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a cura di Davide Malacaria
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🇷🇺🇷🇺🇺🇸🇺🇸🇺🇦🇺🇦 TRUMP-ZELENSKY: LO SCONTRO SUL DESTINO DEL DONBASS

Il vertice tra Trump e Zelensky è andato secondo le previsioni: qualche significativo passo avanti su questioni che in precedenza apparivano dirimenti, nulla sul nodo cruciale, il destino del Donbass, sul quale tutto sta o cade.

Trump al solito, ha palesato ottimismo, anche se ha evitato l’enfasi dei precedenti round negoziali (ha fatto tesoro del passato). E la telefonata di due ore con Putin, che ha preceduto l’incontro con Zelensky, indica la sua determinazione a chiudere la guerra. Trump ha parlato di una conversazione produttiva con lo zar, aggiungendo che questi vuole davvero un accordo e che addirittura vorrebbe un “successo” dell’Ucraina.

Un’aggiunta significativa, vera o meno che sia: per raggiungere un accordo è necessario che non sia percepito come una vittoria della Russia. Deve in qualche modo essere rivenduto come un successo dell’Ucraina. D’altronde, la propaganda potrebbe far passare un’intesa come una prova della resilienza dell’Ucraina, capace di logorare la Russia tanto da costringerla a piegarsi.
È più o meno la sostanza dell’intervista rilasciata di Kyrylo Budanov il 27 dicembre a Suspilne.

Secondo il capo dell’intelligence militare ucraina la Russia avrebbe subito danni notevoli in questo conflitto, in particolare nel settore energetico, e peraltro sarebbe stata costretta a destinare il 46% delle sue risorse complessive alle necessità belliche. Ciò l’avrebbe indotta ad adire al negoziato.

Detto questo, Budanov ammette che la Russia è troppo potente, da cui la necessità anche per Kiev di cercare a un compromesso (da notare, un passaggio dell’intervista: “Né l’Iran né la Corea del Nord hanno…



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🇺🇸🇺🇸🇮🇱🇮🇱 TRUMP - NETANYAHU: L'INUTILE INCONTRO E LE MINACCE ALL'IRAN

L’incontro tra Netanyahu e Trump ha fatto notizia più che altro per la boutade di quest’ultimo, secondo il quale il presidente israeliano Isaac Herzog era pronto a dare la grazia al premier israeliano sotto inchiesta e per la subitanea smentita di Herzog.
Per il resto, non sembra ci siano novità di rilievo, al di là delle usuali quanto, al momento, aleatorie minacce trumpiane: contro Hamas, contro Hezbollah e contro l’Iran.

Nulla è trapelato di ufficiale sull’inizio della fase due del cosiddetto cessate il fuoco (mentre i palestinesi continuano a morire di stenti inflitti); né sull’eventuale arrivo della forza di stabilizzazione arabo-islamica; né sulla tempistica e sulle modalità del disarmo di Hamas o altro riguardante Gaza.

L’unica indicazione di rilievo la riferisce Axios: “Trump e i suoi principali collaboratori hanno chiesto a Netanyahu di cambiare politica nella Cisgiordania occupata”. Una sollecitazione che difficilmente avrà un seguito.

La vacuità dell’incontro è fotografata da un articolo di Jonathan Lis su Haaretz, nel quale si annota che, “sebbene a Trump siano state poste domande sull’attualità, le sue risposte sono state evasive […] Il presidente ha ripetutamente liquidato i giornalisti con un “ne riparleremo”, lasciando intendere che le parti non hanno realmente la stessa opinione sugli affari correnti”.

Divergenze, scrive Lis, sulle quali i due…


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L'ASSERITO ATTACCO A NOVGOROD: IL SILENZIO ASSORDANTE DELL'OCCIDENTE

La querelle sull’attacco alla residenza di Putin a Novgorod, negato da Zelensky, non potrebbe essere più importante data la posta in gioco. Eppure tutto è lasciato nell’ambiguità, alle interpretazioni giornalistiche, che in Occidente hanno dato vita a una corale che riecheggia il diniego ucraino: è tutta un’invenzione di Putin per far deragliare i negoziati di pace.

Nessuna voce ufficiale si è levata per confermare o smentire, a parte Trump che di fatto ha accreditato quanto gli ha detto Putin nel corso di una conversazione telefonica, anche se ha aggiunto che l’America avrebbe verificato.

Un silenzio paradossale: la Nato, nonché le intelligence Usa e britannica, che monitorano a tutti i livelli l’Ucraina, sanno perfettamente se l’attacco c’è stato o meno. E di certo ne hanno riferito ai loro leader. E nessuno parla.

Nel silenzio, le forzature usuali della propaganda di guerra, come ad esempio quella della Reuters, rilanciata un po’ da tutti, sull’intervista dell’ambasciatore Usa alla Nato Matthew Whitaker, che avrebbe “messo in dubbio” le denunce dei russi. In realtà, l’ambasciatore si è limitato a dire che “non è chiaro” quanto avvenuto rimandando la querelle a una verifica dell’intelligence occidentale.

L’unica indiscrezione di alto profilo è arrivata dalla Francia, dove una asserita fonte, ovviamente anonima, vicina a Macron ha confidato ai media che “non ci sono elementi sufficienti a corroborare l’accusa di Mosca”. Indiscrezione che di fatto mina la…


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🇾🇪🇾🇪🇾🇪🇾🇪 YEMEN: RIAD SVENTA LA MANOVRA DESTABILIZZANTE EMIRATINA

La durissima presa di posizione dell’Arabia Saudita contro l’espansionismo degli Emirati Arabi Uniti in Yemen, e il successo nel rintuzzarlo, ha una rilevanza geopolitica primaria, dal momento che la manovra emiratina aveva il tacito sostegno di Israele, con cui Abu Dhabi condivide gli accordi di Abramo.

Non solo uno stop verbale quello saudita, ma un attacco militare vero e proprio, con i jet di Riad che hanno bombardato due navi cariche di armi al porto yemenita di Al-Mukalla, costringendo gli Emirati a ritirare le sue truppe dal Paese e ad abbandonare momentaneamente al proprio destino il Consiglio di transizione meridionale (STC), entità yemenita sotto il suo controllo della quale si era servita per espandere la sua influenza nel Paese confinante a scapito della zona controllata da Aden, la capitale dello Yemen legata a Riad.

La manovra emiratina aveva allarmato il convitato di pietra di questo piccolo quanto povero Paese del Golfo, gli Houti, che ne controllano il Nord e che vedevano con allarme l’espansione dei delegati di Abu Dhabi, dal momento che questa intrattiene rapporti intensi quanto oscuri con Israele, nemico irriducibile degli stessi Houti per il loro supporto, anche militare, alla causa palestinese.

Un allarme fondato anche dal parallelo riconoscimento di Tel Aviv della sovranità del Somaliland, decisa sia perché nei sogni perversi delle autorità israeliane potrebbe rappresentare una discarica alla quale destinare i palestinesi, sia perché…

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🇷🇺🇷🇺🇺🇦🇺🇦 UCRAINA. LA QUERELLE SULL'ATTACCO A PUTIN E IL NUOVO RUOLO DI BUDANOV

La CIA ha informato Trump che l’attacco alla residenza di Putin da parte dell’Ucraina non c’è stato, confermando la smentita di Zelensky. Così i media ieri, enfatizzando informazioni trapelate in maniera anonima sui media, ché di ufficiale non c’è nulla (vedi CNN, che ieri riportava la notizia, ma concludeva che la Cia, interpellata dal media, si è rifiutata di commentare la notizia).

La solita ambiguità, e peraltro la rivelazione non ha alcun valore essendo la CIA parte del conflitto a fianco dell’Ucraina. Così ieri un articolo fiume del New York Times: “In segreto [di pulcinella ndr], la Central Intelligence Agency e l’esercito americano, con la sua benedizione, hanno potenziato una campagna ucraina di attacchi con droni contro gli impianti petroliferi e le petroliere russe per ostacolare la macchina da guerra di Putin”. Poco da aggiungere se non che il capo della CIA, John Ratcliffe, è di fede neocon.

Nella nota del NYT veniva ampiamente descritta la guerra segreta nella stanza dei bottoni sull’Ucraina, in particolare tra la CIA, appunto, e il Pentagono guidato da Pete Hegseth – che può contare su alcuni alti funzionari dell’istituzione ma non tutti – che invece sta cercando di frenare, allineandosi alla spinta di Trump per un accordo.

Resta che ad alimentare tale ambigiutà sono anche le giravolte di Trump (più o meno influenzate dalle pressioni interne, vedi alla voce Epstein), il quale ieri, come faceva notare la CNN citata, ha rilanciato su Truth una nota del New York Post che negava l’attacco.

La Russia ha replicato alle rivelazioni dei media dichiarando che…


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🇵🇸🇵🇸🇵🇸 LEVY E L'INFERNO DI GAZA

“La parte pubblica dell’incontro tra Netanyahu e Donald Trump è stata delirante. Per molti israeliani, è stata una piacevole e inebriante illusione. Si può capire cosa abbiano provato. Ogni rottura con l’attuale realtà israeliana è piacevole e inebriante”. Inizia così un articolo di Gideon Levy pubblicato da Haaretz dedicato alla visita di Netanyahu a Trump, che ha definito il miglior amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca, motivo per cui è stato anche insignito del premio Israele 2026.

“A Mar-a-Lago”, continua Levy, “la realtà era fuori dall’orizzonte. Due milioni di persone che arrancavano nel fango e nel freddo non c’erano più. Il ricordo di circa 100.000 morti nella Striscia di Gaza non c’era più. Ran Gvili, l’ostaggio morto, era l’unico essere della Striscia di Gaza presente a Mar-a-Lago”.

“Un primo ministro ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità, il cui Paese è sospettato di genocidio presso la Corte internazionale di giustizia, che ha le mani sporche del sangue di moltitudini di innocenti, tra cui moltitudini di bambini e un migliaio di neonati, viene ricevuto per la sesta volta nel suo attuale mandato con grandi onori e nessuno dei suoi reati viene menzionato”.

“Com’è possibile accogliere qualcuno ricercato come criminale di guerra e come è possibile glorificarlo in un momento in cui le sue mani e quelle del suo Paese sono macchiate da così tanto sangue?”…


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🇻🇪🇻🇪🇻🇪 VENEZUELA. IL PRECEDENTE: QUANDO I NAZISTI RAPIRONO HORTY

Quanto avvenuto in Venezuela ha un precedente non eccessivamente edificante, quando i nazisti catturarono il reggente dell'Ungheria, l'ammiraglio Miklós Horthy, per vanificare l'armistizio che questi aveva siglato con l'Unione sovietica nell'ottobre del '44. Horty, fu catturato con un blitz ordinato da Hitler per ricondurre l'Ungheria sotto il proprio giogo e farle proseguire il conflitto. L'ammiraglio invitò i suoi a non resistere, ma ci fu ugualmente uno scontro a fuoco limitato. Poche vittime, Horty arrestato, l'Ungheria piegata.

La differenza è che in  Venezuela il governo chavista è rimasto in carica, guidato dalla vicepresidente Delcy Rodríguez. E non è poco. Com'è avvenuto per gli attacchi ai siti nucleari iraniani, Trump ha subito dichiarato vittoria, aggiungendo che la Rodríguez collaborerà con gli Stati Uniti per lo sfruttamento delle risorse venezuelane da parte delle imprese statunitensi. Questo il senso della sua bislacca risposta sul futuro del Paese latinamericano: "governeremo noi".

Una prospettiva che non deve essere piaciuta affatto a Marco Rubio, che questa aggressione ha desiderato ardentemente. Soprattutto perché la dichiarazione è arrivata insieme alla doccia fredda su Maria Corina Machado, che questi e i neocon già pregustavano alla guida del Paese. Trump l'ha trattata come una Guaidò qualsiasi: "Non ha nessun sostegno né gode di rispetto nel suo Paese" (peraltro, Rubio aveva sostenuto la candidatura della donna al Nobel per la pace e nell'ultimo anno era rimasto in contatto con l'opposizione venezuelana che a lei fa riferimento). Anche il Washington Post, che da tempo spinge per l'intervento, nell'editoriale di ieri ha…


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TRUMP INVITA PETRO ALLA CASA BIANCA

Una telefonata distensiva dopo le brutali minacce: Trump e il presidente della Colombia Gustavo Petro hanno parlato un’ora al telefono e, al termine della conversazione, quest’ultimo è stato invitato alla Casa Bianca. Passo distensivo che Petro, parlando in pubblico, ha voluto estendere a Caracas, spiegando che, in precedenza, aveva invitato in Colombia la nuova presidente Delcy Rodríguez e che intende dar vita a un “dialogo tripartito” tra quest’ultima, Trump e lui, aggiungendo che spera che ciò possa estendersi a livello globale.

Suo scopo, ha spiegato, è quello di cercare di stabilizzare anzitutto il Venezuela che, oltre alle minacce e alle pressioni statunitensi, deve far fronte alle spinte destabilizzanti interne, alimentate dai neocon statunitensi e dai loro vassalli europei, volte a far cadere il governo chavista sopravvissuto al rapimento di Maduro e a intronizzare la premio Nobel per la pace Maria Corina Machado, che Trump ha subito confinato in un angolo.

Imprevedibile Trump, che con questa mossa ha spiazzato tutti, sia i suoi antagonisti sinceri, che giustamente hanno difeso le ragioni del Venezuela e del diritto internazionale, che quelli meno sinceri, ai quali del destino del Venezuela e del diritto internazionale non importa nulla – anzi nel segreto si rallegrano per la rimozione del “dittatore” Maduro e si rattristano per l’esclusione della Machado – ma che stanno usando la crisi per chiudere in un angolo il presidente Usa.

Ma soprattutto, Trump ha spiazzato i neocon, sicuri che le sue roboanti minacce gli avrebbero aperto nuovi orizzonti di gloria e di guerra in America latina. Già, perché, come l’aggressione al Venezuela era…


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🇷🇺🇷🇺🇺🇸🇺🇸🇺🇦🇺🇦 L'INVIATO DI PUTIN A PARIGI. IL DIALOGO, NONOSTANTE TUTTO, CONTINUA

Forse la notizia più importante di ieri è che l’inviato di Putin, Kirill Dmitriev, era a Parigi dove ha incontrato Steve Witkoff e Jared Kushner che hanno presenziato al vertice Usa-Ue sulla guerra ucraina tenutosi nella capitale transalpina.

Lo riferisce Strana, dettagliando che l’incontro è avvenuto nell’ambasciata americana di Parigi, poco distante dall’Eliseo col quale Dmitriev si deve essere relazionato dal momento che ieri c’è stato uno scambio di prigionieri tra Francia e Russia (il ricercatore Laurent Vinatier contro il giocatore di basket Daniil Kasatkin).

Gli scambi di prigionieri sono simbolici, passi distensivi che riecheggiano altro e più importante come l’apertura di Macron a un incontro con Putin avvenuta prima di Natale (e raccolta dallo zar), ribadita due giorni fa in un’intervista a France 2: “Tutto deve essere organizzato a breve termine […]. Stiamo organizzando un incontro che dovrebbe svolgersi nelle prossime settimane”.

Come appare simbolico che ieri siano stati rilasciati i due russi che facevano parte dell’equipaggio della Marinera, la petroliera russa sequestrata dagli Usa. Rilascio per il quale Mosca ha ringraziato la “leadership degli Stati Uniti”. Di ieri anche la telefonata tra Gustavo Petro e Trump di cui abbiamo accennato nella nota pregressa; iniziativa che, come ha dichiarato il presidente colombiano, può aprire nuove prospettive al Venezuela (verso il quale oggi Trump ha usato parole distensive, spiegando di aver annullato la seconda ondata di attacchi perché “stanno cooperando“).

E di ieri anche l’invito formale di quattro parlamentari russi al Congresso Usa per dialogare sulla pace, iniziativa della repubblicana Anna Paulina Luna che ha avuto il placet del Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio.


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🇵🇸🇵🇸🇵🇸🇮🇷🇮🇷🇮🇷 DAL GENOCIDIO DI GAZA AL REGIME-CHANGE IRANIANO

“Saeed Montazer al-Mahdi, portavoce del Comando delle forze dell’ordine iraniano (FARAJA), ha dichiarato venerdì che i rapporti sul campo mostravano una ‘calma generale’ nelle città di tutto il Paese”. Così su PressTv, canale televisivo di Teheran. Dichiarazioni che contrastano con le notizie diffuse sui media occidentali, secondo i quali l’ondata di piena del regime-change iraniano sta ancora montando.

È ovvio che le autorità iraniane cerchino di raccontare una versione dei fatti edulcorata, com’è altrettanto ovvio che i media occidentali seguano lo spartito contrario, com’è sempre avvenuto in tali occasioni nella prospettiva di raggiungere lo scopo per cui il regime-change è avviato.

Che si tratti di una rivoluzione colorata in salsa iraniana è alquanto banale: è iniziata subito dopo la visita di Netanyahu alla Casa Bianca, nella quale per l’ennesima volta ha prospettato a Trump l’urgenza di incenerire il nemico regionale.

Stavolta il piano era diverso da quello predisposto nel giugno scorso, quando l’attacco a sorpresa di Israele avrebbe dovuto decapitare la leadership militare e politica di Teheran per innescare una rivoluzione che avrebbe dovuto intronizzare l’autoproclamato principe ereditario del defunto scià, Reza Pahlavi.

All’opposto, si è optato per iniziare con un regime-change che, anche se non riuscirà a rovesciare il governo, dovrebbe comunque innescare una reazione durissima da parte delle autorità, offrendo il destro per un intervento americano risolutivo per …


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