<< Il nome di Mímir (o Mímr o Mími) — etimologicamente connesso al termine latino memor e al radicale sanscrito SMAR, da cui smarti, “memoria” — si può tradurre letteralmente come “[colui che] ricorda”, “[colui che] ha memoria”, e quindi conseguentemente “[colui che] sa”, “[colui che] conosce”. Nondimeno, oltre a essere il “memore”, Mímir è anche “colui che fa ricordare”, conferendo egli il ricordo, ovvero la sapienza delle origini, a coloro che sono disposti a sacrificare una parte di sé in cambio di un sorso alla fonte Mímisbrunnr di cui è il guardiano: quindi, «il dono di Mímir dà saggezza e potenza ma può ottenersi solo tramite il sacrificio di se stessi», così come ha fatto nel mito di riferimento — e pure in quello dell’appensione al tronco dell’Yggdrasill — lo stesso Óðinn.
Il topos della fonte primordiale che conferisce il ricordo della preter-esistenza si ritrova quasi identico tra i Greci, soprattutto tra gli Orfici, che parlavano della “Fonte di Mnemosyne” — e cioè, di nuovo, della memoria, di proprietà della dea omonima — che, opposta dicotomicamente a quella di Lethe (cioè, dell’oblio, della dimenticanza), era ritenuta capace di dare a chi ne avesse bevuto la liberazione dalla ruota delle esistenze terrene e delle reincarnazioni. […] In altri termini, chi beve l’acqua dell’oblio che sgorga dalla fonte di Lethe dimentica la propria origine divina preter-temporale e, conseguentemente, ritorna continuamente nelle ronde del ciclo samsarico di morte e nascita. Al contrario, chi attinge dalle fredde, limpide e pure acque dea fonte di Mnemosyne «propizia e si dischiude la via del mondo degli dèi dal quale l’anima discende e del quale essa ha ottenuto il ricordo in vita mediante l’iniziazione».
Analogamente a Mímir nel mito nordico, Mnemosyne si presenta come la potenza divina che assicura all’iniziato «la perennità di quel vitale sapere che l’ha affrancato dall’iterarsi di nascita e morte, dal destino comune agli altri mortali». Tramite questa operazione trascendente l’anima è ora libera di ascendere ai mondi superiori poiché ha ottenuto l’anamnēsis, vale a dire la “reminiscenza” o, letteralmente, “la non-dimenticanza”, o ancora più correttamente “l’annientamento della dimenticanza”, dal momento che quest’ultima si ritiene comune a ogni mortale almeno fino al momento in cui, grazie all’esperienza mistica del “ricordo preter-temporale”, egli se ne disfa alla stregua di una veste non più necessaria; dottrina che venne adottata, qualche secolo dopo gli Orfici, dalle sette gnostiche disseminate in tutto il Vicino e il Medio Oriente. Come nota Polia, l’iniziazione provoca l’anamnēsis e quindi «libera […] dalla falsa identificazione dell’anima coi corpi» — e, aggiungiamo noi, con la persona, vale a dire, secondo la rigorosa etimologia latina del termine, con la maschera — ragion per cui «dopo la morte, questa non volgerà il suo desiderio a sperimentare di nuovo la vita sulla terra ma ricorderà d’essere progenie divina».
Così, «la “cecità” del vate corrisponde alla valenza positiva di Lēthē come oblio delle limitazioni e delle contingenze dell’umano sentire in vista del manifestarsi dell’a-lētheia, della “verità” come non-oblio, come possesso della memoria divina». >>
— Marco Maculotti, “Miti Nordici. Dèi e tradizioni dell’Europa settentrionale”, Diarkos 2023
Il topos della fonte primordiale che conferisce il ricordo della preter-esistenza si ritrova quasi identico tra i Greci, soprattutto tra gli Orfici, che parlavano della “Fonte di Mnemosyne” — e cioè, di nuovo, della memoria, di proprietà della dea omonima — che, opposta dicotomicamente a quella di Lethe (cioè, dell’oblio, della dimenticanza), era ritenuta capace di dare a chi ne avesse bevuto la liberazione dalla ruota delle esistenze terrene e delle reincarnazioni. […] In altri termini, chi beve l’acqua dell’oblio che sgorga dalla fonte di Lethe dimentica la propria origine divina preter-temporale e, conseguentemente, ritorna continuamente nelle ronde del ciclo samsarico di morte e nascita. Al contrario, chi attinge dalle fredde, limpide e pure acque dea fonte di Mnemosyne «propizia e si dischiude la via del mondo degli dèi dal quale l’anima discende e del quale essa ha ottenuto il ricordo in vita mediante l’iniziazione».
Analogamente a Mímir nel mito nordico, Mnemosyne si presenta come la potenza divina che assicura all’iniziato «la perennità di quel vitale sapere che l’ha affrancato dall’iterarsi di nascita e morte, dal destino comune agli altri mortali». Tramite questa operazione trascendente l’anima è ora libera di ascendere ai mondi superiori poiché ha ottenuto l’anamnēsis, vale a dire la “reminiscenza” o, letteralmente, “la non-dimenticanza”, o ancora più correttamente “l’annientamento della dimenticanza”, dal momento che quest’ultima si ritiene comune a ogni mortale almeno fino al momento in cui, grazie all’esperienza mistica del “ricordo preter-temporale”, egli se ne disfa alla stregua di una veste non più necessaria; dottrina che venne adottata, qualche secolo dopo gli Orfici, dalle sette gnostiche disseminate in tutto il Vicino e il Medio Oriente. Come nota Polia, l’iniziazione provoca l’anamnēsis e quindi «libera […] dalla falsa identificazione dell’anima coi corpi» — e, aggiungiamo noi, con la persona, vale a dire, secondo la rigorosa etimologia latina del termine, con la maschera — ragion per cui «dopo la morte, questa non volgerà il suo desiderio a sperimentare di nuovo la vita sulla terra ma ricorderà d’essere progenie divina».
Così, «la “cecità” del vate corrisponde alla valenza positiva di Lēthē come oblio delle limitazioni e delle contingenze dell’umano sentire in vista del manifestarsi dell’a-lētheia, della “verità” come non-oblio, come possesso della memoria divina». >>
— Marco Maculotti, “Miti Nordici. Dèi e tradizioni dell’Europa settentrionale”, Diarkos 2023
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"Non a caso lo 0 evocava il caos primordiale: è il numero che, moltiplicato per qualsiasi altro numero, anziché aumentarne il valore lo annichilisce, trascinandolo nel suo stesso baratro. Le cose non vanno meglio quando si prova a dividere per zero: anche in questo caso si produce un assurdo logico, l' infinito, l' illimitato, l' informe grandezza senza limiti. Proprio come il vuoto, anche l' infinito, indissolubilmente legato allo zero, era altrettanto orripilante per i greci. I concetti che sfidavano la logica e turbavano la mente dei filosofi erano giudicati inappropriati, persino pericolosi: potevano seminare il panico e provocare disordine sociale"
G. Tonelli- Genesi
G. Tonelli- Genesi
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“I veri condottieri sono coloro che riflettono su se stessi. Sono coloro che alleggeriscono almeno del proprio peso il peso della massa, perché si sono coscientemente tenuti lontani dalla cieca naturalità quasi sempre irrazionale, della massa in movimento.
Ma chi può sottrarsi a quella forza istintiva di attrazione che sopraffà ogni cosa quando l’uno si aggrappa all’altro e l’uno trascina con sé l’altro?
Solo chi non appartiene puramente e solamente al mondo esteriore, ma vede e comprende anche quello interiore.
Perché piccola e nascosta è la porta che si apre verso l’interno; innumerevoli i pregiudizi e le idee devianti che ne rendono l’accesso difficoltoso”.
Carl Gustav Jung – La realtà dell’anima.
Ma chi può sottrarsi a quella forza istintiva di attrazione che sopraffà ogni cosa quando l’uno si aggrappa all’altro e l’uno trascina con sé l’altro?
Solo chi non appartiene puramente e solamente al mondo esteriore, ma vede e comprende anche quello interiore.
Perché piccola e nascosta è la porta che si apre verso l’interno; innumerevoli i pregiudizi e le idee devianti che ne rendono l’accesso difficoltoso”.
Carl Gustav Jung – La realtà dell’anima.
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La gente non comprende la natura di Dio, in quanto in essa è contenuto il tutto, dunque tutto il conosciuto e non conosciuto.
Per conoscere questa Natura Divina l'uomo è passato prima per le scienze spirituali primitive per poi giungere alle branche scientifiche odierne.
Vi è però un utilizzo errato delle Scienze odierne, a differenza di quelle Primordiali, bensì credere che la Scienza serva a smentire l'esistenza di Dio, quanto invece è corretto pensare a mio parere che la scienza sia uno degli strumenti di cui l'uomo si avalla per interpretare la Natura manifesta di Dio.
Dunque la Scienza spirituale (quella che usavano aborigeni sciamani di ere primitive) serviva a interpretare la natura occulta e trascendentale di Dio, e la Scienza odierna invece serve ad interpretare la natura manifesta di Dio.
Per conoscere questa Natura Divina l'uomo è passato prima per le scienze spirituali primitive per poi giungere alle branche scientifiche odierne.
Vi è però un utilizzo errato delle Scienze odierne, a differenza di quelle Primordiali, bensì credere che la Scienza serva a smentire l'esistenza di Dio, quanto invece è corretto pensare a mio parere che la scienza sia uno degli strumenti di cui l'uomo si avalla per interpretare la Natura manifesta di Dio.
Dunque la Scienza spirituale (quella che usavano aborigeni sciamani di ere primitive) serviva a interpretare la natura occulta e trascendentale di Dio, e la Scienza odierna invece serve ad interpretare la natura manifesta di Dio.
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