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a cura di Davide Malacaria
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TRUMP INVITA PETRO ALLA CASA BIANCA

Una telefonata distensiva dopo le brutali minacce: Trump e il presidente della Colombia Gustavo Petro hanno parlato un’ora al telefono e, al termine della conversazione, quest’ultimo è stato invitato alla Casa Bianca. Passo distensivo che Petro, parlando in pubblico, ha voluto estendere a Caracas, spiegando che, in precedenza, aveva invitato in Colombia la nuova presidente Delcy Rodríguez e che intende dar vita a un “dialogo tripartito” tra quest’ultima, Trump e lui, aggiungendo che spera che ciò possa estendersi a livello globale.

Suo scopo, ha spiegato, è quello di cercare di stabilizzare anzitutto il Venezuela che, oltre alle minacce e alle pressioni statunitensi, deve far fronte alle spinte destabilizzanti interne, alimentate dai neocon statunitensi e dai loro vassalli europei, volte a far cadere il governo chavista sopravvissuto al rapimento di Maduro e a intronizzare la premio Nobel per la pace Maria Corina Machado, che Trump ha subito confinato in un angolo.

Imprevedibile Trump, che con questa mossa ha spiazzato tutti, sia i suoi antagonisti sinceri, che giustamente hanno difeso le ragioni del Venezuela e del diritto internazionale, che quelli meno sinceri, ai quali del destino del Venezuela e del diritto internazionale non importa nulla – anzi nel segreto si rallegrano per la rimozione del “dittatore” Maduro e si rattristano per l’esclusione della Machado – ma che stanno usando la crisi per chiudere in un angolo il presidente Usa.

Ma soprattutto, Trump ha spiazzato i neocon, sicuri che le sue roboanti minacce gli avrebbero aperto nuovi orizzonti di gloria e di guerra in America latina. Già, perché, come l’aggressione al Venezuela era…


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🇷🇺🇷🇺🇺🇸🇺🇸🇺🇦🇺🇦 L'INVIATO DI PUTIN A PARIGI. IL DIALOGO, NONOSTANTE TUTTO, CONTINUA

Forse la notizia più importante di ieri è che l’inviato di Putin, Kirill Dmitriev, era a Parigi dove ha incontrato Steve Witkoff e Jared Kushner che hanno presenziato al vertice Usa-Ue sulla guerra ucraina tenutosi nella capitale transalpina.

Lo riferisce Strana, dettagliando che l’incontro è avvenuto nell’ambasciata americana di Parigi, poco distante dall’Eliseo col quale Dmitriev si deve essere relazionato dal momento che ieri c’è stato uno scambio di prigionieri tra Francia e Russia (il ricercatore Laurent Vinatier contro il giocatore di basket Daniil Kasatkin).

Gli scambi di prigionieri sono simbolici, passi distensivi che riecheggiano altro e più importante come l’apertura di Macron a un incontro con Putin avvenuta prima di Natale (e raccolta dallo zar), ribadita due giorni fa in un’intervista a France 2: “Tutto deve essere organizzato a breve termine […]. Stiamo organizzando un incontro che dovrebbe svolgersi nelle prossime settimane”.

Come appare simbolico che ieri siano stati rilasciati i due russi che facevano parte dell’equipaggio della Marinera, la petroliera russa sequestrata dagli Usa. Rilascio per il quale Mosca ha ringraziato la “leadership degli Stati Uniti”. Di ieri anche la telefonata tra Gustavo Petro e Trump di cui abbiamo accennato nella nota pregressa; iniziativa che, come ha dichiarato il presidente colombiano, può aprire nuove prospettive al Venezuela (verso il quale oggi Trump ha usato parole distensive, spiegando di aver annullato la seconda ondata di attacchi perché “stanno cooperando“).

E di ieri anche l’invito formale di quattro parlamentari russi al Congresso Usa per dialogare sulla pace, iniziativa della repubblicana Anna Paulina Luna che ha avuto il placet del Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio.


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🇵🇸🇵🇸🇵🇸🇮🇷🇮🇷🇮🇷 DAL GENOCIDIO DI GAZA AL REGIME-CHANGE IRANIANO

“Saeed Montazer al-Mahdi, portavoce del Comando delle forze dell’ordine iraniano (FARAJA), ha dichiarato venerdì che i rapporti sul campo mostravano una ‘calma generale’ nelle città di tutto il Paese”. Così su PressTv, canale televisivo di Teheran. Dichiarazioni che contrastano con le notizie diffuse sui media occidentali, secondo i quali l’ondata di piena del regime-change iraniano sta ancora montando.

È ovvio che le autorità iraniane cerchino di raccontare una versione dei fatti edulcorata, com’è altrettanto ovvio che i media occidentali seguano lo spartito contrario, com’è sempre avvenuto in tali occasioni nella prospettiva di raggiungere lo scopo per cui il regime-change è avviato.

Che si tratti di una rivoluzione colorata in salsa iraniana è alquanto banale: è iniziata subito dopo la visita di Netanyahu alla Casa Bianca, nella quale per l’ennesima volta ha prospettato a Trump l’urgenza di incenerire il nemico regionale.

Stavolta il piano era diverso da quello predisposto nel giugno scorso, quando l’attacco a sorpresa di Israele avrebbe dovuto decapitare la leadership militare e politica di Teheran per innescare una rivoluzione che avrebbe dovuto intronizzare l’autoproclamato principe ereditario del defunto scià, Reza Pahlavi.

All’opposto, si è optato per iniziare con un regime-change che, anche se non riuscirà a rovesciare il governo, dovrebbe comunque innescare una reazione durissima da parte delle autorità, offrendo il destro per un intervento americano risolutivo per …


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🇮🇷🇮🇷🇮🇷 LA GUERRA IBRIDA CONTRO L'IRAN E LE MINACCE DI TRUMP

Proseguono le proteste in Iran, aumentano i morti del regime-change. Il numero di morti, come dimostrano i precedenti, è parte essenziale di queste guerre ibride: occorre una massa critica di vittime tale che, rilanciata dai media mainstream, urga un intervento per difendere il “popolo”.

Poco importa che le bombe cadano sul popolo da “liberare”, il Paese venga depauperato o disgregato come la Libia e i liberatori facciano ascendere al trono personaggi peggiori di quelli destituiti, com’è accaduto in Siria (data in gestione al Terrore) e come potrebbe accadere in Iran, dal momento che Reza Pahlavi, che vorrebbero intronizzare, è figlio del corrotto e sanguinario dittatore che governò per decenni il Paese grazie soprattutto alla Savak, la polizia segreta, la cui bandiera sventola a ogni assise del pretendente al trono, come lamentano gli stessi dissidenti iraniani (The free Iran scholars network).

Quando accenniamo all’importanza del numero delle vittime nell’ambito dei regime-change va specificato che nelle narrazioni ufficiali vengono tutte ascritte alla repressione del governo bersaglio, manipolando la realtà. Sta accadendo anche nel regime-change iraniano, nonostante i video che circolano parlino di una realtà ben diversa.

Sulle violenze, riportiamo la narrazione di un media iraniano. Di parte, da prendersi preso col beneficio del dubbio, come d’altronde i resoconti dei media mainstream che, quando sono in gioco certi interessi geopolitici, soprattutto in Medio oriente, non possono deragliare dalle linee guida ufficiali.

Così su Tansim news: “Rapporti sul campo suggeriscono che i terroristi hanno ucciso persone comuni e membri delle forze di sicurezza utilizzando armi da fuoco e da corpo a corpo e, in alcuni casi, hanno fatto ricorso alla decapitazione, all’asfissia e all’incendio doloso per seminare il terrore […]


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🇮🇷🇮🇷🇮🇷 IRAN: GLI USA STANNO DECIDENDO COME INTERVENIRE

Consiglio di guerra negli Stati Uniti per decidere sull’Iran. Nonostante le minacce di Trump e le sollecitazioni, i media Usa più importanti oggi comunicano che probabilmente si opterà per azioni “limitate, un attacco informatico o un attacco all’apparato di sicurezza interna iraniano”, scartando altre possibilità più drastiche come un nuovo attacco ai siti nucleari o bombardamenti contro basi missilistiche, opzioni che innescherebbero una guerra alla quale l’America, a quanto pare, non si sta preparando.

Lo scrive Larry Johnson sul Ron Paul Institute in un articolo nel quale racconta di un regime-change ormai fallito e che si conclude così: “Quali sono gli indicatori di un possibile attacco da parte degli Stati Uniti all’Iran? Gli Stati Uniti dovrebbero avere almeno una task force di portaerei nella regione, almeno un paio di squadroni di caccia/bombardieri e avrebbero dovuto rafforzare o l’evacuare delle basi militari statunitensi nella regione. Finora non c’è alcun segno di tale attività”.

Peraltro, la sparata di Trump sui dazi al 25% contro i Paesi che commerceranno con l’Iran sembra suggerire che il presidente americano preferisca un’azione limitata: questo tipo di proclami contro la Russia nel corso conflitto ucraino hanno scandito i momenti in cui più ha cercato il dialogo con Mosca. Un modo per coprirsi le spalle, per mostrare ai neocon – che premono perché incenerisca più o meno tutto il mondo – che li sta ascoltando.

Quanto al fatto che il regime-change iraniano sia fallito, a stare a quanto scrive Johnson (e non solo lui), ciò sarebbe evidenziato dal fatto che le manifestazioni per rovesciare il governo si stanno diradando, mentre le piazze si affollano di sostenitori dello stesso. Riportiamo la notizia senza accreditarla come definitiva, dal momento che ricordiamo come i regime-change del passato si siano sviluppati a ondate, alternando momenti di piena a momenti di risacca.

Infatti, ci sembra ancora presto per affermare con certezza che…



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🇮🇷🇵🇸🇷🇺 IRAN, GAZA, RUSSIA: MOMENTUM DI DE-ESCALATION

Dopo giorni di tensione sul fronte iraniano, ieri si è registrato un momentum di de-escalation, coinciso con un rinnovato slancio del negoziato sul fronte ucraino e l’annuncio della formazione di un governance tecnica per amministrare Gaza, passo formale per avviare la fase due del cosiddetto cessate il fuoco (non farsi illusioni è d’obbligo, ma prima tale sviluppo non esisteva neanche come orizzonte lontano).

Di ieri le parole di Trump sull’Iran, che tutti hanno inteso come una retromarcia: “Ci è stato detto che le uccisioni in Iran stanno cessando, stanno cessando, stanno cessando […] E non c’è nessun piano per le esecuzioni, o un’esecuzione”.

Il riferimento sulle uccisioni è all’attenuazione significativa delle manifestazioni violente e della repressione altrettanto violenta di cui abbiamo dato conto ieri, sviluppo che sembra tanto accelerato che oggi non si danno notizie di nuove proteste (se così può definirsi la guerriglia urbana propria dei regime-change), con le autorità iraniane che hanno annunciato l’arresto dei capi della cosiddetta rivolta e la stabilizzazione del Paese.

Quanto alle esecuzioni, che avrebbero dovuto iniziare oggi, l’Iran ha rimandato la prima, già annunciata, come segnale che potrebbe non dare seguito a quanto promesso. Gli agenti della Cia e del Mossad arrestati potrebbero essere quindi rilasciati, cosa che più interessa a Israele e Stati Uniti (quanto ai poveretti che sono stati ingannati o alle risorse reclutate in loco è da vedere).

Inoltre, per quanto riguarda gli sviluppi, Trump ha dichiarato: “Osserveremo e vedremo come procederà il processo, ma abbiamo ricevuto un’ottima dichiarazione da persone consapevoli di…


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L’attacco all’Iran sarebbe solo rimandato. Questo sostengono i circoli che sono rimasti delusi dalla retromarcia di Trump, che sono potenti e influenti, anche sui media. Finita l’incombenza immediata delle bombe, finita anche la narrazione sulla repressione del governo.

Tutto tace, il popolo iraniano, di cui si è lamentata la sorte, non interessa più a nessuno. Se ne riparlerà, del caso, quando incomberà una nuova guerra, cosa che secondo i circoli di cui sopra appartiene al destino manifesto.

A dare qualche concretezza a tale possibilità il rafforzamento del dispiegamento militare statunitense in Medio oriente, in particolare il dirottamento della portaerei Abraham Lincoln e della flottiglia a essa assegnata verso le...
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L’Arabia Saudita sta formando una coalizione militare con la Somalia e l’Egitto per contrastare l’influenza regionale degli Emirati Arabi Uniti. Si prevede che il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud visiterà Riyadh per finalizzare gli accordi incentrati sulla sicurezza del Mar Rosso”. Così Business Insider.

Val la pena notare che gli Emirati stanno conoscendo una forte pulsione espansionistica, che viaggia in parallelo con quella di Israele. Una convergenza che viene da lontano e che ha visto Abu Dhabi mettersi a disposizione di Tel Aviv nel corso del genocidio di Gaza e altro.

Lo ha rivelato Emirateleaks, che ha pubblicato un documento ufficiale del 2023 indirizzato al Comando delle operazioni congiunte delle Forze armate degli Emirati Arabi Uniti nel quale, dati gli stretti rapporti con Israele, si chiede di ...
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Un aspetto interessante della crisi iraniana è che Trump, al contrario della retorica brutale usata per le pretese sulla Groenlandia, per giustificare l’intervento contro Teheran, a oggi in sospeso, ha fatto “affidamento sulla responsabilità di proteggere, un’idea associata ai progressisti che normalmente avrebbe ridicolizzato”. Così Adam Dick sul Ron Paul Institute.

In realtà, corregge di seguito Dick, tale idea è propria anche dei neoconservatori, come denota il regime-change consumato in Siria, sul cui destino, ricorda Dick, David Stockman ha scritto: “Uno stato fallito, senza legge, bombardato e impoverito economicamente a causa del pesante intervento di Washington voluto delle sanguinarie sorelle gemelle del Partito della Guerra”.

Le “sorelle gemelle”, continuava Stockman, sono “i neoconservatori – guidati dallo spregevole clan Kagan [oggi ancora sugli scudi ndr] – e dalla claque interventista liberale R2P che fa riferimento a Hillary Clinton”. Dove R2P sta per “responsabilità di proteggere”...
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🇮🇷🇮🇷🇮🇷 Trump: un altro duce e un altro re per l'Iran

In un’intervista a Politico di sabato scorso Trump ha fatto una nuova inversione di rotta sull’Iran e, dopo che aveva ringraziato Teheran per aver annullato le condanne a morte dei cosiddetti ribelli arrestati, ha dichiarato che “è giunto il tempo di cercare una nuova leadership” per il Paese mediorientale.

La cronista che ha carpito queste parole ha spiegato che sono giunte dopo che l’ayatollah Khamenei aveva accusato gli Stati Uniti per la strage che si è consumata durante le proteste, dato il sostegno attivo di Washington alla ribellione, ovviamente in combinato disposto con Tel Aviv.

Ironico ricordare, come abbiamo fatto nel titolo, come le giustificazioni per innescare un intervento armato abbiano il noioso vizio di ripetersi. Così “Faccetta nera” ha accompagnato l’avventura coloniale fascista in Etiopia, propagandata con la necessità di liberare l’Abissinia dalla schiavitù, così che nella canzone di cui al titolo si sollecitava il popolo di “aspettare e sperare” in una nuova leadership, re e duce, che l’intervento liberatorio avrebbe intronizzato.

Le rinnovate minacce di Trump giungono, appunto, dopo il momento di pausa delle tensioni, durante il quale l’inviato Usa Steve Witkoff ha esplicitato le vere richieste di Washington: addio al nucleare, rescissione delle alleanze con le milizie sciite mediorientali (Hezbollah in Libano e Iraq e Houti dello Yemen) e riduzione del programma missilistico.

Richieste che Teheran non può accettare e che, in realtà, sono made in…


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🇺🇦🇺🇦🇩🇰🇩🇰 Groenlandia e Ucraina: le dolenti ambasce della leadership Ue

La spinta di Trump per acquisire la Groenlandia rafforza. E i leader della Ue reagiscono con un insulso balbettio, una manciata di soldatini mandati a sciare sull’isola artica. Dove l’aspetto più tragico di tale stralunata iniziativa è che non si accorgono quanto sia ridicola.

Tale mancanza di consapevolezza non deriva solo dal panico di vedersi brutalizzati dal loro padrone, né dallo shock per il tradimento del rapporto fiduciario cementato da anni di obbediente sudditanza, ma semplicemente dalla loro inconsistenza, palesata da decenni e immortalata da fotografie di innumerevoli vertici inter-europei e internazionali che li vede sorridenti e felici nonostante il mondo gli crollasse poco a poco attorno.

Momenti che li hanno visti sfoggiare muscoli che non avevano, non solo contro la Russia, ma anche contro il padrone d’oltreoceano, quando questi era Trump, in obbedienza ai vecchi padroni americani che lo volevano spodestare. La fotografia della Merkel che guarda in cagnesco Trump a un G-7, rimasta nella memoria collettiva, è la più palese manifestazione di questa farsa.

La donna più potente del mondo veniva definita dai media, nulla importando che era a capo di una nazione che, nella stessa temperie, era definita un gigante economico e un nano geopolitico. Una connotazione geopolitica che, con l’identificazione dell’Unione europea con la Grande Germania – con i Paesi membri chiamati semplicemente a fare da corollario alla motrice teutonica – si è trasferita al continente.

Un’Europa sempre più in ritirata, sempre più…


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🇵🇸🇵🇸🇵🇸 Lo stralunato, tragico, Board of peace di Gaza

Mentre il punto focale dei media è fisso sulla Groenlandia, il genocidio dei palestinesi prosegue, lento ma inesorabile. Ogni giorno si registrano vittime, di stenti, di malattie e a causa dell’assideramento, che reclama vite bambine. E quasi ogni giorno l’IDF uccide: ieri altre cinque morti, di cui due bambini, che si aggiungono ai 460 uccisi dopo il cosiddetto cessate il fuoco (circa cento bambini).

Né si vede luce all’orizzonte, stante che i proclami sul Board of Peace a trazione trumpiana, che si sta componendo di personaggi vari e variegati, tra cui il catto-satanista Tony Blair, che evidentemente ha forzato il blocco dei Paesi arabi (che non lo volevano a causa del suo ruolo nell’invasione irachena), e forse persino il premier israeliano, invitato a farne parte per sedarne il furore causato dalla cooptazione di Turchia e Qatar, che vede come rivali regionali.

A tale circolo Trump ha invitato un po’ tutti i leader, da Macron a Putin, da Xi Jinping alla Ue fino al Canada, con esiti altalenanti. Qualcuno ha accettato di salire sul carrozzone alla modica cifra di un miliardo di dollari (tale la richiesta), altri no, altri ancora ci stanno riflettendo.

Anche perché non si capisce bene cosa debba fare, al di là di supervisionare gli investimenti per edificare una sorta di…


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WITKOFF VA A MOSCA

Mentre tutti a Davos parlavano della Groenlandia, querelle sulla quale portebbe collassare la Nato, ai margini del Forum si è svolto un incontro molto importante tra l’inviato di Trump Steve Witkoff (a cui va aggiunto lo stolido Jared Kushner) e quello di Putin Kirill Dmitriev. Un colloquio che le parti hanno definito “costruttivo“.

La trattativa s’intraccia con l’interlocuzione tra Witkoff e la delegazione ucraina guidata dal Consigliere per la sicurezza nazionale Rustem Umerov e il capogruppo del partito Servo del popolo David Arakhamia, più flessibili al compromesso rispetto ai loro rigidi predecessori. Colloqui che si sono svolti la scorsa settimana a Miami e sono proseguiti in questi giorni a Davos.
Parimenti flessibile anche l’ex capo dell’intelligence militare e attuale capo dello staff presidenziale Kyrylo Budanov, anche lui a Davos a supervisionare il negoziato, essendo di fatto l’uomo forte del suo Paese.

Incoraggianti le sue dichiarazioni: “Siamo sulla strada verso una soluzione radicale alla guerra. Non posso dire che la pace arriverà domani. Se qualcuno lo dice, non è assolutamente vero. Ma si stanno facendo molti sforzi in questa direzione. Stiamo facendo progressi. C’è un cauto ottimismo”.

Qualcosa si è mosso, tanto che Witkoff ha annunciato che domani incontrerà Putin a Mosca. Incontro confermato dal portavoce del Cremlino…


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🇵🇸🇵🇸🇵🇸 GAZA. L'INFERNO VISTO DA VICINO

Intervista a Roberto Scaini di Médecins Sans Frontières (MSF)

Le macerie che circondano Gaza fanno il paio con le macerie emotive di chi è sopravvissuto all’inferno. A Gaza, oggi, è il tempo delle testimonianze. Roberto Scaini, capo medico di Medici Senza Frontiere, lo sa bene. È nella Striscia da due mesi, per la seconda volta. C’era già stato nel 2024: i suoi occhi avevano visto l’inferno in terra. Da dicembre è tornato, si trova a Gaza City. I suoi occhi forse erano preparati. Le sue orecchie no.

Roberto Scaini
Dopo due anni, le persone con cui lavora hanno bisogno di parlare, di raccontare. Hanno bisogno di testimoni per la loro storia: una storia fatta di morte e di sopravvivenza. A questo, Roberto non era preparato.

Roberto, ci siamo sentiti a maggio 2024. Dopo quasi due anni sei di nuovo a Gaza. Cosa è cambiato?
«È tutto diverso. I bombardamenti non sono finiti, ma non sono paragonabili alla ferocia scellerata che c’era prima del cessate il fuoco. E tuttavia le bombe sono solo un modo più rumoroso di uccidere. Non l’unico. Si muore di freddo. Si muore perché i corpi sono debilitati. E si muore per tutto ciò che, in condizioni di vita normali, sarebbe curabile. Si muore per tutto quello che non c’è più».

Com’è la situazione degli ingressi degli aiuti umanitari?
«Rispetto a prima entrano più aiuti, è vero. Ma non sono sufficienti, per un motivo…


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LA FINE DEL FALSO MONDO BASATO SULLE REGOLE

Il discorso del premier canadese Mark Carney a Davos ha qualcosa di storico. Ne pubblichiamo ampi brani.
Questo è il momento di “una rottura nell’ordine mondiale, della fine di una piacevole finzione e dell’inizio di una dura realtà”, in cui le grandi potenze “non sono sottoposte a nessun limite, a nessuna costrizione”.

“D’altro canto, gli altri Paesi, in particolare le potenze intermedie come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che comprenda i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati. Il potere dei meno potenti inizia con l’onestà” [sic ].

“Sembra che ogni giorno ci venga ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze, che l’ordine basato sulle regole sta svanendo, che i forti possono fare ciò che vogliono e i deboli devono subire ciò che devono. E questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che si riafferma”.

“Di fronte a questa logica, i paesi tendono ad assecondare gli altri […] per evitare problemi, nella speranza che il rispetto delle regole compri la sicurezza. Non lo farà”.

“Quindi, quali sono le nostre opzioni? Nel 1978, il dissidente ceco Václav Havel, in seguito presidente, scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere , in cui poneva una semplice domanda: come si sostiene il sistema comunista? E la sua risposta iniziò con un fruttivendolo”.

“Ogni mattina, questo negoziante espone un cartello in vetrina: ‘Lavoratori di tutto il mondo, unitevi’. Non ci crede, nessuno ci crede, ma espone comunque un cartello per evitare problemi…


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🇵🇸🇵🇸🇵🇸 La sicurezza di Gaza sarà affidata agli squadroni della morte?

Alla cerimonia di apertura del cosiddetto Consiglio per la Pace di Donald Trump a Davos, Jared Kushner ha svelato la “nuova Gaza”: grattacieli, complessi residenziali lussuosi etc. “Non c’erano palestinesi alla cerimonia, né nessuno dello stesso Board of peace. Nella fantasia di Kushner, i palestinesi appaiono in assenza, sepolti sotto le macerie della vera Gaza”. Così Medea Benjamin e Nicolas Davies su Antiwar.

“Ma, esattamente, come possono essere ‘smilitarizzati’ e pacificati i palestinesi per lasciare spazio a questa Riviera del Medio Oriente? L’assassinio del capo della polizia di Khan Younis, ucciso a gennaio a Gaza mentre si trovava in auto, è un indizio agghiacciante. Non si è trattato di un crimine isolato, ma di un segnale inquietante di ciò che si prospetta”.

“Mentre le milizie palestinesi sostenute da Israele si attribuiscono apertamente il merito di diversi omicidi mirati, gli Stati Uniti stanno riproponendo un copione familiare […] sperimentato in Iraq e Afghanistan, dove squadroni della morte, raid notturni e missioni ‘uccidi o cattura’ sono stati cinicamente pubblicizzati come operazioni che avevano l’obiettivo di portare stabilità e pace”.

Gaza sembra “il prossimo laboratorio di questo modello, sotto la bandiera del cosiddetto ‘piano di pace’ di Donald Trump, con conseguenze catastrofiche, come ha…


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🇷🇺🇷🇺🇺🇸🇺🇸🇺🇦🇺🇦 UCRAINA-RUSSIA E USA: IL SUMMIT DI ABU DHABI

Il summit tripartito Ucraina-Russia-Stati Uniti che si sta tenendo ad Abu Dhabi, negli Emirati arabi uniti, è di importanza capitale perché è la prima volta che un negoziato sul conflitto si tiene in tale formato, con Washington decisa a chiudere la partita. Illusorio aspettarsi che ne esca un accordo, ma è altrettanto poco ragionevole non attribuirgli l’importanza del caso.

Trump sta spingendo per un’intesa, e su questo dossier i neocon appaiono più flessibili rispetto ad altre tematiche di politica estera, in particolare sul Medio oriente, sul quale non lasciano all’imperatore nessuna libertà di manovra (il dossier Epstein, leva scelta per ricattarlo, per ora sparito dai radar, può riapparire d’incanto).

Deve chiudere la guerra ucraina prima delle elezioni di Midterm, che si annunciano disastrose per il partito repubblicano. Un esito che, a parte il vulnus al suo prestigio personale, renderà a Trump più difficile chiuderla successivamente, che poi è il motivo per cui il partito della guerra globale sta facendo di tutto per dilazionare i tempi.

Lo stralunato show di Davos, nel quale l’imperatore ha bullizzato mezzo mondo, peraltro quello che in teoria va sotto la dizione “alleati”, ha avuto l’esito di impedire che l’Europa lo pressasse nuovamente sull’Ucraina.

Battendo il martello sull’incudine Groenlandia, sulla quale voleva l’accordo che sembra ormai fatto e che…


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🇺🇸🇺🇸🇬🇱🇬🇱 GROENLANDIA. TRUMP HA INFRANTO L'ILLUSIONE DEL GIARDINO EUROPEO

L’assertività di Trump sulla Groenlandia ha colto di sorpresa i leader europei.  Se fosse un effetto voluto o se “il presidente volesse semplicemente impossessarsi dell’isola, poco importa: l’impatto oggettivo più importante della controversia sulla Groenlandia è quello che avrà […] sulla cosiddetta ‘Alleanza Atlantica’ e sulla guerra ucraina”. Così l’economista Philip Pilkington su The Amerian Conservative.

Anzitutto, Pilkington  affronta la “questione morale-giuridica” della vicenda dove, al di là dello scompiglio nefasto causato ai danesi, rileva “l’ipocrisia” dei leader europei: “Si comportano come se un’azione unilaterale degli Stati Uniti contro un territorio che non gli appartiene fosse una sfida al Mandato Celeste. Eppure, solo pochi giorni fa, questi stessi leader applaudivano la cosiddetta ‘azione di polizia’” in Venezuela.

“Ricordiamo, poi, che quando il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha chiamato Trump ‘papà’ – offrendo al mondo uno spaccato della sordida relazione che si è sviluppata tra gli Stati Uniti e i suoi masochisti vassalli europei – si riferiva agli attacchi dell’amministrazione Trump contro gli impianti nucleari iraniani”.

“Tralasciando il giudizio sulle azioni in Venezuela e Iran, il punto è che gli europei sono perfettamente d’accordo con gli interventi militari in altri paesi, purché siano al di fuori della sacra alleanza. Viene in mente il commento del vicepresidente della Commissione europea Josep Borrell del 2022, secondo il quale il mondo al di fuori del ‘giardino’ europeo è una ‘giungla’ – e quindi, se ne deduce, si applicano le leggi della giungla”.

“Questo non è solo un aspetto dell’attuale ondata di razzismo neocoloniale […] dei leader europei – una squallida piccola fantasia che vivono indirettamente attraverso gli interventi di ‘papà’ nei loro vecchi territori. I leader europei si preoccupano altrettanto poco delle popolazioni dell’Europa...


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