Straniero è ciò che proviene da altro luogo e non appartiene a questo qui. A coloro che sono di qui appare strano, non familiare e incomprensibile; ma il loro mondo dal canto suo è altrettanto incomprensibile allo straniero che viene ad abitarvi e simile ad una terra straniera dove si trova lontano da casa. Soffre perciò il destino dello straniero che è solitario, senza protezione, incompreso e incapace a comprendere, in una situazione piena di pericoli. Angoscia e nostalgia della patria sono parte del destino dello straniero. Egli che non conosce le strade del nuovo paese girovaga sperduto; se impara a conoscerle troppo bene, dimentica di essere uno straniero e si perde in un senso diverso, soccombendo all’attrattiva del mondo straniero e diventando estraneo alla sua propria origine. Diviene così un «figlio della casa», ed anche ciò fa parte del fato del forestiero. Nell’alienazione da se stesso l’angoscia è sparita, ma questo stesso fatto è il culmine della tragedia dello straniero. La reminiscenza della sua origine, il riconoscimento del suo posto di esilio per quello che è, è il primo passo indietro; il risveglio del desiderio della patria è l’inizio del ritorno. Tutto ciò appartiene al lato di «sofferenza» dell’estraneità; tuttavia in relazione alla sua origine è allo stesso tempo un segno di eccellenza, una fonte di potere e di vita segreta, sconosciuta all’ambiente circostante, e in ultima analisi impermeabile per esso, perché è incomprensibile alle creature di questo mondo. In questa superiorità dello straniero, che lo distingue anche quaggiù, sebbene segretamente, sta la sua gloria manifesta nel regno nativo, che è al di fuori di questo mondo. In tale situazione lo straniero è il remoto, l’inaccessibile, e la sua singolarità significa maestà. Perciò lo straniero preso assolutamente è il totalmente trascendente, l’«al di là», e un attributo eminente di Dio.
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La pietra luciferina.
In queste leggende, liberate che siano dai rivestimenti di ordi ne religioso in senso stretto, appare di nuovo la connessione del Graal quale pietra celeste con un retaggio e un potere misterioso connesso con lo « stato primordiale » e, in un certo modo, conservatosi nel periodo dell'« esilio ». Il riferimento a Lucifero, in sé stesso, di là dal quadro a carattere cristiano e teistico, può essere presentato come una variante del tema di un tentativo, abortito o deviato, di riconquista « eroica » di tale stato. Quanto al tema della schiera degli angeli discesi dal cielo col Graal, esso richiama quello della razza stessa dei Tuatha dé Danann, anch'essa considerata come di « esseri divini », venuta in Irlanda dal cielo, portando anch'essa una pietra sovrannaturale - la pietra dei re legittimi - е altresí oggetti che, come si è notato, corrispondono esattamente a quelli del ciclo del Graal: una spada, una lancia, un recipiente che dà inesauribilmente ad ognuno il suo alimento. In pari tempo la patria dei Tuatha - lo sappiamo - è quell'Avallon che, secondo una tradizione già segnalata, è anche la sede dei libri del Graal e che, in ogni caso, si è spesso confuso, per via di oscure associazioni, col luogo dove si manifestò eminentemente il Graal.
In queste leggende, liberate che siano dai rivestimenti di ordi ne religioso in senso stretto, appare di nuovo la connessione del Graal quale pietra celeste con un retaggio e un potere misterioso connesso con lo « stato primordiale » e, in un certo modo, conservatosi nel periodo dell'« esilio ». Il riferimento a Lucifero, in sé stesso, di là dal quadro a carattere cristiano e teistico, può essere presentato come una variante del tema di un tentativo, abortito o deviato, di riconquista « eroica » di tale stato. Quanto al tema della schiera degli angeli discesi dal cielo col Graal, esso richiama quello della razza stessa dei Tuatha dé Danann, anch'essa considerata come di « esseri divini », venuta in Irlanda dal cielo, portando anch'essa una pietra sovrannaturale - la pietra dei re legittimi - е altresí oggetti che, come si è notato, corrispondono esattamente a quelli del ciclo del Graal: una spada, una lancia, un recipiente che dà inesauribilmente ad ognuno il suo alimento. In pari tempo la patria dei Tuatha - lo sappiamo - è quell'Avallon che, secondo una tradizione già segnalata, è anche la sede dei libri del Graal e che, in ogni caso, si è spesso confuso, per via di oscure associazioni, col luogo dove si manifestò eminentemente il Graal.
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<< Il nome di Mímir (o Mímr o Mími) — etimologicamente connesso al termine latino memor e al radicale sanscrito SMAR, da cui smarti, “memoria” — si può tradurre letteralmente come “[colui che] ricorda”, “[colui che] ha memoria”, e quindi conseguentemente “[colui che] sa”, “[colui che] conosce”. Nondimeno, oltre a essere il “memore”, Mímir è anche “colui che fa ricordare”, conferendo egli il ricordo, ovvero la sapienza delle origini, a coloro che sono disposti a sacrificare una parte di sé in cambio di un sorso alla fonte Mímisbrunnr di cui è il guardiano: quindi, «il dono di Mímir dà saggezza e potenza ma può ottenersi solo tramite il sacrificio di se stessi», così come ha fatto nel mito di riferimento — e pure in quello dell’appensione al tronco dell’Yggdrasill — lo stesso Óðinn.
Il topos della fonte primordiale che conferisce il ricordo della preter-esistenza si ritrova quasi identico tra i Greci, soprattutto tra gli Orfici, che parlavano della “Fonte di Mnemosyne” — e cioè, di nuovo, della memoria, di proprietà della dea omonima — che, opposta dicotomicamente a quella di Lethe (cioè, dell’oblio, della dimenticanza), era ritenuta capace di dare a chi ne avesse bevuto la liberazione dalla ruota delle esistenze terrene e delle reincarnazioni. […] In altri termini, chi beve l’acqua dell’oblio che sgorga dalla fonte di Lethe dimentica la propria origine divina preter-temporale e, conseguentemente, ritorna continuamente nelle ronde del ciclo samsarico di morte e nascita. Al contrario, chi attinge dalle fredde, limpide e pure acque dea fonte di Mnemosyne «propizia e si dischiude la via del mondo degli dèi dal quale l’anima discende e del quale essa ha ottenuto il ricordo in vita mediante l’iniziazione».
Analogamente a Mímir nel mito nordico, Mnemosyne si presenta come la potenza divina che assicura all’iniziato «la perennità di quel vitale sapere che l’ha affrancato dall’iterarsi di nascita e morte, dal destino comune agli altri mortali». Tramite questa operazione trascendente l’anima è ora libera di ascendere ai mondi superiori poiché ha ottenuto l’anamnēsis, vale a dire la “reminiscenza” o, letteralmente, “la non-dimenticanza”, o ancora più correttamente “l’annientamento della dimenticanza”, dal momento che quest’ultima si ritiene comune a ogni mortale almeno fino al momento in cui, grazie all’esperienza mistica del “ricordo preter-temporale”, egli se ne disfa alla stregua di una veste non più necessaria; dottrina che venne adottata, qualche secolo dopo gli Orfici, dalle sette gnostiche disseminate in tutto il Vicino e il Medio Oriente. Come nota Polia, l’iniziazione provoca l’anamnēsis e quindi «libera […] dalla falsa identificazione dell’anima coi corpi» — e, aggiungiamo noi, con la persona, vale a dire, secondo la rigorosa etimologia latina del termine, con la maschera — ragion per cui «dopo la morte, questa non volgerà il suo desiderio a sperimentare di nuovo la vita sulla terra ma ricorderà d’essere progenie divina».
Così, «la “cecità” del vate corrisponde alla valenza positiva di Lēthē come oblio delle limitazioni e delle contingenze dell’umano sentire in vista del manifestarsi dell’a-lētheia, della “verità” come non-oblio, come possesso della memoria divina». >>
— Marco Maculotti, “Miti Nordici. Dèi e tradizioni dell’Europa settentrionale”, Diarkos 2023
Il topos della fonte primordiale che conferisce il ricordo della preter-esistenza si ritrova quasi identico tra i Greci, soprattutto tra gli Orfici, che parlavano della “Fonte di Mnemosyne” — e cioè, di nuovo, della memoria, di proprietà della dea omonima — che, opposta dicotomicamente a quella di Lethe (cioè, dell’oblio, della dimenticanza), era ritenuta capace di dare a chi ne avesse bevuto la liberazione dalla ruota delle esistenze terrene e delle reincarnazioni. […] In altri termini, chi beve l’acqua dell’oblio che sgorga dalla fonte di Lethe dimentica la propria origine divina preter-temporale e, conseguentemente, ritorna continuamente nelle ronde del ciclo samsarico di morte e nascita. Al contrario, chi attinge dalle fredde, limpide e pure acque dea fonte di Mnemosyne «propizia e si dischiude la via del mondo degli dèi dal quale l’anima discende e del quale essa ha ottenuto il ricordo in vita mediante l’iniziazione».
Analogamente a Mímir nel mito nordico, Mnemosyne si presenta come la potenza divina che assicura all’iniziato «la perennità di quel vitale sapere che l’ha affrancato dall’iterarsi di nascita e morte, dal destino comune agli altri mortali». Tramite questa operazione trascendente l’anima è ora libera di ascendere ai mondi superiori poiché ha ottenuto l’anamnēsis, vale a dire la “reminiscenza” o, letteralmente, “la non-dimenticanza”, o ancora più correttamente “l’annientamento della dimenticanza”, dal momento che quest’ultima si ritiene comune a ogni mortale almeno fino al momento in cui, grazie all’esperienza mistica del “ricordo preter-temporale”, egli se ne disfa alla stregua di una veste non più necessaria; dottrina che venne adottata, qualche secolo dopo gli Orfici, dalle sette gnostiche disseminate in tutto il Vicino e il Medio Oriente. Come nota Polia, l’iniziazione provoca l’anamnēsis e quindi «libera […] dalla falsa identificazione dell’anima coi corpi» — e, aggiungiamo noi, con la persona, vale a dire, secondo la rigorosa etimologia latina del termine, con la maschera — ragion per cui «dopo la morte, questa non volgerà il suo desiderio a sperimentare di nuovo la vita sulla terra ma ricorderà d’essere progenie divina».
Così, «la “cecità” del vate corrisponde alla valenza positiva di Lēthē come oblio delle limitazioni e delle contingenze dell’umano sentire in vista del manifestarsi dell’a-lētheia, della “verità” come non-oblio, come possesso della memoria divina». >>
— Marco Maculotti, “Miti Nordici. Dèi e tradizioni dell’Europa settentrionale”, Diarkos 2023
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