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"Conosci te stesso" - Oracolo di Delfi.
“Il dubbio è l'inizio della conoscenza.” - Cartesio.
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Akira, la rinascita cosmica.
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Estratto della diretta live |LA MACCHINA DEL TEMPO e la cosmoteologia arcaica, con ANDREA CASELLA|

Informazioni preziose da parte di Andrea sul culto di Soranus e sul legame tra apollo ctonio e sirio!
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«Kronos è il vero signore del tempo arcaico, del tempo che non conosce ancora il concetto di eternità, ma, in forma di serpente che si morde la coda, si rivolge su se stesso, stabilendo in se stesso l’origine e la fine, secondo la massima eraclitea: “Comune è l’inizio e la fine del cerchio”. In modo del tutto analogo (poiché, in definitiva, il cerchio non è altro che il cielo/tempo) la dottrina orfica attribuisce spesso a Kronos l’epiteto “dai consigli tortuosi” (o “dal pensiero ricurvo”) in greco αγκυλομήτης, motivandolo con il fatto che egli si rivolge sempre su se stesso, o guarda se stesso (κορόνους), e facendone addirittura il signore della stirpe d’argento, la prima che conobbe il tempo come grandezza misurabile, e quella che più di tutte fu dedita all’introspezione intellettuale. L’epiteto κορόνους, “che guarda se stesso”, riferito a Kronos, è un hapax legomenon, non avendo altri riscontri nella letteratura greca; sembra però un ricalco dell’aggettivo κορωνός, “curvo”, “ricurvo”. Dato interessante è la stretta relazione che si stabilisce tra questi epiteti di Kronos (assai simili al suo nome, come evidente) con un animale, assunto dal mito a suo compagno, il quale, sulle prime, non desta alcun tipo di attenzione: il corvo. Ebbene, in greco il corvo è κορώνη, sostantivo che, tuttavia, ha anche il significato di “oggetto ricurvo”, “anello”, evocante, insomma, qualcosa che ritorna su se stesso, e perciò della stessa natura di Kronos/korònous ecc... Coerentemente, anche il latino Saturnus prevedeva come suo associato il corvo. Da sottolineare che il corvo era utilizzato dagli àuguri durante i vaticini e, secondo Plutarco, anche ad Apollo era sacro il corvo (si aggiunga, en passant, che costoro, per trarre i loro auspici, si volgevano con la faccia a sud, che era la parte “anteriore”). Il simbolo (significante) rimanda sempre ad altro (significato), cui è legato (l’etimologia di “simbolo” è esattamente syn-bàllein = legare/unire). Nell’iconografia arcaica gli animali non sono mai meri esseri viventi, ornamenti tracciati con intento artistico (e quindi fittizio), ma contengono una natura superiore, o, come ottimamente si esprime G. Ferrero, decifrando una misura temporale da alcune pitture vascolari greco-arcaiche: “Il bestiario mitologico non descrive la realtà degli animali, non appartiene alla descrizione della fauna in zone terrestri, ma è da riferirsi a un paesaggio che è quello cosmico-simbolico”.
Che Kronos sia il tempo non è più questione. Che egli sia anche Apollo, tuttavia, non deve stupire, essendo quest’ultimo anche il dio degli oracoli per eccellenza: a lui erano infatti dedicati, oltre a quello celeberrimo di Delfi (il cui betilo era costituito proprio dalla famosa pietra vomitata da Kronos), anche quelli di Grinio, di Claro e di Ptoio, che si esprimeva, addirittura, in un idioma preellenico. Il “Conosci te stesso”, scolpito sul tempio di Delfi, ma attribuito ai Sette Sapienti, si pone così in rapporto di analogia con la natura di Kronos κορόνους, riaffiorante anche nella definizione ebraica koach ha-machashevet, “la potenza del pensiero”, riferita a Shabbetay Saturno, ed implicante, secondo ibn ‘Ezra, il potere di predire il futuro.

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Questo conoscere o guardare sé stessi, che l’orfismo attribuisce alla stirpe che per prima conobbe il tempo (Kronos), equivale, in definitiva, a ricordare. Conoscere sé stessi, in realtà, è un ricordare, come da ultimo anche Platone rivela nella propria gnoseologia psichica (strettamente collegata alla dottrina orfica, come è chiaro). Ma l’atto del ricordare del re-cordare (raccordare) più stati personali a sé stessi appartenenti è munito di senso e significato solo nella misura in cui si sia iscritti, ancora, entro un tempo circolare, grazie al quale ciò che si è stati, in un certo qual modo, si dovrà essere. Plutarco, trattando la controversa questione dell’obsolescenza degli oracoli, in pieno II secolo, fa della memoria un necessario correlativo della divinazione, in quanto termini estremi della facoltà dell’anima. In tale contesto, la memoria è deputata a far rivivere sul piano ideale (e per questo iperreale) ciò che non è più, analogamente a come, vaticinando, si rende presente ciò che non è ancora, raccordando così nella trascendenza dell’eterno essere il passato e il futuro.»
- Andrea Casella, "La Macchina del Tempo. Saggio sulla Cosmoteologia Arcaica", AXIS mundi Edizioni 2023, cap. XI
Forwarded from 🌞Sacer Ignis🔥 (🌞LumbrA🌚)
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Lightning colliding with a volcanic eruption over Chile.
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Affresco di Ade ("Aita", a destra) e Persefone ("Φersipnei", al centro) che guidano una processione. Tomba di Orco II, Tarquinia, Italia.
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Copertina album Temple Of Noise (AKTYUM)
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Forwarded from brainsink
Jerzy Jędrysiak
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https://youtu.be/tTMZuBM6hRI

One Consciousness · E-Clip
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«La pietra è inscindibile da Saturno, come testimonia anche il betilo di Delfi, costituito dalla pietra ingurgitata e poi vomitata da Kronos. Si dice che anche la pietra nera della Ka’ba, custodita da Hobal, nell’Arabia preislamica, avesse la stessa funzione. Normalmente Hobal viene accostato a Saturno, tanto più che l’idolo del dio era in tempi preislamici posto sulla bocca di un pozzo, ora prosciugato, detto al-Akhsaf, a destra dell’ingresso del santuario.
Il fatto che nel Corano compaiano esplicite condanne del politeismo e, in particolare, della triade femminile delle popolazioni del Hijaz, e manchi invece qualsiasi riferimento al Signore della Ka’ba, ha fatto ipotizzare a Wellhausen (1887) che Hubal e Allah costituissero una medesima divinità e non è mancato chi ha suggerito che il nome della divinità meccana potesse rappresentare
l’arabizzazione del dio arameo Ba’l.
Da notare che Hobal era raffigurato come un vecchio con arco e sette frecce, dalle virtù oracolari, al pari di Apollo a Delfi e di Shani in India. Ibn Abi Najih riferisce che ai tempi del restauro dei Quraysh, sopra il pozzo di al-Akhsaf vi era un serpente che faceva la guardia agli oggetti di valore che vi venivano gettati in offerta alla Ka’ba. Questo serpente aveva la particolarità di essere bicolore, bianco e nero, e di avere “la testa simile a quella di un capretto”. La testa caprina di questo serpente (un travestimento mitico di Hobal, evidentemente) rimanda al dio-capra Enki-Ea, “Signore della Profondità Acquea”, mentre il corpo anguiforme e il suo bicromismo ne rivelano una certa qual duplicità saturnina che ne risalta le caratteristiche “tifoniche”.
Ma c’è dell’altro, poiché il racconto prosegue con la cattura del serpente da parte di un’aquila, che lo afferra per la testa e lo trasporta via. Si ha qui la riproposizione di un’immagine tradizionale (così come lo è quella del “drago” a guardia di un tesoro): quella dell’aquila e del serpente, diffusa dal Mesoamerica all’Europa, dove si può rinvenire perfino su un capitello del XII secolo della cattedrale di Saint Benoît-sur-Loire e sulle monete del popolo dei Carnuti. Tale immagine è un asterismo preciso: la costellazione dell’Aquila che, posta al di sopra dello Scorpione (il cui surrogato è il Serpente dell’Ofiuco), sembra tenerlo fra gli artigli. Il Serpente dell’Ofiuco è un classico sostituto dello Scorpione nella regione australe che rappresenta l’ingresso dell’Ade nel centro galattico. Si tratta di Saturno (di cui lo Scorpione è esaltazione, considerando la Bilancia come le sue Chele) nel suo aspetto terrifico. Non dimentichiamo, peraltro, che il Serpente è il corrispondente eclittico del Drago polare.
Tornando a Hobal, a detta di al-Biruni l’idolo presente sul pozzo aveva la funzione di “impedire all’acqua di salire”; finalità, quindi, del tutto identica a quella rivestita dallo Eben Shetiyyah di Yahweh, a Gerusalemme. Ezechiele, durante una visione, vede le acque di un fiume scorrere sotto la soglia della Casa di Dio. Classica è, del resto, la tradizione (riportata da al-Azraqi) per cui la Ka’ba sarebbe un frammento di materiale solidificato (una certa quantità di spuma) galleggiante sulle acque primigenie. Le sue fondamenta, esattamente come quelle del Tempio di Gerusalemme o quelle del tempio di Ninurta a Kalhu (Nimrud), affonderebbero nelle più riposte profondità, fino al “livello delle acque”. In alcuni testi sumerici si dice che anche l’eccelsa casa di Enki è costruita sull’Abisso. Sempre secondo al-Azraqi, la Ka’ba sarebbe fondata “nella settima terra, la più bassa”.
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A completamento di questo quadro-topos, per cui alcune pietre sono usate come chiavistello per arrestare lo sgorgare incontrollato delle acque abissali, pare opportuno segnalare gli strani nomi e le funzioni attribuiti ad alcuni menhir del nord della Francia. Nel suo I giganti e il mistero delle origini, Louis Charpentier segnala, presso Mont Saint-Michel, un menhir che i locali denominano Pierre Bonde, “Pietra-Tappo”, “e di esso si dice che ‘tappi l’entrata dell’abisso’. Togliendolo, le acque dell’abisso allagherebbero i terreni”; un altro è chiamato La Clé, “La Chiave”, “in grado, sembra, di girare su se stesso; ma girandolo si aprirebbe un varco alle acque”; inoltre, “a Saint-Samson, vicino a Rance, il menhir di La Thiemblaye è uno dei tre tappi dell’inferno (lì si trova una delle tre chiavi del mare, perché le altre due sono andate perdute o sono finite nelle mani di una strega). Girando la pietra il mare fuoriuscirebbe ribollendo, e sarebbe il diluvio”. Perfino certi dolmen della zona del Caucaso, costruiti come scrigni la cui serratura è riempita da una chiave a forma di tappo, ripropongono queste immagini»
- Andrea Casella, "La Macchina del Tempo. Saggio sulla Cosmoteologia Arcaica", Axis Mundi Edizioni 2023, cap. XIII
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By Gazingoutwards on IG

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