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"Conosci te stesso" - Oracolo di Delfi.
“Il dubbio è l'inizio della conoscenza.” - Cartesio.
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James Webb
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Nuova foto in anteprima dal James Webb, non ancora rilasciato ufficialmente, anche se a breve dovrebbero rilasciarla!

Galassia NGC628
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Forwarded from Unionis🗝️Cultus🪶
Forwarded from Unionis🗝️Cultus🪶
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Vecchissima e rara copertina del mattino dei maghi
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Castle of Eyes
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Sirius Star System
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In presenza dell'abisso guardo oltre il tempo, osservo lo scorrere degli eventi, un fiume è l'evoluzione umana, un fiume che punta costante alla sua meta ultima, il mare cosmico.

@timesea
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Chemosh era la divinità nazionale dei Moabiti ed il nome probabilmente significava "distruttore", "dominatore", o "dio dei pesci" (Un chiaro riferimento ad ENKI re dell'abisso). Mentre viene associato in primo luogo coi Moabiti, secondo Giudici 11:24 sembra essere stato la divinità nazionale anche degli Ammoniti.
Come molte altre divinità era onorato con sacrifici umani. Alcuni pensano che il re moabita gli avrebbe offerto suo figlio in sacrificio mentre la sua città, QirHareset era assediata dalle armate congiunte del re d'Israele, Joram, e del re di Giuda, Giosafat.

Nel loro periodo d'enoteismo, gli Ebrei riconobbero numerosi dei, tra cui Chemosh, che progressivamente subordinarono a Yahweh.

L'etimologia di "Chemosh" è sconosciuta; secondo alcuni studiosi sarebbe connessa al nome della divinità babilonese Šamaš (Dio solare). Il nome del padre di Mesba, Chemosh-melek ("Chemosh è Malik," o "Chemosh è re"; si veda la riga 1 della Stele di Mesha), indica la possibilità che Chemosh e Malik (o Moloch) siano la stessa persona. Giudici 11:24[15] viene reputato esserne testimonianza, poiché parla di Chemosh quale dio degli Ammoniti, mentre Moloch altrove appare come loro dio (1 Re 11:7,33). Diversi critici considerano (giustamente) che l'affermazione di Giudici sia un errore; ma tale errore non era innaturale, poiché sia Chemosh che Moloch si svilupparono, in contesti e ambienti differenti, dalla stessa divinità primitiva, e possedettero molti degli stessi epiteti.

https://it.wikipedia.org/wiki/Chemosh
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MOLOCH

Nell’antica Palestina, il dio del sole dei Cananiti e talvolta è stato associato al sumero Baal, sebbene Moloch (o Molekh) fosse assolutamente malevolo. Tra l’VIII e il VI sec. a.C., gli Israeliti gli sacrificavano i loro primogeniti nella valle di Hinnom, a sud-est di Gerusalemme (vedi anche Gehenna). Questi sacrifici al dio del sole venivano praticati per rinnovare la forza del fuoco solare. Questo rituale venne importato dai popoli vicini ed era anche in voga nell’antica Cartagine.

Il suo nome significa "Il Re".
Moloch è stato raffigurato come un’enorme statua bronzea con la testa di toro. la statua presentava una cavità all’interno della quale veniva fatto ardere un fuoco che colorava Moloch di un rosso incandescente.

I bambini venivano adagiati sulle mani della statua. Grazie a un sistema ingegnoso, le mani si portavano alla bocca (come se Moloch stesse mangiando) e le piccole vittime cadevano nel fuoco ove venivano consumate dalle fiamme. La gente si radunava davanti alla statua, ballando al suono di flauti e tamburelli per soffocare le urla delle vittime.
Secondo alcune fonti, nel Vecchio Testamento Moloch non è un dio, ma una particolare pratica sacrificale.
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Secret Garden
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Galaxy NGC 7331
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NASA's James Webb Space Telescope x Beksinski
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Apocalisse

La Bestia del mare
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#AXS001

<< Retrocedendo nelle nebbie dei millennî giungiamo a Sumer, dove un’importanza centrale ha l’Abzu (mesop. Apsu), oltreluogo extracosmico che fin dall’etimologia appare da associare al nostro Abisso: Teyssèdre lo definisce «l’assise cosmica, la massa acquatica soggiacente la terra dei morti», similmente al Tartaro che nella tradizione greca viene detto sottostante all’Ade tanto quanto quest’ultimo lo è dalla Terra. Nelle prossimità dell’Abzu dimora Enki, signore delle acque sotterranee che ha residenza a Dillmun, «un Eden senza malattia né vecchiaia né cattiveria, dove anche le bestie vivono in pace», ennesima copia funzionale delle varie isole atemporali conosciute dalla tradizione greca, dall’Iperborea alle Isole dei Beati. L’Abisso, sottolinea Teyssèdre, è la «Casa di Saggezza» di Enki, idea che si è conservata anche nelle tradizioni limitrofe e cronologicamente successive: nel Libro del Siracide, contenuto nella Bibbia cattolica, l’autore domanda in lingua greca: «L’Abisso e la Saggezza, chi può sondarli?».

Dunque l’Abzu è anche «principio ad un tempo dell’energia fecondante e del flusso perpetuo»: qui si trova Dumuzid-Abzu, il «figlio fedele dell’Oceano del basso», dio della vegetazione (o, più correttamente, dell’anima vegetativa, la Zoé greca dionisiaca) che muore per rinascere generazione dopo generazione. Una volta giunto in questo oltreluogo, egli subisce una metamorfosi ofidica, per «mettere il corpo in armonia con il luogo»: così, «simile alle acque vive per il suo corpo che ondeggia, al rinnovamento delle stagioni per la sua muta annuale, il serpente abita il mondo in basso dove la vegetazione deve morire per rinascere. Lui che veglia sull’Albero della Vita [...] ha per luogo proprio l’ambivalenza».

La corrispondenza simbolica con Pitone arrotolato al lauro delfico, ma soprattutto con il drago Ladone guardiano dell’apollineo Albero delle Mele dorate delle Esperidi è troppo evidente per fare a meno di menzionarla. E difatti non è casuale. Un passaggio dell’epopea di Ba’al — che noi vedremo identico al Belenus celtico e, quindi, all’Apollo ellenico — scoperta a Ugarit parla esplicitamente di un Drago delle acque sotterranee, il quale, salendo dall’Abisso, sarà infine abbattuto dal dio dimorante presso la «Montagna del Nord»; quest’ultimo in un oracolo rabbinico attribuito a Isaia diventa il «principe degli spiriti del Fuoco», cioè Mikael — e quindi, in ultima analisi, Apollo stesso — e lo scontro cosmico viene profetizzato per i «tempi messianici»: in altri termini, per la fine dei tempi.

Ancora più sorprendente è che, nell’originale epopea babilonese, Môt — che oltre ad essere il «luogo di reclusione sotterraneo» ne è anche la sua personificazione, solitamente tradotto come «la Morte» — rivolgendosi a Ba’al gli profetizza questo scontro futuro, dicendo: «Quando colpirai Lotan, il serpente sfuggente/ [quando] distruggerai il serpente tortuoso, Shaliyat a sette teste». Teyssèdre nota l’assonanza tra questo drago chiamato Lotan e il Leviatano della tradizione giudaico-cristiana, ma noi, da parte nostra, non possiamo evitare di sottolineare la assonanza quasi perfetta tra questo Lotan e il Ladone custode delle apollinee Mele dorate delle Esperidi, che — analogamente ad Apollo nella propria postazione assiale iperborea, di cui è un “doppio” anche etimologico tramite la madre del dio Leto/Latona — viene descritto come custode del «posto di guardia» ubicato al centro del giardino atemporale agli estremi nord-occidentali del mondo. Fra gli elementi significativi che compaiono in questo mito babilonese dobbiamo mettere in risalto la corrispondenza con il gesto esemplare di Apollo che, secondo alcune versioni del mito della presa di possesso dell’oracolo delfico, rincorse Pitone/Delfine per una serie di tappe (solitamente sette, come i sigilli dell’Apocalisse) fino a che quest’ultimo/a, colpito/a dalle frecce del dio, finì per decomporsi (gr. ant. pythein) alla luce del Sole. >>