« I Romani, che pure riconducevano il nome di Saturno a un poco coerente (almeno dal punto di vista exoterico) satus (semina), appaiono come il popolo saturnino per eccellenza. Il solito Varrone riporta che laddove ora sorge Roma prima era il Septimontium, così chiamato dal numero dei colli in seguito racchiusi entro le mura cittadine. Ebbene, tra essi è il Capitolino, il cui nome deriva da caput = “testa”, poiché la tradizione afferma che nel gettare le fondamenta del tempio di Giove fosse stata rinvenuta una testa, elemento che ci riconduce all’idea del luogo alto e dell’elevazione in generale, che sta anche alla radice del nome Kronos. Il colle capitolino, infatti, un tempo era noto come colle di Saturno e per estensione tutta l’area circostante era nota come terra saturnia. Lo stesso colle pare ospitasse una città di Saturno. Il Saturno dei Romani era certamente un dio della “giusta misura”: nel suo tempio, posto in epoca storica ai piedi del Capitolino, era presente una bilancia per la pesatura, che Varrone ricollega all’uso del diritto romano arcaico di effettuare i pagamenti pesando la moneta (aes rude) su una bilancia. Con la fine dell’Età dell’Oro, che coincide con lo spostamento del coluro equinoziale fuori dalla linea visibile della Via Lattea, è come se Kronos-Saturno si “oscurasse”, “tramontasse”, identificandosi in certo modo con il sole meridiano, un “sole nero”. La tradizione latina parla di un Saturno che improvvisamente “svanisce dalla terra” (Macrobio, Saturnalia, I, 7) e degli ultimi di quelli che furono “della razza del re Saturno”, dediti al lavoro nei campi, ancora fedeli agli antichi costumi (Varrone, De re rustica, III, 5). La tradizione ellenica parla invece di un esilio di Kronos, che il figlio Zeus “intartarò” (κατεταρτάρωσεν dice fr. 58 Kern). Omero (Iliade, VIII, 14) indica il Tartaro come il luogo “ove profondissimo un baratro s’apre”. Il termine usato è βέρεθρον. Esiodo, in Teogonia, 726 - 727, usa invece il termine δειρή, che A. Ballabriga traduce con “gorgo”. Secondo l’Autore, il termine impiegato da Esiodo, designerebbe, letteralmente, il “collo”, ovvero la “bocca stretta, la gola di una specie di giara di bronzo”. Sembra quindi che il Tartaro, al pari del Caos che lo circonda, sia un luogo di raccolta di fluidi versati dall’alto. Prosegue l’Autore: “Poseidone, il signore delle profondità sotterranee, ha posto in questo luogo di prigionia delle porte di bronzo, mentre un muro vi corre intorno da tutte le parti” (si riferisce a Teogonia, 732 - 733). Non può non venire subito alla mente l’immagine della clessidra, con il suo collo strozzato, e il cui geroglifico è peraltro la X di Chronos. »
- Andrea Casella, "La Macchina del Tempo. Saggio sulla Cosmoteologia Arcaica", Axis Mundi Edizioni 2023, cap. X
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"I must create a system or be enslaved by another man's; I will not reason and compare, my business is to create" – William Blake
Art: Akira
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Estratto della diretta live |LA MACCHINA DEL TEMPO e la cosmoteologia arcaica, con ANDREA CASELLA|
Informazioni preziose da parte di Andrea sul culto di Soranus e sul legame tra apollo ctonio e sirio!
Informazioni preziose da parte di Andrea sul culto di Soranus e sul legame tra apollo ctonio e sirio!
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«Kronos è il vero signore del tempo arcaico, del tempo che non conosce ancora il concetto di eternità, ma, in forma di serpente che si morde la coda, si rivolge su se stesso, stabilendo in se stesso l’origine e la fine, secondo la massima eraclitea: “Comune è l’inizio e la fine del cerchio”. In modo del tutto analogo (poiché, in definitiva, il cerchio non è altro che il cielo/tempo) la dottrina orfica attribuisce spesso a Kronos l’epiteto “dai consigli tortuosi” (o “dal pensiero ricurvo”) in greco αγκυλομήτης, motivandolo con il fatto che egli si rivolge sempre su se stesso, o guarda se stesso (κορόνους), e facendone addirittura il signore della stirpe d’argento, la prima che conobbe il tempo come grandezza misurabile, e quella che più di tutte fu dedita all’introspezione intellettuale. L’epiteto κορόνους, “che guarda se stesso”, riferito a Kronos, è un hapax legomenon, non avendo altri riscontri nella letteratura greca; sembra però un ricalco dell’aggettivo κορωνός, “curvo”, “ricurvo”. Dato interessante è la stretta relazione che si stabilisce tra questi epiteti di Kronos (assai simili al suo nome, come evidente) con un animale, assunto dal mito a suo compagno, il quale, sulle prime, non desta alcun tipo di attenzione: il corvo. Ebbene, in greco il corvo è κορώνη, sostantivo che, tuttavia, ha anche il significato di “oggetto ricurvo”, “anello”, evocante, insomma, qualcosa che ritorna su se stesso, e perciò della stessa natura di Kronos/korònous ecc... Coerentemente, anche il latino Saturnus prevedeva come suo associato il corvo. Da sottolineare che il corvo era utilizzato dagli àuguri durante i vaticini e, secondo Plutarco, anche ad Apollo era sacro il corvo (si aggiunga, en passant, che costoro, per trarre i loro auspici, si volgevano con la faccia a sud, che era la parte “anteriore”). Il simbolo (significante) rimanda sempre ad altro (significato), cui è legato (l’etimologia di “simbolo” è esattamente syn-bàllein = legare/unire). Nell’iconografia arcaica gli animali non sono mai meri esseri viventi, ornamenti tracciati con intento artistico (e quindi fittizio), ma contengono una natura superiore, o, come ottimamente si esprime G. Ferrero, decifrando una misura temporale da alcune pitture vascolari greco-arcaiche: “Il bestiario mitologico non descrive la realtà degli animali, non appartiene alla descrizione della fauna in zone terrestri, ma è da riferirsi a un paesaggio che è quello cosmico-simbolico”.
Che Kronos sia il tempo non è più questione. Che egli sia anche Apollo, tuttavia, non deve stupire, essendo quest’ultimo anche il dio degli oracoli per eccellenza: a lui erano infatti dedicati, oltre a quello celeberrimo di Delfi (il cui betilo era costituito proprio dalla famosa pietra vomitata da Kronos), anche quelli di Grinio, di Claro e di Ptoio, che si esprimeva, addirittura, in un idioma preellenico. Il “Conosci te stesso”, scolpito sul tempio di Delfi, ma attribuito ai Sette Sapienti, si pone così in rapporto di analogia con la natura di Kronos κορόνους, riaffiorante anche nella definizione ebraica koach ha-machashevet, “la potenza del pensiero”, riferita a Shabbetay Saturno, ed implicante, secondo ibn ‘Ezra, il potere di predire il futuro.
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Che Kronos sia il tempo non è più questione. Che egli sia anche Apollo, tuttavia, non deve stupire, essendo quest’ultimo anche il dio degli oracoli per eccellenza: a lui erano infatti dedicati, oltre a quello celeberrimo di Delfi (il cui betilo era costituito proprio dalla famosa pietra vomitata da Kronos), anche quelli di Grinio, di Claro e di Ptoio, che si esprimeva, addirittura, in un idioma preellenico. Il “Conosci te stesso”, scolpito sul tempio di Delfi, ma attribuito ai Sette Sapienti, si pone così in rapporto di analogia con la natura di Kronos κορόνους, riaffiorante anche nella definizione ebraica koach ha-machashevet, “la potenza del pensiero”, riferita a Shabbetay Saturno, ed implicante, secondo ibn ‘Ezra, il potere di predire il futuro.
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Questo conoscere o guardare sé stessi, che l’orfismo attribuisce alla stirpe che per prima conobbe il tempo (Kronos), equivale, in definitiva, a ricordare. Conoscere sé stessi, in realtà, è un ricordare, come da ultimo anche Platone rivela nella propria gnoseologia psichica (strettamente collegata alla dottrina orfica, come è chiaro). Ma l’atto del ricordare del re-cordare (raccordare) più stati personali a sé stessi appartenenti è munito di senso e significato solo nella misura in cui si sia iscritti, ancora, entro un tempo circolare, grazie al quale ciò che si è stati, in un certo qual modo, si dovrà essere. Plutarco, trattando la controversa questione dell’obsolescenza degli oracoli, in pieno II secolo, fa della memoria un necessario correlativo della divinazione, in quanto termini estremi della facoltà dell’anima. In tale contesto, la memoria è deputata a far rivivere sul piano ideale (e per questo iperreale) ciò che non è più, analogamente a come, vaticinando, si rende presente ciò che non è ancora, raccordando così nella trascendenza dell’eterno essere il passato e il futuro.»
- Andrea Casella, "La Macchina del Tempo. Saggio sulla Cosmoteologia Arcaica", AXIS mundi Edizioni 2023, cap. XI
Questo conoscere o guardare sé stessi, che l’orfismo attribuisce alla stirpe che per prima conobbe il tempo (Kronos), equivale, in definitiva, a ricordare. Conoscere sé stessi, in realtà, è un ricordare, come da ultimo anche Platone rivela nella propria gnoseologia psichica (strettamente collegata alla dottrina orfica, come è chiaro). Ma l’atto del ricordare del re-cordare (raccordare) più stati personali a sé stessi appartenenti è munito di senso e significato solo nella misura in cui si sia iscritti, ancora, entro un tempo circolare, grazie al quale ciò che si è stati, in un certo qual modo, si dovrà essere. Plutarco, trattando la controversa questione dell’obsolescenza degli oracoli, in pieno II secolo, fa della memoria un necessario correlativo della divinazione, in quanto termini estremi della facoltà dell’anima. In tale contesto, la memoria è deputata a far rivivere sul piano ideale (e per questo iperreale) ciò che non è più, analogamente a come, vaticinando, si rende presente ciò che non è ancora, raccordando così nella trascendenza dell’eterno essere il passato e il futuro.»
- Andrea Casella, "La Macchina del Tempo. Saggio sulla Cosmoteologia Arcaica", AXIS mundi Edizioni 2023, cap. XI
∴ Sogni nel deserto del tempo ∴
»n2 Questo conoscere o guardare sé stessi, che l’orfismo attribuisce alla stirpe che per prima conobbe il tempo (Kronos), equivale, in definitiva, a ricordare. Conoscere sé stessi, in realtà, è un ricordare, come da ultimo anche Platone rivela nella propria…
Saturn / Kronos
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