caso.
E questo perché il sindaco di questa città, mandante delle violenze che ha abdicato dal suo ruolo politico, ha scelto di delegare alle forze dell’ordine la gestione di un conflitto sociale e ambientale. Una gestione dell’ordine pubblico che, come tutti hanno visto negli innumerevoli video, è stata violenta in modo spropositato e fuori da ogni norma: con persone trascinate per i piedi giù dagli alberi, con motoseghe a pochi a cm dai loro corpi, manganellate a sangue, con uno schieramento di polizia da G8 di Genova e con una pistola, a portata di mano, infilata nei pantaloni di un poliziotto in borghese.
Siamo arrabbiati, esasperati per le violenze da parte della forze dell’ordine subite quel giorno. Ma l’attenzione mediatica non si concentra su questo bensì sulle scritte sui muri del quartiere apparse a seguito del corteo del 21 giugno.
Pochi giorni prima, il Comitato aveva pubblicato una lettera aperta chiedendo che il Comune prendesse in considerazione un’alternativa per la pista ciclabile evitando l’abbattimento di 70 piante.
La risposta è stata: nessun margine di discussione, i lavori procedono, il tema è questione di ordine pubblico.
E siamo a questo punto preoccupati per il destino della porzione del parco don bosco che stiamo ancora difendendo per chiedere che la scuola Besta venga ristrutturata e non demolita e il parco salvato e non abbattuto. E lo siamo anche per la nostra incolumità come attiviste e attivisti, ancora angosciate dal senso di ingiustizia e rabbia dopo la giornata del 20 giugno.
Le scritte non sono manganelli e non possono sminuire le ragioni della nostra resistenza. Una lotta contro opere inutili, per la difesa degli alberi, di tutte le specie viventi e del suolo dalla cementificazione, che esprime una richiesta di cura per la salute e la qualità della vita delle persone nella nostra città.
24 GIUGNO ORE 18 PRESIDIO DAVANTI ALLA PREFETTURA

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Ilaria Salis: 𝗣𝗮𝗿𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝘀𝗲 𝗽𝗼𝗽𝗼𝗹𝗮𝗿𝗶, 𝗼𝗰𝗰𝘂𝗽𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶, 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗯𝗶𝘁𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮.

Come promesso, veniamo alla situazione milanese e lasciamo parlare subito alcuni dati, che sono di per sé sufficientemente eloquenti.
A Milano le case popolari sfitte sono più di 12mila, di cui oltre 5mila appartengono a ERP (gestite da MM) e più di 7mila ad ALER - in tutta la Città Metropolitana arrivano a quota 15mila.
Gli alloggi non allocati di ERP rappresentano il 19,5% delle circa 27mila case popolari gestite dall’ente comunale, mentre quelli di ALER il 21,7% delle 32.022 in capo all’ente regionale (dati Confedilizia, sett. 2023).
Dunque, un quinto (!) delle case popolari non è assegnato.
Eppure non sono affatto poche le persone che hanno bisogno di una casa popolare, in Italia ci sono quasi un milione di persone che non riescono a pagare l'affitto. Per quanto riguarda Milano, dalla somma delle graduatorie di ALER e ERP risulta che a fine 2023 erano in lista d’attesa oltre 10mila famiglie (Sole 24 ore, giugno 2024).
Di queste, sono in tante ad attendere a lungo – spesso invano – l’assegnazione, che potrebbe non arrivare mai pur soddisfacendo tutti i requisiti. Nell'ultimo triennio, di fronte a 5.894 assegnazioni di alloggi permanenti previste dalle due aziende, le abitazioni effettivamente assegnate sono state meno della metà, ovvero 2.818. (dati SICET, aprile 2024)
Davvero è tutta colpa degli occupanti?
Innanzitutto, si sappia che le case occupate – circa tremila (dati Confedilizia, sett. 2023) – rappresentano solo una piccola parte delle case sfitte, un numero di gran lunga inferiore a quello di abitazioni lasciate vuote. L'abbandono è letteralmente ovunque. Tutti abbiamo gli occhi per vedere, ma non tutti hanno l’onestà intellettuale di ammettere questa verità, triste e scomoda per chi è incaricato di gestire l'edilizia pubblica.
Quando viene occupata una casa non assegnata, che generalmente si trova in condizioni fatiscenti ed è abbandonata da anni, l’accusa di sottrarre il posto ad una persona in lista d’attesa semplicemente non regge. Chi entra in una casa disabitata prende senza togliere a nessuno, se non al degrado, al racket o ai palazzinari. Affermare il contrario, è bassa retorica politica volta a mettere gli uni contro gli altri, affinché nulla cambi.
Qualsiasi abitante di un quartiere popolare di Milano sa benissimo che a seguito di uno sgombero non avviene mai una riassegnazione. Le case vengono chiuse, murate e lamierate, alle volte sono anche distrutte dagli addetti agli sgomberi. Di regola, fanno il deserto e lo chiamano legalità.
Dunque, incolpare gli occupanti per il dissesto dell'edilizia popolare pubblica sottolinea o la malafede di chi ben conosce il vuoto pneumatico delle politiche sull'abitare, l’incompetenza degli enti gestori e la speculazione sul mattone, o l'ignoranza abissale di chi non ha mai messo i piedi fuori dalla circonvallazione.
Delle due, francamente non so quale sia peggio.
Vivere in una casa occupata non è una svolta, non è qualcosa da "furbetti".
E' logorante. Ti fa vivere quotidianamente nella paura che ti vengano a svegliare e ti buttino fuori di casa, o di ritrovare tutte le tue cose sul marciapiede al ritorno dal lavoro, sempre che le ritrovi. Occupare vuol dire entrare in una casa abbandonata, murata, coi sanitari rotti e i buchi nelle pareti, lasciata al degrado anziché essere assegnata. Essere occupante vuol dire abitare questo spazio precario e faticosamente trasformarlo in un luogo che si possa chiamare casa, cercando di sistemarlo coi pochi mezzi a disposizione che si hanno.
Con l'introduzione dell' art.5 del decreto Lupi (2014), un occupante non può più avere né l'allaccio alle utenze (acqua, luce, gas), né la residenza e i diritti ad essa legati - ad es. il medico di base, l'accesso a un nido pubblico vicino a casa per i bimbi, l'iscrizione ai centri per l'impiego. Inoltre, alle persone non italiane viene così impedito di maturare i requisiti per ottenere la cittadinanza e anche il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno è
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ostacolato.
E
ssere occupante è uno stigma sociale, vuol dire essere trattati come criminali per aver cercato di vivere in modo dignitoso. Mettetevelo in testa, nessun occupante vuole essere occupante.
In questo contesto di strutturale emergenza abitativa, i movimenti di lotta per la casa agiscono per aiutare il prossimo, con costanza e dedizione, senza scopo di lucro, perché il valore che li anima e guida è la solidarietà.
Aiutano individui e famiglie in stato di forte bisogno e recuperano luoghi abbandonati da anni, ristrutturandoli e rivalorizzandoli.
Promuovono la diffusione di una cultura della partecipazione, del rispetto e del mutuo aiuto.
Sono in prima linea a scontrarsi con il racket che specula sulla povertà, così come a prendersi le denunce quando si tratta di difendersi dalla violenza degli sgomberi.
Non mi stancherò mai di dirlo: tali movimenti rappresentano un baluardo di resistenza contro la barbarie della nostra società, ed è da qui che dobbiamo ripartire.
"Però occupare è illegale..."
Il concetto di legalità, nella sua versione più rozza e strumentale, diventa spesso il buco nero dove collassano i discorsi pubblici sulle grandi questioni sociali che riguardano le classi popolari e i giovani, come l’emergenza casa. D’altro canto, si sente parlare molto poco di legittimità.
La legittimità riguarda la giustificazione etica, morale e politica dell'azione. Come ci insegna la Storia, non sempre le azioni legittime sono necessariamente anche legali in quel dato momento – ma in una società sana possono diventarlo successivamente. Spesso, infatti, sono proprio azioni oltre la Legge a spingere la Legge stessa a mutare, a modificarsi in meglio, prendendo in considerazione le istanze di bisogno e desiderio che vengono poste dai gruppi subalterni.
Il movimento di lotta per la casa ha sempre agito con la forza della legittimità data dal semplice principio che tutte e tutti dobbiamo avere un tetto sulla testa.
Questo è il nocciolo della questione, l'argomento su cui tutti siamo chiamati ad esprimerci e a decidere cosa vogliamo collettivamente.
Vi piaccia o meno, c’è chi continuerà a lottare in nome di tale principio, richiamandosi alle lotte del passato ed entrando in contatto con quelle del futuro.

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